
Sono le 20:20. È da un po’ che questo orario ti tormenta. “Rimini 10” è in arrivo tra 40 minuti e i numeri iniziano lentamente a confonderti. Prepari il bancomat, prepari la cortesia nel chiedere di pagare con il bancomat, prepari l’aria da trattenere nei polmoni, perché lo sai che tra non molto sbufferai almeno tre volte pensando che è l’ennesima cena di Natale, ma non l’ultima. Infatti, l’ultimo sospiro te lo tieni per Santo Stefano, ma oggi ne tiri uno molto lungo, quasi quanto la circonvallazione che ti tocca attraversare, perché non è una vera cena natalizia se non si attraversa tutta la città, quel posto che, anziché essere a metà strada per ogni invitato, è scomodo per tutti.
Ma va bene così, vorresti rimanere a casa, persino guardare Masterchef, che ti fa schifo e non sai neanche come si sviluppa, ma stasera andrebbe bene. Magari, rimanendo a casa stasera, faresti tutto ciò che non sei riuscito a fare da un anno: pitturare il soffitto, scrivere un diario, fare un bagno caldo, leggere più di dodici pagine, cucinare una spesa intera, scrivere al primo della lista dei dimenticati, ascoltare per davvero tua madre. Ma sono solo illusioni, lo sai, e allora cerchi di non parlare con il tassista, leggi mail lasciate in disparte, pensi all’Indonesia.
In un lampo sei dentro, ti siedi, sei al centro del tavolo, che è quasi peggio che essere seduti nella fila centrale in aereo.
Per andare in bagno? Devi chiedere! Per fumare? Devi chiedere! Per evitare qualcuno? Beh, devi chiedere.
Leggi il menu, tutti ti osservano, tutti hanno già deciso, senza neanche pensarci, tutti sanno, tutti conoscono perfettamente i loro gusti e non li cambierebbero mai. Poi ci sono anche i coraggiosi che, per darsi delle arie, ordinano la pietanza più strana: “Fagiano stracotto, ripieno di erbe di campagna e mare, su un letto di merda di capra.” E anche chi cambia la ricetta: “Una norma, senza melanzane, grazie.”
E poi ci sei tu, con gli sguardi fissi, non sai cosa scegliere. Vorresti cambiare piatto, vorresti qualcosa di diverso, ma non ti fidi, ed è da un po’ di tempo che è così, non ti fidi di te stesso, dei camerieri, dei parrucchieri di sempre e di quelli che “taglio giusto un po’…” e poi sei improvvisamente calvo.
Non ti fidi del tuo istinto, delle doppie cotture, del tuo analista, di quel complimento ricevuto poco fa, di quegli sguardi lanciati da un po’ di tempo, di questo tempo che muta le temperature in pochi istanti. Ecco, di lui proprio non ti fidi. Non ti fidi del meteo, del cieco che chiede l’elemosina in metro, delle lucine di Natale, di un orgasmo buttato letteralmente via, di un’offerta lampo, di una guerra che sta per arrivare, delle tue centocinquanta personalità. Di loro, non ti fidi. Neanche di una sola.
Allora fissi il menu. La carta è sottile, potrebbe tagliarti quando vuole e questo ti fa pensare che oggi potresti ordinare qualcosa da non fare a pezzi, un primo, per esempio. Ma continui ad essere lì e il tempo scorre. Tutti ti fissano le labbra, come se stessi per sparare in aria e dare il via alla corsa. Alla fine ordini lo stesso piatto di sempre. Ma va bene così, ti rifarai presto. Dopotutto, questa settimana sono tornate le cene programmate, le tavolate, le persone che non vedi mai e che, mentre sei a cena, ti dicono: “Oh ma non ti fai vedere mai,” “Ma da quanto tempo” e soprattutto: “Dai, una di queste sere organizziamo una bella cena.” Che tu proprio glielo vorresti dire che è quello che state facendo ora, ma non ce la fai. Sei troppo preso da quel piatto che hai ordinato, da quel piatto che non hai cambiato, dal solito, sempre lui, stesso ordine, stessi ingredienti, e alla fine pensi: “Mi piace, perché cambiare?”
