
È dura essere duri, è dura quando la nebbia dura più di tre ore, è dura sedersi composti, dritti, fermi. Ecco, il problema è proprio quello: saper stare fermi, anche quando si è seduti, soprattutto quando si è seduti. Anche quando non si parla, non si usano le mani, non ci si muove per niente, non ci si lamenta più, non ci si aspetta nulla o nessuno. Anche quando sei stanco da morire, ti tremano le gambe, il cuore, il retrocranio, e i capelli si palesano in modo diverso. Il problema è questo: tu fermo non ci sai stare.
E in queste settimane, in cui fa freddo per davvero e il mondo ci appare sempre più devastato da conflitti, elezioni e luci di Natale, ti chiedi perché, una volta fermo, ti prendi male. Quando inizi a pensare e scopri di non avere risposte o soluzioni, ti prendi male. Sei così poco abituato a stare fermo che, anche mentre pensi, cammini: in casa, in metro, sulle scale mobili, in fila.
Che poi non è neanche una questione fisica, né tantomeno geografica. Alcuni la chiamano fomo, altri irrequietezza, ansia, o peggio, instabilità. E tu vorresti proprio dire: “Signori miei, ma come si può stare fermi se si è instabili?”. La verità è che semplicemente non ti sai fermare e che forse, alla fine, hai solo tanta fame.
D’altronde, sei cresciuto in Italia, questo bel Paese bagnato dal mare, attraversato da montagne, colline, pianure, città d’arte e dialetti diversi. Questo Paese a forma di calzone ripieno, che, alla fine, è contraddistinto, da sempre, da una grande fame. E quando deve mangiare, qualsiasi cosa accada, mangia, mangia e basta, senza fare complimenti. Mangia come unica grande soluzione, mangia come segno di speranza e simbolo di rinascita, di evoluzione, di fine. Perché solo quando mastica, questo Paese pensa: “Massì, dai, ce la possiamo fare”.
Allora forse è proprio questa la chiave di tutto: la tua curiosità, la tua voglia di vedere come va a finire, la tua fame. Questa fame che proprio non riesci a controllare, che non ti lascia stare e che, qualsiasi problema tu abbia, gli altri ti ripropongono come un’unica soluzione: “Ma hai mangiato?”
Stai male? “Mangia.”
Stai bene? “E allora mangia.”
Sei stanco? “Beh, mangia, no?”
Tutto ti viene certificato attraverso il cibo. I tuoi cambiamenti positivi: “Cosa stai mangiando?” E quelli negativi: “Cosa stai mangiando?” I tuoi stati d’animo, i tuoi ricordi e le persone legate a loro, i tuoi spasmi, persino i luoghi. Infatti, la geografia italiana non si divide per regioni, ma per ristoranti:
“Conosci Golbate? Si mangia benissimo.” “La strada per Biella? Allora, tu passi davanti a *La Botte*, un ristorante buonissimo di un amico mio. Anzi, fermati là, dì che ti mando io. Non ci andare a Biella.” “Grosseto? Bel mare, bel tempo, osterie mediocri.”
Tutto è cibo, tutto è fame, persino le tue origini: “Ah, come si mangia bene giù!” “Ah, sei di su? Vabbè, si mangia da Dio anche su, un po’ pesante, eh, ma meglio, meglio, che poi a pancia piena stai bene.” Tutto è necessità di sentirsi sazi. Anche per pochi minuti, va bene.
Allora, questa settimana, prova a fermarti. Prendi del pane e mettici dentro qualsiasi cosa: qualsiasi oggetto commestibile, qualsiasi pensiero, qualsiasi sentimento, qualsiasi gesto, senso di colpa, piano A, B e C. Mettici dentro i tuoi dolori, i tuoi piaceri, i tuoi orgasmi felici e infelici, i tuoi disastri, malinconie, inutili vie di fuga. Mettici dentro tutto. E mangia. Mangia che la nebbia potrebbe tornare.
Cose da fare:
Usare sempre il presente. Usarlo come un alleato, coinquilino, automobilista che decide di farti attraversare anche se è rosso. Decidi oggi cosa fare oggi, che domani è così lontano.
Cose da non fare:
Programmare il futuro, leggere gli oroscopi, affidarsi all’astrologia finanziaria, prenotare con mesi di anticipo un volo, pensare a quel volo, atterrare con la mente.
Canzone della settimana:
Bar della settimana:

Le Favori, Parigi
Cliché della settimana:
“Con la cultura non si mangia.”
Dato che siamo in tema, questo cliché calza a pennello durante la nostra settimana di metà novembre (eh sì, è metà novembre). Perché la seconda cosa, dopo il cibo, che siamo abituati a sentirci dire è quella di chi ama sconsigliare il proprio lavoro agli altri: “Vuoi fare questo? Ma sei pazzo, salvati.” E alla fine forse hanno ragione, forse no. Ma è giusto ricordarsi che tutto può avere un sapore amaro o infinitamente buono, dipende dai gusti. Perciò, anche in questo caso, mangia.
Parola di Dio:
Durante le chiacchierate primaverili tra un balcone e l’altro mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio, e questa settimana Dio dice:
“Fabbrì, l’istinto è grossa una fregatura, ti condanna, sai perché? Perché è inspiegabile, e tutte le cose inspiegabili un ci vanno proprio giù, è più forte di noi. Ecco, l’istinto è una di quelle: perché tu sai che c’hai ragione, lo sai, lo senti, ma non lo puoi dimostrare. È la tua parola, il tuo sentire, e te lo tieni. E questa è ‘na fregatura bella e bona, una condanna. Ti devasta. Le sensazioni? Sono una fregatura. Le tue percezioni? Una fregatura. Pure quello che tutti chiamano ‘spirito di sopravvivenza’… ma de che? Di sopravvivenza per chi? Ecco, anche quello è una fregatura. Anzi, è la fregatura più fregatura di tutte. Perché quando ti accorgi che c’hai sto spirito de sopravvivenza, tu che fai? Fai di tutto per fare il contrario. Perché siam fatti così, siam fatti male, siam fatti per non essere comandati o, peggio, leggibili. Quindi, il mio consiglio è di non pensare troppo: agisci, sbaglia, e alla peggio ti ritrovi ad aver fatto ‘na bella cacata. Ma fatta bene, eh! Che è sempre meglio di una scorreggia, o no?”
Film della settimana:
Broken Flowers

Brand della settimana:

@Harmony
