
Gennaio è quel bus che separa l’aereo dal gate di arrivo. Volevi il finger, vero? E invece devi aspettare, perché proprio quando pensi di essere arrivato a destinazione (il nuovo anno), l’aeroporto ti frega. Ti frega sempre. E per scendere, per iniziare da capo o di nuovo, c’è ancora un piccolo passaggio: centoventisei scalini, solitamente umidi, tutti da scendere, uno a uno, e quanto dura ogni singolo gradino neanche te ne rendi conto.
Così sei ancora seduto, non ricordi dove hai messo il bagaglio nuovo, quello con i buoni propositi che, diciamocelo, hai già iniziato ad attuare in volo. Infatti, ti senti improvvisamente diverso, migliore. Lo scorso anno sembra lontanissimo e forse è per questo che reagisci in modo zen quando, davanti a te, quella fila di uomini altissimi è già in piedi ad aereo in movimento. Saltano e urlano per scendere per primi o perlomeno prima di quello che gli sedeva davanti, e ti vorrebbero proprio urlare: “C’ero prima ioooo, iooooo sììì, iooo!”. O come le vecchiette centenaria che, all’atterraggio, diventano agilissime, come se vivessero il loro ultimo metro prima della vittoria, sanno bene dove andare e come sgomitare. Mangiano snack salati uno dietro l’altro con foga. “Ma signora, occhio al diabete.” “Fatti i cazzi tuoi… merda!” E sfogliano riviste con uomini calvi ricchissimi accompagnati da letterine biondissime.
Gennaio è la scaletta, l’annuncio del pilota all’atterraggio: “Grazie per averci scelto”, e tu glielo vorresti proprio dire che non era una scelta, ma una necessità. Eppure sei arrivato, è finalmente febbraio. Le ruote hanno toccato terra. Milano 2, dall’alto, ti ricorda che anche all’infinito c’è un limite e che, fondamentalmente, le cinture di sicurezza adesso ha davvero senso toglierle. Ha senso aspettare la primavera, che ci appare sempre più vicina, e pensare a dove si è stati un anno fa e perché faceva già caldo e i menù erano scritti a mano. Ha senso esibire il tuo sorriso migliore, spogliarti, mostrare la schiena e i capelli che sono di nuovo lunghi, di nuovo chiari, che non puzzano più di sigarette (ma vorrebbero tanto), che non si legano al dito proprio nulla, che non si perdono più in uno schermo sporco, che non hanno voglia di legarsi.
E dopotutto, ogni anno è così: il primo mese finisce per diventare immenso, ed è incredibile come riesca sempre a rivelarsi etereo. Eppure dura 31 giorni, proprio come tanti altri. (Gennaio, ma chi ti credi di essere?) Non è mica l’unico, ma solo lui ci fa questo effetto. Sarà che ci sentiamo sempre un po’ nuovi, diversi, inediti, che, fondamentalmente, facciamo fatica a iniziare, temporeggiamo e, dunque… se gennaio dura così tanto, è solo colpa nostra.
È colpa nostra che abbiamo deciso di cambiare. “Te lo giuro, questa volta è diverso.” È colpa nostra se non ci vediamo più, se non ci incontriamo neanche per caso, se non ci siamo amati o odiati. È colpa nostra se gli altri vincono le elezioni e se noi non vinciamo mai. “Faccio un voto di protesta.” “Ma verso chi?” “Boh, il sistema!” È colpa nostra se ci siamo dimenticati di chi eravamo ad agosto, se ci specchiamo nei vetri delle macchine o nelle fotocamere interne, se flirtiamo senza interesse, se beviamo facendo finta di capire, se torniamo nei posti dove non dovremmo tornare.
È colpa nostra se entriamo in conversazioni infinite ignorando i presagi di chi usa i punti di sospensione in attesa di una domanda. “Sai, non lo avevo mai fatto prima…” e tu sei costretto a rispondere: “Cosa?” Ed ecco che in quel “cosa” c’è tutto gennaio. Ed è solo colpa nostra, perché ne seguirà un racconto che non volevamo sentire.
È colpa nostra se abbiamo sentito freddo, se non ci vestiamo a strati, se beviamo il caffè tutto d’un fiato, se ci gira la testa, se scriviamo senza seguire le righe, gettando via pagine.
Perciò, adesso che il volo è finito, possiamo cominciare capendo che il tempo è solo una proiezione mentale, che i giorni passano, ma che, alla fine, ci ritroveremo tutti davanti a una porta di arrivo.
Benvenuti, bentornati, benarrivati.
Cose da fare:
Fare le scale a due gradini alla volta, non lavarsi le mani, non tornare a casa a cambiarsi, non ignorare i segnali che ci dà il sole. Spogliamoci un po’ di più, beviamo il caffè all’aperto e non pensiamo ai fine settimana.
Cose da non fare:
Perdere tempo in attività inutili e superflue, rimanere fermi a pensare cosa sia più giusto, ignorare l’istinto.
Canzone della settimana:
https://open.spotify.com/intl-it/track/5GFOBEhxOYCG2yM8vBgtdD?si=e6d7d5fc8b354a28
Bar della settimana:

@buffetvanodette
Cliché della settimana:
“Gennaio dura tantissimo.”
Ecco, l’ho detto anch’io. Ma che ce vogliamo fa’? Alla fine, noi che ci sentiamo diversi siamo uguali agli altri. Per info, leggere sopra o chiedere al comandante di volo.
Parola di Dio:
Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio. Questa settimana, Dio dice:
“Che senti? Niente, vè? Non senti volare ‘na mosca. Si chiama silenzio. Sì, lo so che lo conosci, che bischero, ma non lo ascolta mai nessuno. Pure tu, che dici che stai bene da solo in casa, c’hai la musica, eh? Mica bisogna sta’ zitti per ascoltare il silenzio. Il silenzio si vive, non si racconta.
E perché c’hanno tutti paura del silenzio? Non lo so. Tutti con ‘sta roba che bisogna riempì un vuoto, tutti a riempire, a strabordare, a parlare. Tutti ‘sti bla bla inutili per paura di questo… del vuoto. Ma condividere il vuoto è la cosa che riempirà di più la tua vita. Perciò statte zitto, nun dì niente ed ascolta…”
Brand della settimana:

@auralee_tokyo
Film della settimana:
A Different Man

https://martealpianodisopra.com/newsletter/embed/#?secret=hn3lqT6KwF#?secret=5zcaOZeEUr