Ecco, il punto è questo: perché cambiare?
Ciò che abbiamo senz’altro capito è che non si cambia vita martedì, e soprattutto non si cambia vita proprio ora, in questo momento. Sarebbe sbagliato, come iscriversi in palestra a metà dicembre: soldi e tempo spesi male. Allora quelle quattro pagine affilate ti fanno capire che non si cambia vita stasera, e sei entusiasta di saperlo, è una liberazione che quasi vorresti alzarti e dire a tutti con un calice in mano: “Signori, non cambiamo mai, o perlomeno, non stasera.” Che se cambi stasera poi sai che rovina? Devi dimostrare agli altri di sapere perfettamente chi sei e tu, alla fine, non sai nulla. Non sai bene chi sei, solo che ti piace quel piatto che hai ordinato, e va bene così. Poi, questi sono discorsi troppo impegnati, per diamine: è una cena di Natale. Davanti a te, una commensale si guarda le doppie punte, il suo vicino le guarda i doppi sensi e chi ti siede accanto non lo vuole ammettere, ma forse non ricorda bene il tuo nome. Lo sospetti da qualche minuto: continua a dirti “tu,” “ehi,” o inizia le frasi con “… tra l’altro.” Ma tra l’altro cosa? Che vuol dire? Ma effettivamente, tu chi sei? E perché forse mi piaci?
Serve altro vino, e quello lo fai scegliere agli altri. Non decidi, no no, stavolta non lo fai, perché sai che, superate le quattro persone a tavola, ti devi adattare, e questa è una cosa che hai imparato a fare. “Rosso o bianco?” Tu rispondi: “Tutte e due” ed eviti i “Non so, è uguale,” perché i “non lo so” hanno rovinato questo paese, hanno rovinato cene, matrimoni, persino parti cesarei, battesimi e funerali. Tu sai, tu sai che scegliere entrambe può sollevarvi la serata. E poi, di quei benedetti “non lo so” lanciati con le spalle all’insù, tu non ti fidi, eh no, non ti fidi per niente. Sono come il meteo: mentono solo per farti avere l’illusione che oggi, forse, non pioverà e se proprio pioverà, il meteo ti dà una fascia oraria che sa essere inutile: “Dalle 15 alle 16.” Va bene così, può piovere. Ma sti cazzi!
La tavola continua a mormorare cose che non sapresti ripetere, cose che non ricorderai. Ti distrai per un secondo: hai notato che fuori la gente fuma senza cappotto. Che invidia. Vorresti uscire anche tu, vorresti prendere aria da questi “Eh, quindi? Che ci racconti?” “Capodanno? Io non faccio nulla, odio le feste comandate” e ancora “Ti ho visto sui social, oh, ma non ti fermi mai tu, eh?” Hai la nausea. Vorresti uscire, vorresti prendere aria, vorresti sederti su una panchina con uno sconosciuto che fuma troppo e dirgli: “Tu, fumi troppo.” Ma dirglielo sorridendo, come un gesto di cura, sai che non se la prenderebbe.
Vorresti uscire. Vorresti sentire l’eco dei clacson, l’aria fredda che ti devasta le guance già rosse per colpa del bianco. Vorresti sentire l’odore delle strisce pedonali appena fatte: ti entrano nel cervello, è una droga, fa male, ma è così buona. Vorresti spingere la porta che invece era da tirare, vorresti leggere tutte le etichette appiccicate sopra. Vorresti amare senza paranoie, senza “se” senza “ma” senza “forse”. Vorresti avere uno sbalzo termico, un temporale emotivo, vorresti una schiena scoperta, un bacio sulla pelle, una pelle d’oca, un’ora dopo. Un’ora dopo per capire come si sta evolvendo, come sei rimasta intatta, come non sei cambiata stasera, come non sei diversa, come non sei tu.
