
Il mondo è quel pianeta tondo, dove l’acqua prevale, le montagne si ergono altissime, il sole e la luna si alternano regolarmente, l’aria è ancora più o meno respirabile e, sostanzialmente, le persone che lo abitano vivono mediamente seguendo un solo grande sentimento: la paura.
Sì, perché gli abitanti di questo gigantesco pianeta rotondo vivono spaventati per gran parte della loro esistenza, costantemente, ovunque, così tanto che non ci fanno neanche più caso. Tra paure grandi e paure piccole, che se non bastano quelle che hanno già per loro natura e quotidianità, se le creano ad hoc, in un processo masochistico: le ricercano, le provano a sentire, le ricreano, come se non ne avessero già abbastanza. Guardano film horror, percorrono volontariamente strade notturne che sanno sarebbe meglio evitare o, per esempio, frequentano e conoscono sempre più a fondo i propri suoceri, scoprendo che il padre se ti tratta bene “è perché ti vede come un figlio” e se proprio gli stai sul cazzo “è perché ti vede come un figlio”. E non è difficile capire che questo è un modo per esorcizzarla sta paura e che probabilmente aiuta anche a sopravvivere.
E allora comprendo che anche a me spaventano un sacco di cose, tutte potenzialmente piccole. Per esempio, mi spaventano i saluti in metropolitana a qualsiasi conoscente, quando la fermata in cui devo scendere non arriva mai o è sbagliata e non so come comportarmi, dove guardare, quale temperatura scegliere per lamentarmi del tempo.
Mi spaventano tutte le allergie che ancora non so di avere e, quando mi chiedono se sono allergico a un farmaco, quel “non lo so” mi spaventa, eccome. Mi spaventano le grate, le grandi opere, le mani piccole, le strisce pedonali chilometriche che, se non le attraversi in tempo, scatta il rosso. Mi spaventa uscire senza carta di credito o quei secondi eterni in cassa mentre il POS legge il pagamento, mentre dietro di me si è formata una fila di persone impazienti e tutto sembra fermarsi: il cane che abbaiava all’ingresso in attesa del padrone, smette; il commesso che sistemava le cassette della frutta, smette; l’uomo con la cravatta di ieri che parla al telefono, smette. Tutti fermi, ad aspettare di leggere “transazione rifiutata” e di tifare per la reazione del cassiere, sperando che mi faccia il culo per averli fatti aspettare. Ecco, quella sensazione mi spaventa.
Mi spaventano i sacchetti di carta che non riesco ad aprire, le dita che vengono leccate per girare una pagina, le pagine strappate, quelle nuove e affilate che ti tagliano il polpastrello, l’umore, il sangue. Mi spaventano le forze dell’ordine, perché quando le vedo penso: “Ma che ci fa qui la polizia?”. E quando non le vedo penso: “Ma dov’è la polizia?”.
Mi spaventa essere arrestato da innocente e urlare: “Ma io non c’entro nulla!”. “Sì, come no.” Mi spaventano gli aghi, anche quelli di pino, che sanno essere feroci nel ricordarti che la natura ha in mano tutto, e sulle tue mani lo senti eccome. Mi spaventano le canzoni cantate a bassa voce, ma anche le frequenze troppo alte, i rumori, chi mastica mentre sei al telefono, chi telefona mentre sei in macchina, chi usa il vivavoce, chi dice “Viva il duce”.
Mi spaventano gli ascensori quando si chiudono, gli ascensori quando si aprono, gli ascensori pieni di persone che non rispondono ai “buongiorno” e poi non so più cosa dire. Mi spaventano le coliche, le decisioni semplici, chi dice “per me è uguale” e poi non è vero un cazzo. Mi spaventano le doppie file, le doppie punte, i doppi a tennis giocati contro uomini anziani e in sovrappeso, perché significa sconfitta annunciata.
Mi spaventano le pause negli annunci dei treni: quando dicono il numero e la destinazione, poi, in quei microsecondi, può succedere di tutto. Mi spaventano gli aerei, i voli di linea, quelli intercontinentali e quelli pindarici, che quando finiscono tutti e tre sei rincoglionito, spaesato, leggermente liquido.
Mi spaventa chi beve dalla cannuccia e fa rumore, le bottiglie e i mobili che scricchiolano la notte, il meteo della domenica mattina, capace di cambiare tutto e decidere al posto tuo. Mi spaventa la tecnologia, la logopedia, la gastroscopia, le gastronomie di una volta che ti dicono “qui facciamo il cibo come una volta” e poi ti deludono, perché nel menù scrivono parole che non so leggere bene, tipo topinambur.
Mi spaventano i giochi in televisione, i giochi di parole, i Giochi Senza Frontiere, le frontiere e quando ti chiedono se hai qualcosa da dichiarare. Mi spaventa dimenticare cosa dichiarare, dichiarare i miei progetti e poi non realizzarli, il tempo, gli orologi nelle sale d’attesa, quelli sui muri, in cucina, quelli simpatici o, peggio, moderni, dove al posto delle lancette ci sono le lettere, al posto dei numeri solo le lancette, e così via.
Mi spaventano le spiagge affollate, i centri commerciali, le sagre, le nuvole che cambiano colore, quelle che si muovono troppo velocemente, le velocità siderali, i sidri di mele e chi per ogni cosa dice “Ehi Siri”.
Mi spaventano le signore al mercato, le signore ai buffet che esprimono cattiveria e nostalgia, ferocia e prepotenza che se potessero ti chiamerebbero “Stronzo” pur di avere una Pennetta all’arrabbiata in più, che a casa di pennette ne hanno tantissime, ma è proprio il principio. Mi spaventano le schiscette da restituire, che se vuoi fare male a tua madre, un torto gravissimo, non devi restituirle la schiscetta, che lei ci penserà notte e giorno, che ti chiama solo per potertene parlare ma si sente in imbarazzo a farlo e va avanti così settimane, mesi, anni fino a quando poi non sbrocca, ed ecco, quando sbrocca mi spaventa.
Mi spaventano gli autisti a cui dichiaratamente non puoi parlare, gli automobilisti che si incazzano e quelli che non si incazzano mai, il mio tabaccaio che quando mi vede entrare prende già due pacchetti di sigarette, che un giorno mi piacerebbe spiazzarlo e dirgli: “Col cazzo, devo giocare al Superenalotto, merda!”. Mi spaventano i farmacisti quando ti guardano in silenzio e annuiscono, cosa sanno più di me? Quanto mi resta da vivere? Prendi tutti i miei soldi!
Mi spaventano i farmacisti quando mi chiedono la tessera sanitaria e quando mi elencano gli orari in cui prendere i farmaci. Mi spaventano le malattie improvvise, i malanni che non sai spiegare, le birre artigianali. Mi spaventano i cantieri sotto casa, quelli sopra casa mia, quelli a metà strada che ti obbligano a girare intorno. Mi spaventano gli uffici stampa, gli uffici simpatici che ti dicono “qui giochiamo a biliardino” i tornei di ping pong e tutti coloro che definiscono il proprio team di lavoro “una famiglia”, non mi fido di questa retorica e quindi mi spaventa. Mi spaventano le chiavi leggermente piegate che prima o poi si spezzeranno nella serratura e saranno le tre di notte e pioverà tantissimo e il tuo gatto, rimanendo senza cibo, si spegnerà lentamente.
Mi spaventano i post complottasti, i post sbronza, i post che diventano tali, ma anche qualche pre e qualche pregio che non sai come gestire. Mi spaventano le cene in piedi e chi ti invita dicendoti “porta quello che vuoi” che se porti da bere volevano il dolce e se porti il dolce “eh peccato, un’altra bottiglia di vino ci stava proprio bene”. Mi spaventano i discorsi sui soldi e chi parla costantemente di denaro, chi ti chiede se vuoi comprare casa, chi ti consiglia di farlo per non buttarli in affitto e chi non sa cosa significano determinate parole, chi non usa bene la grammatica, chi mangia per sfamarsi e chi non ama leggere tra le righe.
E allora penso che tutte questi piccoli spaventi, forse ci stancano più del dovuto e così finisce che quando torniamo a casa sbattiamo il piede contro la porta, accendiamo la televisione o scrolliamo il telefono, ci interfacciamo con notizie tremende, orrende, spaventose per davvero che non ci fanno più effetto. E cazzo però, perché quando vediamo che a Gaza altri innocenti continuano a morire sotto i nostri occhi, quando le guerre ci sfiorano e non ci eccitano, ci seducono e abbandonano, quando non sappiamo più da che parte stare e capiamo che non ci sono buoni e cattivi, allora forse li dovremmo spaventarci per davvero ma la nostra paura, ecco quella lì, l’abbiamo finita per tante cose inutili, banali e sciocche.
E allora penso che la paura sia un sentimento prezioso, non disperdiamola e usiamola per non voltare la testa ma per vivere ogni giorno per averne sempre meno, ma per davvero, che è un attimo che finiamo anche noi per dire: “Per me è uguale”.
Cose da fare:
Essere più spavaldi, coraggiosi, determinati. Imparare a rischiare e non solo quando si fanno le parole crociate sapendo di trovare nell’ultima pagina le soluzioni.
Cose da non fare:
Non farsi fottere dalla nostalgia, dalla pigrizia, dalle torte salvafragranza.
Canzone della settimana:
Bar della settimana:

