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Hai presente quella sensazione di quando, preso dalla foga e dal gusto, senza accorgertene ti mordi un labbro? E lo fai con tutta la foga e la fame che hai in corpo — “GNAAAAM” — convinto di azzannare quel pezzo di cibo, quasi a mostrargli i muscoli da uomo alfa, o da Alberto Sordi: “Tu m’hai provocato ed io…”. E invece ti mordi un semplice labbro, una parte di te, un pezzo sensibile, e improvvisamente, per qualche secondo, la tua bocca sa di ferro ed edamame, di vulnerabilità e pronto soccorso, di sigarette e battesimi. Le labbra si gonfiano, i sorrisi si dimezzano, e il dolore lieve permane che vorresti proprio farti medicare e urlare “Qualcuno mi aiuti!”, che vorresti correre su Google e scoprire che ti restano poche ore di vita, che vorresti tanto non essere così drammatico, lasciarti andare, almeno prima che il circo lasci la città, che gli acrobati tornino a dormire e le bocche a chiudersi. Vorresti scrivere un testamento e lasciare tutto a chi non si aspettava che non lo avresti dimenticato. Ma niente, alla fine lo sai anche tu che con certi dolori bisogna conviverci e basta, e che non c’è gesso che tenga. Dopotutto, non si può mica ingessare una bocca: non lo si fa per quello che dice o non dice, figuriamoci per ciò che ha mangiato.

Ecco, questa settimana ci apparirà esattamente così: un po’ confusionaria, che non sa distinguere i giorni — “Ma oggi è martedì o giovedì?” — che non sa distinguere le ore — “Ma come fanno a essere le sei?” — e neanche le persone — “Ma tu… chi sei?”.


Ci apparirà come tutte le parole che non siamo riusciti a dire, perché spaesati, perché incapaci ancora una volta di collegare mente e lingua, gesti e carezze, lunaticità e gentilezze. Ci apparirà come un abito di seta in pieno inverno, come un oblio ammirato da un oblò, come un capello su un cuscino, come il profumo che lascia una scia ma non sa bene dove andare.

Ci apparirà come le carrozze a Central Park: belle, suggestive, ma… una cafonata infinita. Come le osterie per turisti, che la gente guarda e pensa “Ma so’ per turisti”, e magari si mangiava pure bene. In fondo, oh, mica i turisti devono mangiar male per forza.

Ci apparirà con la bocca piena, con un po’ di sangue qua e là, e con la solita lingua che, una volta scoperto dove andare, non si darà limiti e andrà a puntellare quella ferita interna causata dalla troppa voglia di mordere, dalla troppa verità, dalla precocità di un rapporto: di un rapporto sessuale, di un’intenzione divenuta abitudine, trasformata in novità, fraintesa in regolarità. Eppure, ogni tanto, è proprio di regolarità che si ha bisogno, quella che abbiamo sempre pensato uccidesse, ma che invece regolarizza e ti fa sembrare più lucido. Ma non è questo il momento, lo sappiamo. Anche sulle sigarette leggiamo “Il fumo uccide”, eppure…

Questa settimana diventerà un tic stravagante, una legione straniera, del fumo negli occhi, un clacson che suona non appena è verde, un cameriere inesperto, un pensiero incrociato, un tuffo carpiato, un’esagerazione da paura per tutte le cose semplici e banali che un po’, diciamolo, ci stanno sul cazzo.


Diventerà stancante ma piacevole, e se questa ferita interna causata dal morso passerà tra qualche giorno, questo martedì ci apparirà eterno. Ci scambierà per qualcuno che abbiamo visto ma non ricordiamo dove — “…Lipari, 2017, Calcutta alla radio, Papa Francesco ancora vivo, lividi qua e là?” — ci leggerà le mani senza svelarci il futuro, ci analizzerà il torcicollo per ricostruire dove siamo stati, dove abbiamo dormito, e quali mani abbiamo usato per sostenerci il viso, i sogni e le sveglie doppiate.

Eppure niente, un po’ siamo in vacanza e accetteremo di confondere i giorni. E proprio come per quella ferita interna, non possiamo farci un granché. È un altro ponte che ci dà le vertigini, è un altro disastro post-apocalittico ma in giardino, è una voglia matta di partire, di organizzare cose, di scrivere a coloro che non sentiamo da una vita, e un altro non sapere come fare. Sentirsi al posto giusto, al momento giusto, ma con pensieri sbagliati.

