
Che tu a metterti nei panni dell’altro sei proprio bravo e non smetti mai di ribadire il tuo talento nel trovare grandi occasioni ai mercatini vintage. Che tu a essere leggero ci provi per davvero, è che a furia di provarci, sta benedetta leggerezza è diventata pesante, un macigno, un mezzo busto rinascimentale che segna un taglio netto tra il presente e il passato, il vecchio e il nuovo, una cinnamon e una Big Babol revolution. Che tu, con le marce, proprio non sai guidare, eppure programmi tabelle in continuazione: scadenze, fusi orari, fusioni cerebrali, pietanze da friggere, salare, saltare.
Ti chiedi perché aspetti il sole tutto l’anno e adesso che c’è, che è lì sopra di te, te lo godi all’ombra. Ti chiedi cosa siano le ascisse e le ipotenuse, se le sirene possano avere dei figli e se la luna storta valga anche alle tre del pomeriggio. Che poi questo nervosismo, sta benedetta luna, non te lo sai proprio spiegare: è arrivata, un po’ come arrivano le multe, le raccomandate, le raccomandazioni, i “te lo avevo detto“, le indigestioni da Chianti, i pianti per un reel di TikTok, che ti guardi pure in giro per vedere se qualcuno ti sta guardando, per rispondergli: “Scusate, è che ultimamente sono tanto emotivo“, che anche l’emotività arriva, di punto in bianco, come quando improvvisamente ti piacciono i dolci.
Così cerchi empatia ovunque: a casa dei tuoi amici (“Senti, ma che belle queste tende, sono nuove?” “No, le ha messe mio nonno nel Sessantadue”), nei signori al supermercato (“Prego, vada avanti lei” “No, guardi, a me stare in fila piace tantissimo”) e nei posteggiatori abusivi (“Ti ho preso un bel panino, tieni, mangia” “Ma io ti buco le gomme, dammi i soldi a pezzo de merda”). Ma niente, il mondo è empatico solo dopo le ventitré, è empirico solo dopo la vendemmia e la pancia piena, è erotico solo con chi mangia porridge e se ne vanta.
E quindi? Beh, niente. Non c’è molto da fare se non stare: stare con questo pensiero passeggero, con un magone in primavera, con un maglione in spiaggia che “non si sa mai”, stare con i propri pensieri, sempre quelli, sempre gli stessi. Ti chiedi proprio com’era la tua vita prima di pensare, di stare con il mal di mare, il mal d’Africa e i vestiti coloniali che fanno chic ma anche un po’ de panza. Con la fretta e l’ansia degli altri (“Serve qualcosa?” “No, grazie, stavo solo guardando”), con i succhi di frutta senza zucchero, con i succhi gastrici delle due di notte, con le estati senza te, con le smagliature davanti al caffè, con pensieri magri, digestivi lisci, balli caraibici, ansiolitici naturali — che ne so — una gara di golf.
Stare con le allergie che non hai, con i sogni strani, infranti, sfiniti. Con le diete fai da te, la frutta in scatola, le angurie che non sanno di niente; con le origini dei cibi “Guarda che sto salame è toscano, è bono” “Eeeh sta ricotta è di giù, oh a stronzo, è di giù”. Con gli ascendenti che non capisci, con i proverbi che non sai, con gli aforismi e tutte le frasi dei biscotti della fortuna.
Stare con le allergie improvvise, con la voglia di ridere, piangere o di mangiare lituano, così a buffo, che una donna incinta ti fa un baffo. Stare con le tue cinquanta idee diverse, con i malumori che ti crei, con le esaltazioni che ti fai, con chi non sei mai stato ma ti riconosci, con i parastinchi, i parafulmini e tutti quei paradossi che proprio ti vorresti tatuare.
Questo martedì hai perso il senso l’orientamento, il silenzio, la crema solare dello scorso anno che, anche se è evidentemente gialla, è ancora buona; con i messaggi nei libri, gli scarabocchi nei bagni, i numeri di telefono dei camionisti, le pubblicità che non finiscono mai e che ci ricordano che anche se le feste stanno per terminare, ci sarà sempre una scarpa in promozione, un biscotto cucinato “come una volta”, una macchina che, dopo settecento rate e dodicimila giorni, sarà finalmente tua.
Martedì, proteggici l’anima, riflettici in una pozzanghera, prestaci un piedistallo, un binocolo, un unicorno, un giorno, un tonno pinna gialla.
Cose da fare
Preparare la cena più buona dell’anno, smettere di riflettere, agire senza se e senza ma, comprare una nuova crema, spellarsi fino alla fine, andare punto e a capo, punto vita, punto G.
Cose da non fare
Rimuginare, smettere di credere nel sole, leggere oroscopi tutti uguali e farlo ad alta voce, a tavola, ai tuoi amici: “Oh senti, ci ha preso!”
Canzone della settimana:
Bar della settimana:

@dextersoundbites
Cliché della settimana:
“Al mare si mangia bene ovunque”
Il mare lo fa: fa sembrare tutto più buono, che quando sei in vacanza e hai fame, qualcuno dal niente questa frase te la dirà. Si chiama felicità, impazienza, gola. Perché alcuni cliché, del tutto immotivati o dettati dalle circostanze balneari e poetiche, ipotetiche e strettamente colorate, vanno bene così e stanno bene su tutto, rendendolo buono, proprio come un fritto.
Parola di Dio
Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio.
Questa settimana, Dio dice:
“Lentamente il passato torna a farci visita, le luci si spengono da sole e tu sei lì che pensi al mare, alle onde, ai capistazione che fischiano… ma ‘ndo trovano tutto quel fiato? Te lo sei mai chiesto? Eh certo, tu ‘ste cose mica te le domandi. Nessuno più si fa domande che non vengano dettate da risposte, domande che non puoi sapere.
Siamo abituati a chiederci cose scontate e a pensare così di aver soddisfatto la nostra curiosità, tutti a dì: “Ah beh, no vedi, sai, cioè devo proprio dì che io sono una persona curiosa”. Ma la vera curiosità sta nelle cose a cui non hai mai pensato, in quelle che proprio sai che non puoi sapere di aver voglia di scoprire.
Sei davanti a un’edicola, ti cade l’occhio su un giornale di fiori e cani, e lo apri. Ecco, è lì che sei curioso te. Allora devi nutrirla, ‘sta curiosità, che è sempre stata lì eh, basta solo sbloccarla. E proprio come il passato, quando meno te l’aspetti, Fabbrì, torna in te.
Magari davanti al camion dei gelati — che tu mo’ mi dirai: “Ma chi l’ha visto mai?”
Eh invece l’hai visto, solo che non te lo ricordi. Certe cose te le scordi facilmente, eppure sono lì: una mano che solo sfiorandoti ti eccita,
una domanda apparentemente banale,
una valigia fatta di fretta,
un cono che casca per terra e che da allora ti fa scegliere la coppetta, tu’ madre che ti dice: “Oggi non ci andà a scuola”. Tutte ‘ste cose mica te le ricordi, no?
Ecco, allora datte tempo, sforzati, ricordatele e fatti domande, ma tante.
E quando scoprirai che non c’hai risposta, solo allora capirai che sei sulla strada giusta.”
Brand della settimana:

@homies
Film della settimana:
Una notte a New York

