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Un caffè per dirsi ciao

Seduto in una caffetteria con molte più piante appese che clienti seduti, sorseggiavo un americano così lungo da sembrare una relazione in standby. Sicuramente più profondo di certe piscine sui rooftop e fontane comunali. Più caldo di alcune reazioni, nazioni, coordinate. E mentre il vapore del mio bicchiere si confondeva con pensieri sgarbati e annoiati, con capelli in disordine e cappellini con iniziali a me ignote, con lenti opache e sporche e su alcune gestazioni occasionali dei prêt-à-porter, al tavolo tre una coppia era intenta a dirsi addio. Ed è stato allora che mi sono chiesto:
“Ma il caffè lo beviamo ancora… o ci limitiamo a usarlo come scusa per dirsi ciao?”

E forse non c’è risposta, anche perché dietro un “ciao” si nascondono tante cose diverse e può voler dire mille cose:

ciao, come stai?
ciao, ti ricordi di me?
ciao, non ti voglio più.
ciao, era meglio non vederci.
ciao, peccato.
ciao, ti amo ancora.
ciao, addio.

E allora comprendo che oggi abbiamo così tanta scelta che non c’è scelta. Che tutto ha un luogo ben definito per tracciare e catalogare il nostro quotidiano, e che queste caffetterie così ben organizzate e stracolme di t-shirt parlanti, playlist canadesi e QR code qua e là, sono diventate i nuovi teatri delle nostre crisi esistenziali.
O meglio: palcoscenici dove dire cose difficili con tazze compostabili tra le mani.
Tremendamente semplici.

Oggi, infatti, non chiedi un semplice espresso.
Chiedi una scelta di stile, un posizionamento etico, un’identità alimentare.
Latte di avena, soia, cocco, mandorla — e attenzione a non nominare il lattosio, potresti finire bannato dalla città.

E poi arriva Agata, occhi da sud e cuore parcheggiato in doppia fila a Milano, con le quattro frecce. Dieci anni fa era qui e si diceva “è solo per un po’”, e oggi si ripete “sì, ma in questa città io mica ci vivrò per sempre”.
Chiede un espresso normale.
La barista la guarda come se avesse chiesto di fumare dentro. Nel 2025.
“Ma lo vuole con la caffeina?”
“Sì grazie, me lo faccia doppio… ma, signorina, si sente bene?”

Ma lei non si scompone. Beve, piange, sorride.
E io la invidio un po’.
Perché in quel momento capisco che certe donne non ordinano un caffè: lo affrontano.

Il vero caffè, quello amaro, quello che ti sveglia più della notifica del tuo ex alle 2 di notte, si è perso.
È diventato un oggetto di scena. Un modo educato per tenersi occupati mentre si recita un copione che nessuno ha mai voluto scrivere: quello delle conversazioni di commiato. Quelle che iniziano con “come stai?” e finiscono con “stammi bene”.

Il vero caffè, quello amaro, sbrigativo, risolutivo, si è perso.
Travolto dai sottobicchieri compostabili e dal design nordico.
Oggi si beve più per trattenere qualcosa tra le mani che per restare svegli.
Si beve per restare fermi mentre si lasciano andare parole difficili.
Perché diciamolo: il caffè lo si ordina per avere qualcosa da stringere mentre si dice “ciao”.

E forse è proprio questo il punto: il caffè è l’ultima forma di intimità che ci concediamo senza sembrare disperati. O capaci ancora di esprimere emozioni senza timore reverenziale. È un alibi urbano, una scusa elegante per dire qualcosa che altrove non sapremmo dire. È il sipario che si alza sul microdramma delle nostre vite emotive.
Altro che happy hour: è un sad coffee.

E così, mentre il bicchiere si svuota e la coppia del tavolo tre esce ognuno da una porta diversa, mi chiedo:
“Il prossimo caffè lo prenderò per me?”
O sarà solo l’ennesimo modo elegante per dirsi… ciao?

Cose da fare:

Non leggere il menù e ricordarsi che alcune voglie, alcune cose, alcuni bisogni si sanno già. Si sanno e basta. E che a leggere c’è tempo, in fondo l’estate è alle porte.

Cose da non fare:

Mentirsi. Continuare a farlo. Non smettere di farlo. Guardarsi in faccia anche se si dorme a pancia in giù. E ricordarsi che i camerieri si limitano alle domande senza preoccuparsi delle risposte.

Canzone della settimana:

Bar della settimana: 

@Cafecenc

Cliché della settimana:

“Musica così, non ne fanno più”

L’estate è alle porte, le hit parade tornano a tormentarci e qualcuno, mentre aspetta di scaldare il proprio livello corporeo prima di tuffarsi, esclamerà questa frase. Ecco, abbiate pazienza: in tanti amano ricordare cose belle per far spazio a ciò che non gli è mai stato detto o ascoltato.

Parola di Dio

Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio. Questa settimana, Dio dice:

“Ma te, te rendi conto che nella vita Pippo Baudo è vivo e Battisti no? Ma te, te rendi conto di che ingiustizia è mai questa? Ma dico io, la vita è ingiusta — e non è colpa di Pippo, poraccio — è che stavo proprio pensando che, fino a quando non si riescono ad accettare certe ingiustizie, è proprio difficile evolvere, andare avanti, cambiare canale. Che io, ad esempio, non lo cambio manco più. Lascio guardare a mi’ moglie ciò che le piace. Lo prendo come uno degli ultimi atti d’amore che mi concedo. E poco importa se mi tocca guarda’ cose irrilevanti e vuote, lei è felice, e stasera va bene così. Sai perché te lo dico? Perché sono arrivato a capire che certe cose bisogna accettarle e basta. Sono così. E che passiamo così tanto tempo a farci delle domande, che neanche capiamo, che poi ci sentiamo stanchi e non c’abbiamo voglia di fa’ niente. E i giorni passano, e noi siamo lì a scapocchiarci su concetti astrusi e difficili. E allora, le ingiustizie son solo un banco di prova per capire se siamo ancora centrati. Accettale e vai avanti, senti a me — che per sentirci stanchi, ci sarà tanto tempo.”

Brand della settimana: 

@grandlemar

Film della settimana:

Vizio di forma

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