Questa settimana ci ricorderà che aprile è finito, che i nostri aerei pindarici verso il futuro prossimo sono appena partiti, che siamo sì tornati ad avere i piedi bagnati, la sabbia nelle scarpe, i pensieri simili al colore dei nostri capelli, ma che ci sentiamo gli stessi, anche se aspettavamo questa pausa da un po’.


È che il problema è proprio questo: mettersi in pausa. Perché dopo cinque minuti che abbiamo organizzato il nostro relax, ci chiediamo cosa farcene di tutta questa tranquillità. E se finiremo per guardare un altro volo, un’altra destinazione, un’altra vacanza mentre siamo già in vacanza, non è colpa nostra, ma di questa grande bocca che non sa proprio stare ferma.

Cose da fare:

Tapparsi il naso prima di tuffarci, accettare quasi tutto, perché l’acqua nelle narici ci avvicina all’estate ma anche ai raffreddori.

Cose da non fare:

Aver paura. Paura del freddo quando fa caldo, del caldo quando fa freddo — “Porto un maglioncino che non si sa mai…” — del cielo quando è tranquillo ma anche quando inizia a incazzarsi. Togliere le pile, metterle in un cassetto e non farsi ingannare da una batteria che appare stanca, perché anche se siamo abituati a buttare le cose, per alcune basta solo aspettare che si ricarichino.

Canzone della settimana:

Bar della settimana: 

@Atelierprato (MILAN)

Cliché della settimana:

“Chi è nato al mare, tornerà a vivere al mare.”

Sei in vacanza, hai un bicchiere colorato in mano, guardi il tramonto, cerchi lo sguardo di chi è seduto vicino a te, ti dimentichi l’odore che hanno le strisce pedonali appena fatte, ti dimentichi il nome del tuo commercialista, il numero dell’analista e i compleanni di chi vuoi bene. Ti scordi il caffè di Starbucks, le metropolitane affollate, i parcheggi in doppia fila, le doppie corsie strapiene, i doppioni al supermercato con lo stesso prezzo. E per un momento pensi a quanto la vita sarebbe più facile se solo l’odore delle palme non fosse così lontano dalla tua scrivania. Ti riprometti che tornerai a vivere qui — “Mollo tutto e mi apro un agriturismo” — e pensi che la vita sia follemente più facile. Il mare è qui, tu dove sei?

Parola di Dio

Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio.

Questa settimana, Dio dice:

“Ogni tanto guardo mi’ moglie e penso che mi mancano le parole. Ma non che le ho perse chissà dove o che non le ho… mi mancano proprio, ché non riesco a scandirle. Mi mancano le parole per dirle ciò che non le dico mai, per dirle che è ancora così tanto bellina come trent’anni fa. Per dirle che non è vero che non voglio annà a fa’ la spesa con lei. Per dirle che mi manca ogni volta che me manca, che non avrei mai immaginato un futuro così presente insieme. Che la parabola non l’ho mai aggiustata solo per poter fare l’amore un’ora in più Che il divano ogni tanto è freddo senza de lei. Che il telegiornale non ha così senso se non me lo spiega o se non glielo spiego io. Mi mancano le parole per chiamarla con nomignoli scemi, per dirle di partire per Venezia e andarci in macchina… e lei mi risponde: ‘Ma solo gli stronzi vanno in macchina a Venezia!’ E io annuisco e rido. Mi mancano le parole per ordinare i pensieri di tutti i giorni, che so’ semplici, facili da morì. Che so’ davvero frasi elementari, difficili da scordà. E questa è na sensazione strana, perché quando hai pensieri così vivividi e presenti nella mente, che so’ lì e si ripetono… non riuscire a scandirli è proprio un peccato. E i giorni passano, le piogge tornano, ed io resto sempre il solito stronzo. A Fabbri, allora sai che te dico? Che nella vita, ogni tanto, è meglio esse stupidi che stronzi. Che tutti ti diranno il contrario, ma è solo perché hanno paura a sentirsi goffi, ignorando che è proprio la loro goffaggine il segreto della nostra umanità, dell’eterna giovinezza, dell’amore. Fabbrì… sii goffo, senti a me.”

Brand della settimana: 

@Pompei

Film della settimana:

Habemus papam, Nanni Moretti

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