@PizzaStella, Milano
Cliché della settimana:
“In città fa più freddo che in montagna.”
Questo è come quando hai un dolore in qualsiasi parte del corpo e ti dicono: ‘Non ci pensare’. Quando hai un problema che ti tormenta e ti ripetono: ‘Sì, ma non ci pensà’. O, peggio, quando hai fatto un errore irriparabile e continuano a dirti: ‘Non ce devi pensaaaa’. In quel momento pensi solo al non pensare, e il risultato è catastrofico. Questa frase mi rimbomba spesso, come uno di quei cliché da zuccherino post-medicina che le persone ripetono per placare la tua ansia del freddo. Sarà vero? Sarà falso? Non lo so. Nel frattempo, non ce pensiamo.
Parola di Dio
Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio. Questa settimana, Dio dice:
“Te lo sai qual è il più grande amore della mi’ vita, Fabbrì? La motocicletta. E sai perché? Perché m’ha insegnato due grandi cose: ad andà piano e ad accelerà. Mo’ nun te saprei dì come si fa a saperlo, ma lo senti, è un istinto naturale, anzi, per quanto mi riguarda, primordiale. Perché poi, nella vita, tutti a dì che bisogna rallentà, che bisogna godersi le cose, che nun bisogna spingé solo l’acceleratore. Ed è tutto giusto, eh, per carità. Però ogni tanto devi pure andà forte, veloce, devi sfruttà le cose, che poi, se nun corri, te le perdi davvero. O peggio, cadi. Perché sulla motocicletta nun se po’ sta’ fermi. E allora, delle volte, accelera. Accelera e fottitene. Tu vai. E quando i moscerini moriranno sul tuo parabrezza, allora potrai dì che, per ognuno di loro, hai guadagnato un’ora di vita. Quell’ora in più che ti sei preso con le tue mani, col vento, col sentire di dover andà dritto per la tua strada, lasciando che alcune cose sfocassero attorno a te.Anche perché l’occhio, le cose che contano, damme retta, le metterà sempre a fuoco.“
Brand della settimana:

@Lemiune
Film della settimana:
In the mood for love

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