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“Ciao bomber”

Pensavi fosse estinta questa frase, vero? Eppure esiste ancora, è solo che non la sentivi da un po’, non la pronunci da tantissimo tempo, non te la ricordavi neanche più. E alla fine eccola lì: la senti, da lontano o forse dentro di te, e ti fa sentire proprio che il tempo passa. E oggi non è neanche la giornata giusta, dato che piove tantissimo e il tempo, appunto, sembra non passare mai. Figuriamoci se avevi voglia di sentirti nostalgico o vecchio, un po’ come quando le persone più piccole di te ti danno del lei. Perché questo “ciao bomber” fa lo stesso effetto: segna un momento di passaggio, un prima e un dopo, un “chi c’era” e un “chi è andato via”, una specie di avanti e dopo Cristo, come se la vita si fosse divisa tra quello che c’era prima di questa espressione e quello che inesorabilmente arriverà dopo.

E allora, aprendo l’ombrello oggi, si può anche stare lì a pensare all’ultima volta che abbiamo esclamato qualcosa, a pensare a quanto parlavamo e a quanta poca voglia di farlo abbiamo oggi. L’hai pensato sorseggiando il caffè e sbirciando i messaggi che non hai ancora letto, sbuffando e ripetendo a voce alta tutte le cose che hai da fare. E quindi oggi possiamo anche stare lì con i nostri ricordi ancora per qualche minuto: è qualche giorno che stai davvero bene, ma c’è qualcosa che ti sta sulle palle e non sai cosa. E forse era proprio questo sassolino di nostalgia che dovevi tirare fuori. Tanto bastano pochi secondi per farlo, poi passa, come passa praticamente tutto. Neanche te ne accorgi. Quante volte ricordi come ti sei svegliato la mattina? E allora resta lì e poi fallo passare. Prenditi la leggerezza che ne consegue e fallo scorrere. Tanto tutto passa e neanche te ne accorgi, proprio come passerà questa pioggia. Perché pure nelle giornate così qualche istante di pausa arriva sempre, e smette di piovere.

Passa come Tiziano Ferro alla radio: istintivamente cambi frequenza, ma poi te ne penti, torni indietro e canticchi. Perché sì… canticchi anche tu, senza sapere il testo. Passa come la metro che hai appena perso davanti ai tuoi occhi, come la vita sociale degli scapoli, come la vita alta in serata, la vita lenta nel weekend, il girovita in vacanza. Passa come i soldi che proprio non avevi, ma che hai già speso per quella borsa a suon di “sti cazzi, me lo merito”. Come i fantacrediti dell’asta di riparazione, come i semafori arancioni che non hai ancora capito se attraversare o lasciar stare. Passa come le giornate indaffarate, come le ore di sole che lentamente diventano più lunghe, come le stagioni, come i viali che percorri mentre ti specchi nella fotocamera del telefono o cambi sguardo per non incrociare un altro “ciao bomber”. Passa come le promozioni che terminano domenica, come le domeniche che non terminano mai, come i terminal che si svuotano e si riempiono di passeggeri. Ma anche loro, per l’appunto, passano.

E in tutto questo passare, passano senza accorgertene anche le serate infrasettimanali trascorse fuori. Non lo sai neanche tu come fai, da settimane, a uscire tutte le sere, se non che guardandoti allo specchio inizi a renderti conto di somigliare sempre di più a un humus, che pare essere diventato la pietanza obbligatoria di questa città e degli aperitivi. “Stasera mangiamo, eh?”“Sì, certo, ho ordinato dell’humus.”

Perché a Milano può mancare qualsiasi cosa: ci possono essere ritardi, taxi introvabili, sportellate dei ritardatari, auto che ti investono anche sul marciapiede… ma l’humus non deve mai mancare. Perché se durante un aperitivo manca l’humus, beh, la gente può sbroccare per davvero. Tipo che un giorno qualcuno si sveglia, scende in piazza e inizia a sparare sulla folla. E uno dice: “Chissà che gli è preso, è matto.”“No, macché matto. Quello è un altro che non ha trovato l’humus all’ape di ieri.”

E dunque, questo martedì va fatto passare. Va fatto scaldare, insieme al pane, e intinto in una marea di ceci tritati. Tanto, che te frega? Sta settimana passa, avoglia che passa.

Cose da fare: 

Pazientare. Pazienta. Pazienza. Non si cambia vita di martedì, figuriamoci se puoi farlo oggi. 

Cose da non fare: 

Prendere decisioni. Piove? Metti il cappuccio. Hai fame? Riproponi l’ultimo ordine fatto su Deliveroo. Voglia di musica? Riproduzione casuale. Sei stanco? Spegni il PC. Oggi automatizzati e stai.

Canzone della settimana:

Bar della settimana:

@33GiriRoma

Cliché della settimana:

“Sanremo sono gli Oscar italiani.”

Ci sono cose che sembra ti debbano piacere per forza, anche se fino a poco fa non piacevano a nessuno. Ma nel momento in cui hanno consensi, beh, è finita: devono piacere anche a te. E improvvisamente devi quasi necessariamente farne parte, forse per non far sentire in colpa quelli a cui piace.

Ecco, negli anni questo fenomeno ha colpito tantissime cose: La Casa di Carta, The Bear, la Puglia, Venezia, i Queen, e così via. Da un po’ è il momento di Sanremo e di quelli a cui non frega un cazzo, ma che ti mettono comunque in una chat di gruppo chiamata “Fantasaremo” e, anziché chiederti come stai, ti dicono: “Quanti fantacrediti hai?” E niente, lo devi fare. Ci devi stare. Inutile sperare di recuperare se hanno detto no. Meglio sparire, non telefonare… per sentirsi dire un’altra volta no. Ecco, hanno influenzato anche te.

Parola di Dio:

Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio. Questa settimana, Dio dice:

“Nun ci si cura più, piuttosto si cambia. Si rompe qualcosa? Ti dicono che ti costa di più ripararlo che comprarlo. Stai male? Cambia medicina. Soffri per amore? Cambia partner. Dormi poco? Cambia casa. Sei nervoso? Cambia lavoro. Ma dico io, Fabbrì, ma quando cazzo abbiamo smesso di curare? Di curarci? Di curare le persone che amiamo, le nostre storie, le idee, il nostro tempo? Ma cosa cazzo succede? Ma cos’è ‘sto bisogno di getta’ via? Oh, guarda che io manco so dove si buttano certe cose, eh! Oggi è difficile pure indovina’ dove buttare la lattina della Coca-Cola, figurati se so dove posso getta’ il mi matrimonio. E poi per cosa? Per un dubbio? Per una stanchezza? Per cosa? Fabbrì, dimmi, per cosa cambiamo? Per cosa buttiamo via le cose? Per cosa non ci ascoltiamo più? Per niente, te lo dico io. Niente. Anzi, per il brivido de trova’ qualcosa de meglio.

“Nonno, mi so’ licenziato, cambio vita.”
“E che vai a fa’, amore mio?”
“Boh, non lo so, qualcosa di meglio.”

È questa dannata illusione del meglio che ci sta rovinando. Che non ci porta più a investire, a metterci in gioco, a prova’. Persino le vacanze la gente non le prenota più, che fino all’ultimo non si sa mai: magari arriva un’alternativa migliore e che volevi anda’ in Kenya e ti ritrovi in Sri Lanka e manco tu sai perché.

Curiamoci, Fabbrì. Curiamoci. Che a furia di curarci, poi quando dobbiamo cambia’ pure il cambiamento diventa bello pe’ davvero.”

Brand della settimana:

@ENSŌ

Film della settimana:

The order

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