BENTORNATI!!!
Lunedì
Lunedì saremo bocche troppo grandi per cibi troppo piccoli, piccolissimi, minuscoli: nouvelle cuisine, bignè mignon, caramelle zuccherate che si attaccano al palato, tra il trentunesimo dente e quel ponte che alla fine non porta mai da nessuna parte. Saremo tabelline facili da ricordare, quella del dieci o del cinque, campane da saltare, campanelle da ignorare, campanili in mezzo al nulla. Saremo elettricità a basso consumo, cuori da leggere a voce bassa, colli alti fuori stagione, ricordi d’estate, paure improvvise, generi musicali di nicchia: “La scena jazz etiope è ormai l’unica realtà davvero interessante”. Lunedì saremo agende scarabocchiate, forme falliche in ogni oggetto di casa, murales sgrammaticati, gesti scaramantici, letteratura da bar, da spiaggia, da rimpianti, quella dedica musicale che invii come atto d’amore a qualcuno, senza aggiungere una parola — che ormai l’hai quasi capito che, in certi momenti, forse, sarebbe opportuno stare zitti. Saremo suore che comprano biancheria intima, imbarazzo decifrabile dal colore delle nostre guance, dall’odore delle nostre lenzuola, da danze mentali in luoghi pubblici, dove non è consentito ballare ma neanche fumare. Saremo quel brano ad altissimo volume che ci rimbomba in cuffia e ci spaventa improvvisamente, una voce simile a quella di qualcun altro. Saremo i “mangia” delle madri, il “chiama tua madre” dei padri, i “Padre nostro” che non abbiamo mai pregato. Saremo scivoli in salita, calze bucate in case perfette, le salviettine di Trenitalia che ti intaschi perché “Oh, non se sa mai!”. Saremo tante cose, tutte importanti, tutte inutili, tutte unte d’olio che ti lecchi le dita una ad una con un piacere immenso, lo stesso usato per prepararti a vivere una settimana che promette di cambiarci ogni giorno, di non salvarci dai “ti ricordi”, dai “mai”, da quei “sì” impulsivi di cui ci pentiamo, dai “ti amo” sussurrati piano. Buona settimana, buon tutto, non perdiamoci di vista.
Martedì
I forti venti previsti per martedì non sposteranno di un centimetro i tuoi piani di rimandare qualsiasi cosa a una data non precisa. Tutto ciò che devi fare, se devi farlo, può aspettare domani, o dopo, o forse mai, in quel giorno ipotetico in cui sarai pronta a cambiare taglio di capelli, tinta, rossetto, casco e quella passione per i cucchiaini da caffè che non sai neanche più quando ti è venuta. Martedì una mano ti sfiorerà il polso, ti farà provare qualcosa e ti dimostrerà che, a differenza di quanto spesso ti senti dire, puoi ancora sentire le cose — e infatti sentirai qualsiasi forma di vita: il lamento delle cameriere e del loro salario, lo schiocco di un bacio di una coppia seduta dietro di te, le urla di un vicino di casa, l’odore dell’erba appena tagliata e di quella fotografia da cui non ti separi mai. Una fantasia ti toccherà il culo, un leggero tormento svanirà in un detergente per il corpo che non emette alcun profumo, e una scadenza rimarrà eterna. Così pensi che sarebbe bello se potesse succedere la stessa cosa anche per gli yogurt — ma ne stai per buttare uno, lol. Martedì potrai finalmente dare importanza ai tuoi contatti anche senza lenti, ti sentirai migliore di ieri, peggiore di un anno fa. Ti sentirai libera nel poter spogliare con gli occhi il tuo vicino di metropolitana, chiunque esso sia — anche se è la signora Silvana. Ti sentirai in potere di dire no, di annuire senza crederci, di credere in una forza superiore che ti porterà altrove per qualche ora, e lontanissima da Milano molto presto. Martedì cercherai un sogno da realizzare, una lista da cancellare, un evidenziatore pronto a cambiare colore… e perché proprio blu?
Mercoledì
Mercoledì esclamerai alla perfezione ogni singola parola, darai importanza alle vocali e cercherai di non confondere le consonanti con il tuo stato emotivo, che ti porta a dubitare di ogni singola certezza che fino a ieri era lì e oggi, non si sa come mai, non è più sul comodino. Mercoledì il “Dove hai la testa?” assumerà un nuovo significato, e andrà bene come risposta anche il “Non lo so”, perché, di base, certe cose non si sanno per davvero. Mercoledì vorrai essere una sciarpa, una di quelle cose che coprono ma mettono in difficoltà, perché puoi essere abile quanto vuoi, ma le sciarpe nessuno sa come metterle, quando indossarle, dove lasciarle nei posti chiusi. Vorrai sentirti a metà, perché è nella metà che ci sono le vere mete. È negli scalini al centro delle cose. È nel mezzo che si riscopre davvero chi sei, perché guardarsi indietro è facile e darsi un obiettivo finale è una fine che ci sembra lontana. E allora evviva le mezze stagioni, le mezze giornate, i giorni della settimana che tutti continuiamo a scordarci, come la Valle d’Aosta e i mercoledì. Mercoledì tieni un posto riservato alla tua monogamia, al tuo sentirti libero nell’esprimere un’emozione, alla tua meteoropatia fuori stagione, alla tua nitroglicerina scadente, alle paste poco croccanti, ai Vangeli mai letti, alle zampe tatuate su qualche parte del corpo, ai corpi che si trascinano via, alle sigarette profumate, ai profumi che necessariamente torneranno a tormentarti nel ricordo di qualcosa. Mercoledì è un giorno da mettere in pausa, un giorno per scandire bene ed ascoltare il suono di certe parole che — ancora non lo sai — ti faranno sentire vivo. Mercoledì non t’ho scordato mai.