Vorresti uscire e leggere l’ora sul monitor della cassa e la temperatura sulla croce verde delle farmacie, per pensare: “L’anno scorso non era così freddo.” E invece lo era. E lo sai che questa frase l’hai detta anche un anno fa, e l’anno prima, e quello prima ancora. Era freddo esattamente così e forse sì, forse in quel caso eri diversa: eri più alta, eri sicuramente più magra, anche se non è vero. Più felice non lo sai, non te lo chiedi. Forse più ricca, più ingenua, certamente più giovane.
Vorresti uscire, senza farti notare, senza che qualcuno ti dica: “Aspettami, vengo con te,” e poi si perde a parlare e arriva il tuo piatto, e tu sei ancora lì, al centro, mentre gli altri parlano. Vorresti uscire e non tornare. Vorresti lasciare uno sguardo ammiccante, un telefono scarico, una lista di cose da fare, un pensiero che ti tormenta, un nome che non hai dimenticato, una sera d’estate, una videochiamata eterna, uno sconosciuto che sa perfettamente chi sei e tu sai chi è lui. Ma non lo ammettereste mai.
Vorresti uscire e non tornare più, cambiare città, aeroporto, numero di scarpe. Vorresti uscire e tornare dentro, per dire che fuori si sta bene. Per dire che sei incinta, anche se non è vero, giusto per creare un po’ di scompiglio. Vorresti fare gli auguri, farli soprattutto a te stessa. Vorresti togliere il rossetto o metterne uno nuovo. Vorresti la primavera, dormire più di sei ore, morire, rinascere, riscuotere.
Ma il tuo solito piatto è arrivato. È lì che ti aspetta. Lo guardi, ti guarda, e te ne penti. Sorridi e pensi: va bene così. Stasera va bene così.
Cose da fare:
Passeggiare, anche quando non serve, anche quando le distanze sono lunghe. Passeggiare per sentirsi più forti del freddo, per sentirsi passeggeri, per distrarre lo sguardo, per non lasciarsi fregare.
Cose da non fare:
Fermarsi, su qualsiasi cosa: pensiero, momento, lavoro. Andare avanti, perché anche se non lo sai, lo stai facendo bene. E indovina? È solo merito tuo! Sorridi.
Canzone della settimana:
Bar della settimana:

@WoonKitchen, Los Angeles
Cliché della settimana:
“A Napoli non piove mai”
Cari amici del sud, non ce la farete a farci sentire nostalgici, meteoropatici, in colpa. Lo siamo già di nostro, perciò andateci piano.
Parola di Dio:
Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio, e questa settimana Dio dice:
“Ma tu lo sai chi è Pietro Grascellini, detto Grascio? Lo sai, Fabbrì? No, eh? Beh, neanch’io, o almeno, non me lo ricordavo fino a due giorni fa, quando mi ha chiamato. E tu pensa, quel bischero veniva a scuola con me, in terza media. Mi telefona e mi fa: ‘Oh, è tanto che non ci si vede, saranno trent’anni, ma stavamo pensando, perché non organizzare una bella rimpatriata, mo’ che viene Natale?’
Ecco, sai cosa ho risposto io? ‘Appunto, perché?’ Se c’è una cosa che non capisco è questa voglia di rivedersi dopo anni, iniziare le frasi con ‘Ti ricordi quando…’ o ‘Io adesso, beh io adesso sono questo.’ Che c’ha sto Natale che mette a tutti l’ansia di raccontarsi, di avere conferme, di sentirsi realizzati?Nun te vedo da trent’anni, un motivo ci sarà, no?E alla fine dicono che questa festa rende tutti più buoni, ma non è così: rende tutti più soli ed egocentrici, insicuri. Hanno bisogno di rivedere qualcuno per raccontare a voce alta chi sono. Ecco, io non ci casco. Io resto qui, perché di dire chi sono non solo non c’ho voglia, ma non voglio neanche scoprirlo.”
Film della settimana:

La stanza accanto.
Brand della settimana:

@Namacheko
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