La sensazione perenne di aver dimenticato qualcosa, più cose o anche solo una ma di vitale importanza (almeno all’apparenza) non si sa perché, e come mai, fai fatica a togliertela di dosso. Ti senti un po’ come i genitori di “Mamma, ho perso l’aereo”, che al momento dell’“allacciate le cinture” si rendono conto di essersi scordati il proprio figlio, in una sequenza surreale e iconica, tipica di una comicità anni Ottanta. Ecco, oggi un po’ anni Ottanta ti senti anche tu, o forse, la verità è che non hai mai smesso di esserlo. Ti senti un po’ come le foto sui muri dei ristoranti in cui il titolare abbraccia personaggi famosi, ti senti come una videocassetta con il titolo del film scritto a mano sullo scotch, ti senti come crudo e melone, pennette alla vodka, Fausto Leali e Anna Oxa.

E forse è tutta colpa di questo novembre, che un po’ ci frega sempre: ci confonde, raffredda, taglia le gambe e non ci fa sentire diversi, ma al contrario, perennemente alla ricerca di quel qualcosa che sicuramente ci siamo scordati e che forse non stavamo neanche cercando. E chissà di cosa si tratta alla fine. Forse ci siamo scordati di prendere l’ultimo raggio di sole, di scrivere a quel nostro contatto girato da un altro contatto, che ci eravamo fatti a nostra volta dopo una serie di contatti. Forse ci siamo scordati di rilassarci per davvero, di amare senza se e senza ma, di lavarci i capelli, i denti, le mani prima di pranzo, la coscienza dopo tante cose, o di ascoltarci ancora un po’, di sapere benissimo chi siamo a tramonto finito e chi vorremmo essere l’indomani, accettando anche l’idea che in questa settimana si può cambiare personalità ogni giorno.

“Cambiamenti” potrebbe chiamarsi la nostra prossima playlist di novembre, quella fatta di domenica pomeriggio, verso un qualsiasi ritorno a casa, verso una qualsiasi casa, un qualunque tornante, un rassicurante “scrivimi quando sei a casa”.

E forse, chissà, se è l’inverno a renderci così o se lo siamo sempre stati, come quei locali che hanno deciso di chiamarsi bistrot e che, da un giorno all’altro, hanno tolto i menu dalle vetrine, gli stuzzicadenti dei samurai dalle tavole, le tovaglie dai coperti. Forse non è meteoropatia, ma è colpa di novembre, che ci proietta in una sana mutazione di lana e ci costringe a fermarci un pochino, regalandoci l’idea di non fare, e che in qualche misura bisogna accettare, anche se ancora non l’abbiamo fatto.

Allora facciamolo proprio ora, proprio adesso che stai sbirciando il cellulare del tuo vicino di metro, il sedere della tua vicina di casa, il supermercato più vicino. E allora facciamolo ora, che siamo ancora in tempo, che il tempo scorre e le cotture vanno avanti. Facciamolo ora, che è il mese del Black Friday e degli addobbi natalizi precoci, dei funghi, delle castagne e dei vecchi film anni Ottanta: dopotutto, da quelli non se ne esce mai vivi.

Cose da fare:

Leggere tra le righe. Non tutto appare come sembra, come sempre, come realmente è. Leggiamo tra le righe, che mal che vada, è comunque una lettura. E fidiamoci: di questi tempi, leggere non fa mai male.

Cose da non fare:

Prenotare un ristorante. Lasciamoci andare al brivido della casualità e rendiamoci meno casuali, che a furia di vivere causa-effetto, poi finiamo per non credere più neanche negli oroscopi.

Canzone della settimana:

Bar della settimana: 

@Fiskebar, copenhagen

Cliché della settimana:

“La colazione è il pasto più importante”.

È inverno, c’è la nebbia, la pioggia e il cambiamento climatico stanno mettendo in ginocchio il mondo. Sgarbi e Giuliano Ferrara continuano a fare audience, le acciughe dentro i fiori di zucca non si trovano più, e la gente per questo è davvero pronta a sbroccare. Trovare casa in affitto è impossibile, i motorini non hanno mai smesso di occupare parcheggi per le auto, la frutta non sa di niente e costa più dell’orologio che ti hanno dato alla cresima, eccetera, eccetera, eccetera. Adesso, con tutti questi problemi, miei cari puristi del primo pasto del mattino, potete darci tregua per favore? Grazie. Buona settimana!

Parola di Dio:

Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio, e questa settimana Dio dice:

“Sai cosa mi piace per davvero? La vulnerabilità delle persone. Hanno tutti un enorme bisogno di essere presi per il culo, come Gianni, il mio amico gallerista, che da quando ha aperto la sua galleria vicino Santa Maria Novella prende tutti per il culo. La gente entra, lo guarda negli occhi e gli chiede proprio: ‘Oh Gianni, oggi pigliami per il culo, che ne ho davvero bisogno.’ Perché dopotutto noi, nessuno escluso eh, abbiamo bisogno di credere a cose che sappiamo non essere, ma che ci conviene, per motivi svariati e che ancora oggi ignoriamo, credere siano vere. È una sorta di legge matematica: pensare che il coccodrillo nella metro di New York sia ancora lì, che esistano i fantasmi o che la mi’ moglie creda davvero che io sia contento di vedere sua madre, la donna più crudele su questo mondo.

Abbiamo bisogno di fingere, di illuderci, di sperare in un finale diverso. Altrimenti, tu non vedresti ancora Titanic, perché un po’ ci speri che si salvino, no? Oppure che facciano una fine ancora più tremenda. Ecco, io la seconda. A me quelle scene dove tutto se rompe, dove tutto va sott’acqua, dove tutto diventa vero seppur finzione, beh, a me gasano, perché è un modo per sentirmi più lontano dalla morte e dalla realtà. E così, con la stessa dinamica e struttura, ci facciamo prendere per il culo, perché le menzogne, mio caro, ci allontanano dalla morte.”

Film della settimana:

The Elephant Man

Brand della settimana: 

@Noyoco 

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