Senza rendercene conto, è finita un’altra settimana, ne è iniziata una nuova, né è sopravvissuta una diversa.  

Senza rendercene conto, abbiamo perso il conto dei giorni, delle ore, del tempo. Eppure era tanto tempo che non ci sentivamo così spaesati, tanto da chiederci in continuazione, anche in questo preciso istante, che ore siano. Sarà per questo che ci accorgiamo che nessuno più oggi ferma uno sconosciuto per chiedergli l’orario, che nessuno più si lamenta del caldo, che nessuno più sa guidare con le marce.

Martedì sarà come affrontare qualcosa di nuovo, ma già vissuto, una sensazione che con fatica lasciamo andare via. Così, oggi saremo pronti ad affrontare il jet lag, i check-in, le sirene sull’Atlantico. Ad affrontare le sconfitte, i presagi, i pareggi. Ad affrontare le cotte adolescenziali, i cibi poco cotti, il cotto in scatola. Ad affrontare le giacche del nonno, le sere d’estate, il vento dal sud, i piagnistei dal nord, l’incontrollabile voglia di prendere un volo e di non imbarcare alcun bagaglio.

Siamo diventati pretenziosi, un po’ come l’idea di questo dannato tempo che, da quando è tornato il freddo, si suddivide geograficamente tra la camera da letto e lo spazio che ci separa dal bagno. Siamo diventati presuntuosi, un po’ come i nostri pollici verdi che continuano a vedere le piante da appartamento morire sotto i nostri occhi.

Martedì continuerà a essere meteoropatico e il tempo passerà sempre più lentamente perché si accorgerà che la testa è altrove: è al 21 marzo, alle maniche corte, alle pelli arrossate, alle cicale, alle lenzuola che non coprono abbastanza.Ci farà rendere conto che la nebbia alta non nasconderà i nostri errori e che le case al mare non aspettano più.  

Inizieremo a esorcizzare Milano e a vedere l’estate in qualsiasi cosa: nei fruttivendoli che non salutano mai, nelle saracinesche chiuse, nei caffè lunghi d’asporto, nelle cicche di sigarette spezzate tra due labbra, nelle panchine gelate, nelle fidelity card.

Inizieremo a credere agli stati d’animo come religione, ai programmi di cucina come veri e propri piani di studio, ai cambi d’armadio come seconde possibilità. Ci appoggeremo alla notte per immaginare il giorno e non avremo più paura di uscire né il desiderio di andare piano, di non correre mai e di leggere tra le righe di una finestra il significato delle stelle.

Ci serviremo del dentifricio e degli spazzolini per restare un giorno in più, per vivere senza treni, per dimenticare le connessioni lente e le parabole discendenti. Ci illuderemo del caldo centralizzato per amare meglio, per digitare i codici privati, per prelevare amore nei succhi di frutta. Senza guardarci negli occhi, immagineremo la puzza di ferro delle giostre e la pioggia sui finestrini dei treni. I prossimi giorni resteranno sospesi in un salotto, senza tenersi per mano ma con la stessa voglia di spegnere la TV.

Cose da fare:

Due mani, due braccia, un naso, due orecchie, due occhi. È arrivato il momento di usare tutto ciò che ci è stato dato a disposizione per vivere la settimana sentendo tutto, niente escluso.

Cose da non fare:

Sottovalutare ogni tipo di sensazione, ascoltare gli audio a 2x, ascoltare gli U2, dormire con la luce accesa.

Canzone della settimana:

Bar della settimana: 

@St.John, Londra

Cliché della settimana:

“Si stava meglio quando si stava peggio”. Questo è uno dei miei preferiti, perché alla fine la vera domanda è: ma quando si stava peggio, ce ne accorgevamo? Adesso però torna utile, perché effettivamente ci sono 5 gradi, c’è la nebbia e hai costantemente mal di testa, quindi l’idea di potersi aggrappare a qualcosa, beh, ci fa un gran bene.

Parola di Dio:

Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, m’è venuto il sospetto che il mi’ vicino di casa toscano sia Dio, e questa settimana Dio dice: 

“Ho sempre odiato i giochi di parole, sempre. Credo siano per quelle persone che hanno necessariamente bisogno di riempire un vuoto, uno spazio, un silenzio. Sai quelli che non sanno mai cosa dire e, pur di parlare, dicono inevitabilmente la cosa sbagliata? Ecco, i giochi di parole son per loro: inutili e snervanti, secondi solo alle barzellette. E quelle poi son anche peggio, perché c’è sempre qualcuno che ti dice: “Eh, caro mio, le barzellette le devi saper raccontare”… Ma tu pensa se c’è davvero qualche bischero che si allena a farlo, che si prepara, studia e si guarda allo specchio per far ridere, per essere accettato. Pensa te! Diffida da quelli che iniziano una conversazione con una barzelletta, quella è gente che sicuramente evade le tasse. Detto questo, Fabbri, io odio i giochi di parole, ma uno me n’è rimasto impresso una volta. Diceva: “Il buongiorno si vede dal cretino”. Ecco, questa mi piace, perché è assurdo quanto effettivamente un cretino, un giorno, ti possa rovinare le buone intenzioni e l’umore. Perché c’è sempre un cretino pronto a farlo. Tu proteggiti, proteggiti da loro e vivi sempre i tuoi sentimenti a prescindere dagli altri e da un tedesco, un francese, un napoletano che fanno ecc. ecc. ecc.”

Film della settimana:

Storia di un matrimonio

Brand della settimana: 

@California.arts

Iscriviti alla newsletter


Lascia un commento