
E se tutto ciò che non capisco… fosse solo una forma superiore di comprensione?
Tipo quella sensazione improvvisa, un po’ ridicola, che ti coglie quando una cosa pare semplice — e invece c’è sempre un file allegato. Un file metafisico, un PDF non editabile, quasi invisibile. E sopra c’è scritto: “Leggi bene le condizioni”. Che tu vorresti proprio dirgli: Ah, PDF, che cazzo vuoi? Non sei mia madre!. E non lo leggi, perché alla fine nessuno le legge mai, ‘ste condizioni.
È come le clausole dei contratti: firmi un contratto e non lo leggi, ma lo firmi, e poi quello ti torna indietro come un malocchio, per poi dirti “come sono sfortunato”. Perché certi allegati si leggono a metà: la prima e l’ultima parte, o solo ciò che ci interessa. Sono come la vita: una mail senza allegato, una delega senza convinzione, un tentativo goffo di spiegarsi, che nasce già stanco.
Come quando è facile e la rendi difficile. Quando è difficile e tu, ostinato come un’ape davanti a una finestra chiusa, non ti arrendi.
E se tutte queste cose… in realtà, avessero un senso? Come quei messaggi vocali da un minuto e quarantasette secondi. Perché 47? Perché non 46 o 50? È un numero disgraziato. Uno scarto. Uno scivolamento. Un’oscillazione senza eleganza.
E quei vocali che iniziano con: “Ma figurati, non è successo niente”, e invece poi succede tutto. Monologhi da tragedia greca in tuta felpata. Un Carmelo Bene senza trucco, con la voce rotta, che racconta l’apocalisse sentimentale dentro un bifocale in affitto.
E allora forse sì: anche ciò che non capiamo ha un senso. Magari nascosto in fondo a una tazzina di caffè, presa in pigiama alle otto del mattino, nel bar asiatico sotto casa che odora di detersivo e rimpianti.
Non per stile. Per resa. Nessuno ha detto nulla. Né la barista, che sembra Sofia Loren se avesse scelto ragioneria. Né il vecchio con la Settimana Enigmistica. In copertina un gerarca nazionalista. Il passato ritorna sempre, ma senza glamour. C’è pure quello che fa finta di lavorare al laptop. Da tre mesi. Nessuno sa chi è, cosa scrive, perché sospira. Forse scrive a un cartomante. O alla madre. O a una donna che l’ha lasciato via email alle 5:04 del mattino. Nessuno lo sa. E forse va bene così. Forse il mondo ha smesso di giudicarci. O forse siamo tutti troppo impegnati a decifrare i nostri cortocircuiti affettivi per notare il pigiama degli altri.
C’è questa leggenda urbana: che dobbiamo sapere tutto. Chi siamo. Cosa vogliamo. Perché controlliamo se ci ha visualizzati e poi facciamo finta di niente. Ma io non capisco niente. Anzi, mi piace non capire. Tipo: perché alcune persone mi fanno sistemare i capelli e altre mi fanno venire voglia di spogliarmi? Perché l’amore senza etichette è il più burocratico di tutti? Perché il sesso può essere un carnevale e, il giorno dopo, una veglia funebre con gli avanzi? Perché alcuni autobus se ne vanno senza di te, e altri ti tengono dentro anche quando volevi scendere? Eppure, in mezzo a questa confusione brillante, ci sto. È come nuotare in una piscina vuota e farsi andare bene anche il rumore delle piastrelle.
Perché non capire tutto… è sexy. Sexy come chi ti guarda quando hai un’afta in faccia. Sexy come un toast bruciato e un bacio rubato. Sexy come chi resta, senza avere idea del perché. E allora? Niente. Forse non capisco le donne, le pause, le sigarette accese senza voglia, le partenze con valigia leggera e i ritorni con il cuore pesante. Ma ho capito che certe cose non tornano perché siamo noi a essere fuori tempo. E il bello è proprio quello: non capire tutto, ma restarci dentro lo stesso.Con la faccia sgualcita, e il pigiama addosso. Tanto oggi non ti giudica nessuno.
Cose da fare:
Programmare i prossimi passi, i piccoli passi, i passetti iniziali o finali, o tutti quelli che ti portano ad attraversare le strisce pedonali toccando solo la parte bianca, o a salire le scale a tre scalini alla volta. Questa settimana non dobbiamo mollare, non farci abbattere dalla pioggia, dalle irregolarità sentimentali, dal fatto che non sappiamo ancora dove andare in vacanza. Non molliamo.
Cose da non fare:
Aprire il cloud. Controllare chi eravamo lo scorso anno, dove eravamo e come. Perché, a prescindere dalla risposta, per guardare avanti abbiamo capito che non serve a nulla girarsi.
Canzone della settimana:
Bar della settimana:

@Calisto (Amsterdam)
Cliché della settimana:
“Il tennis è uno sport mentale.”
Sarà per questo che ci sentiamo così forti nel giocarlo, anche se non siamo mai scesi in campo? Perché noi, esperti in viaggi mentali atletici, pippe ultraterrene, pensieri articolati… la mente l’abbiamo allenata tutta la vita.Quindi diciamo un grande bentornato a Jannik. Sei uno di noi, in tutti i sensi.
Parola di Dio
Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio.
Questa settimana, Dio dice:
“Ah Fabbri, non te fida delle rose: so’ finte, so’ chimiche. Non te fida delle cose che ti piacciono troppo, di quelle che ti devono piacere per forza perché piacciono a tutti. Non te fida di quelle che non ti piacciono perché l’hai deciso prima. Non te fida de ‘ste cazzate, perché non c’è niente de peggio che seguì un ideale nel piacere. I piaceri so’ liberi, anche quando un ce si capisce nulla. Tipo che ti piace ‘na roba fuori dal tuo ordinario e ti vergogni quasi a dì che ti garba… Ecco, quella è la libertà. La libertà di decidere, di sperimentà, d’esse curioso. Perciò, non te fida della prima cosa che ti viene in mente…ma sempre dell’ultima.”
Brand della settimana:

@bonsoirs_home
Film della settimana:
On the rocks (Sofia Coppola)

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