Giovedì
Hai perso il filo del discorso ma non l’orientamento, hai perso la foto nel portafoglio ma non le rughe felici che ti regalai, hai perso le sabbie mobili ma non le radici. Giovedì sarà un giorno catalizzatore per i nostri sistemi solari, nervosi, sistematici. Sarà un giorno suscettibile, una canzone famosa usata come segreteria, un bip nel cuore della notte che non sai da dove arriva, una giornata asintomatica, e non servirà a nulla prendersi una pasticca precauzionale. Le gambe stanche continueranno a macinare chilometri, il macinapepe sarà esattamente dove lo hai lasciato e i voli per il mare ancora liberi. Prenoterai una vacanza mentale, un aereo al giorno, un disperato bisogno di sentirti dire che il weekend è arrivato e che stai follemente bene con una sega mentale sulla schiena.
Venerdì
Tutto cambia, tutto è veloce, tutto è mutevole. Tutto cambia. Il tempo cambia nel giro di un minuto (“Ti giuro che poco fa c’era il sole.” — “Occhio, che tra un attimo piove”). Tutto è diverso da come te lo ricordavi ieri, da come appare oggi, da come sarà domani. Cambiamo continuamente tutto. Se una cosa si rompe, non si ripara: si cambia. “Salve, mi si è rotta la TV, vorrei ripararla…” — “Signora, spende di più a ripararla che a comprarla nuova. La cambi.” Cambiamo macchina, tariffe, taglio di capelli, modo di fare yoga, case, piante, playlist, animali domestici, utensili, progetti, corsi. Ci sono cambiamenti piacevoli (“Hai cambiato aspetto”) e cambiamenti spiacevoli (“Hai cambiato aspetto”). Ci sono cambiamenti edificanti (“Da domani smetto di mangiare carne. Posso farcela. Devo farcela.”) e cambiamenti traumatici. Tre settimane fa, il bar sotto casa mia, siccome “è cambiata l’aria”, dopo trentacinque anni di onorata attività, ha emesso il primo scontrino fiscale.Tutto cambia: cambiamo la schermata del computer, account, password, PIN. Si cambia dieta, casa, canale, decoder, marito, moglie. Cambiamo biglietto del treno anche all’ultimo secondo, cambiamo pagina, serie TV, approccio, assicurazione, flirt. Cambiamo idea, sempre, su tutto, in continuazione. Chiediamo agli altri di cambiare: cambia, cresci, sii diversa, stupiscimi. Il cambiamento è tutto, perché la natura delle cose è transitoria. Ma in tutto questo cambiamento, c’è una cosa che non cambierei e che non cambia mai: l’amicizia che ho con questa piccola grande palla di fuoco chiamata sole, e con la sua primavera. Venerdì permettiamoci di cambiare, ma lasciamoci il gusto di non farlo mai.
Sabato
Il peggio è ormai passato. Il peggio è alle spalle. Il sole è ancora alto, sono le 19 e 19, e tu non sai cosa chiedere, non sai cosa desiderare. Lo hai scordato in un’agenda, in quelle settecento strette di mano, in una bottiglia senza messaggio. Non sai bene cosa hai fatto ieri, non ricordi il nome di chi si è presentato almeno tre volte, ma non puoi certo dimenticare il suo cattivo gusto e quell’accento un po’ borghese, un po’ ciociaro. Non sai bene cosa dovevi ricordare, e perché certe strade portano a Roma. Perché certe scritte è meglio evitarle. E perché ti dimentichi tutto, ma non di comprare frutta fuori stagione. Sabato è una prua diventata poppa, un cambio manuale, una partenza in salita, un ascensore rotto che ti permetterà di dividere le scuse in due, col resto di quattro. E il resto può aspettare. Prenditi una pausa, respira, e chiediti bene cos’è il polline, da dove arriva, e perché sospirare è la cosa che ti riesce fare meglio.
Domenica
La pioggia della domenica ci aiuterà a trovare ciò che avevamo perso sotto al letto, in quella borsa troppo grande in cui non trovi mai niente, in quei drink troppo pieni che ci faresti un bagno dentro. Ma Genova è ancora lontana per poterla vedere dalle terrazze del centro, ed il mare si sentirà solo tra i capelli, dopo aver fatto il caffè, o in un semantico e passeggero orgasmo dal sapore di amarena. Se l’ora è sbiadita sugli orologi, bisogna solo accettarlo, lasciandosi alle spalle l’apatia e la stanchezza settimanale, per sentir meno la posa dei rientri e le dita dei piedi, le energie di chi si sveglia preso bene, o di chi, in una sosta in doppia fila, decide a chi scrivere il proprio buongiorno. Domenica è una cerniera in attesa di aperture mentali da parte di terzi. Weekend, forse, non t’ho mai capito.
