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Alice, negli uomini che incontra, ci vede sempre un po’ della sua famiglia: Oh, ma lui, guardalo bene, non ti sembra lo zio Mario? e un po’ di Ennio Fantastichini: “Quel signore seduto al bancone è identico. Se non fosse scomparso così presto, penserei che sia lui.” Ma lei e la sua analista lo sanno fin troppo bene che questo è dovuto a diversi fattori, tra cui la perenne nostalgia di casa e quello che, da qui a breve, diventerà il suo ex marito.

“Giorgio faceva il regista.”

Che poi, questa cosa del parlare dei propri ex al passato è davvero una deformazione sentimentale, come se, una volta finito un rapporto, passassero tutti a miglior vita. “Giorgio non c’è più.” “Da quando è partito…” “Io non lo dimenticherò mai.” Che manca solo dare un bacio alla mano e puntare il dito verso il cielo, e il gioco è fatto.

E adesso che il passato è l’unico verbo presente, Alice può finalmente dire a voce alta che ai piani sequenza non ci crede, non ci ha mai creduto e non ci crederà mai. Di base non ne aveva mai capito il senso e che li accettava, sì, ma solo per amore. Eppure, per amore, si fanno e si accettano cose ben peggiori, e questo Alice lo sa, ma non riesce a capacitarsi che sono mesi interi che non smette di pensare a quei cazzo di piani sequenza inseriti nei suoi documentari e film un po’a casaccio, in maniera pretestuosa ed eccessiva. Questo va detto. Ovunque e senza un necessario bisogno narrativo. E ai piani sequenza ci pensa anche ora che il suo piano visivo è un piccolo camerino di una boutique di Brera che le ricorda il West End, in cui prova un abito che non metterà mai, ma che invece, finito di provare, comprerà per il grande evento: il suo divorce party.

…Ci devono essere tutti, nessuno escluso. Sarà una festa per celebrare la vita, è come un funerale ma allegro, è come vestirsi di nero ma usando più colori, scollature e aliti che sanno di alcool. Vabbè, questo è come in un funerale normale. È il mio vero giorno, è un modo per celebrarsi, autocelebrarsi e per sbronzarsi.”

Alice ultimamente ha imparato due cose importanti: la prima è che lo zio Mario ha davvero tanti sosia, e la seconda è che ci sono alcune cose, più di altre, che vanno celebrate. E che esistono gli abiti perfetti per ogni occasione. Oggi il suo è un giubbotto antiproiettile, ma con una minigonna lucida, così, solo per ricordarsi che proteggersi fa bene, ma che i quaranta sono alle porte. Alice ha imparato anche a rispettare il tempo, a non chiedersi il perché di tante cose, a guidare con le marce, a chiedere aiuto e a lavorare il pomeriggio.

E alla fine, in attesa per imbarcarmi, seduto insieme a lei su questa panchina fronte Gate, mentre guardo passeggeri in fila già mezz’ora prima di salire sul volo (ma perché???), penso che in questo periodo Alice siamo un po’ tutti noi, soprattutto ora che è gennaio e che tutto ci sembra sempre così ordinario, che la nostalgia torna a farci paura e che quella pioggia che detestiamo sempre di più resta l’unica cura alla nostra FOMO.

Alice sta per partire, ma prima ci tiene a dirmi che è stata una modella famosa un tempo, anche se ora, mentre parla, si nasconde un po’, si scusa per il suo seno, per la sua vulnerabilità, per un naturale allattamento di tre figli, di cui, lo sappiamo già, il primo diventerà un broker strafottente, il secondo uno sciamano e l’ultimo un semplice mammone. Mi racconta che qualche ora fa è entrata per la prima volta da Primark e, superata la paura iniziale e il cattivo odore, si è sentita euforica per delle candele a due euro, per un tanga da combattimento e per la tanta, troppa, non necessaria scelta.

Così, salutandola, ribadisco il pensiero che Alice è tutti noi, è in cerca di qualcosa, ma proprio come in un grande magazzino, assalita dalla troppa scelta, va via a mani vuote o con un oggetto inutile. Eppure gennaio sembra andare più veloce del solito, eppure il freddo è nella sua massima espressione, ma sappiamo che finirà presto, e noi stiamo iniziando a capire che non c’è nulla da cercare, ma tutto da celebrare. E con questa massima da Baci Perugina, non ci resta che vederci alla sua festa di divorzio per inquadrarci anche noi in un piano sequenza tecnicamente perfetto.

Cose da fare:


Cercare la musica giusta, fermarsi più del dovuto ad ascoltarla, fare docce lunghissime, uscire solo se ne abbiamo davvero voglia, usare il presente per le persone che ci mancano: magari, usandolo, tornano a trovarci o ci ricordano che non sono mai andate via.

Cose da non fare:


Comprare qualcosa tanto per farlo. Non serve, e ci serve sapere che alcune cose proprio non ci aiutano a stare bene o a distrarci.

Canzone della settimana:

Bar della settimana: 

@Ortolanmilano (tanta roba!)

Cliché della settimana:

“I ragazzi di oggi sono più alti.”

Da quanti anni, generazioni, repubbliche sentiamo questa cosa? Non so se sia vera o meno, ma è diventata il nuovo “Non è quello di Mi-Fist” per riempire un discorso generazionale e generalista quando si prova a sentirsi meno vecchi. Ecco, fa l’effetto contrario, soprattutto quando si citano i Club Dogo.

Parola di Dio:

Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio. Questa settimana, Dio dice:

“Ma te, ci pensi mai a quanto pesano le aspettative? Ecco, non farti fottere da loro, perché tutti ci aspettiamo qualcosa, sempre. 

‘Vedrai che bellino lui, che farà questo o quello.’
‘Ah, ma domani al lavoro mi dirà sicuramente che…’
‘Io non ho voglia, ma forse neanche lei, anzi sicuramente.’
Tutti, tutti se fanno aspettative, anche quelli che dicono: ‘Per me è uguale.’ Non è vero. Mai. Anche loro si aspettano qualcosa, solo che sono peggio degli altri: sono subdoli e pronti a giustiziarti, perché non lo dicono. Il problema è che, quando ti aspetti che accada qualcosa e non accade, è un casino. Allora sii più cauto nel farti illusioni, e dì subito quello che ti aspetti, che vuoi, che ti piacerebbe. Così almeno, per una volta, non te l’aspetti.”

Brand della settimana: 

@Recto_official

Film della settimana:

Emilia Perez (ma vaaaaa?)


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