Chiara odia sentirsi dire che è permalosa. “Eh certo che a te non si può proprio dire niente.” “Brutto carattere.” “Ma stavo scherzando…” Non tanto per orgoglio. Quanto perché è vero. Ma non lo ammetterà mai. Le hanno insegnato che negare è un modo elegante per sparire, per risolvere i teoremi complessi, gli angoli convessi, le ipotenuse e tutte quelle cose che non riesce a ricordare ma che dovrebbe. E, in fondo, le riesce bene, perché così li ribalta quei difetti, li trasforma in dettagli trascurabili, la aiutano a fumarsi una sigaretta in più senza sentirsi in colpa, a girare il caffè senza metterci troppo tempo, a essere amorevole senza impegno eccessivo.

Eppure, sotto sotto, è capace di riconoscerseli, alcuni. Tipo: sa benissimo che uno dei suoi difetti è che non sa chiudere le telefonate. Non le spegne. Le lascia morire. Aspetta che l’altro resti, così da poter restare lì a sua volta. A contare respiri. A sentire bambini che piangono, vecchi che bestemmiano, moto che sgasano… e sorride pensando ai genitali minuscoli di chi le guida. Pensa: “Ho detto tutto?” Ma le manca sempre qualcosa. Un pensiero, un argomento finale. Un secondo abbondante. Un po’ come quella coppa C di un reggiseno che una volta ha invidiato dalla vetrina di un negozio. Una frase in più che non serve, ma consola. Che poi, a dirla tutta, ‘ste benedette frasi in più… dove si trovano? Si comprano? Sono in offerta? Che forma hanno? Non sa dove cercarle, ma alla fine sa di trovarle. Poi chiude. Sempre lei. Sempre dopo. E si chiede: che cosa voleva sentire lui? I respiri? Ecco, Chiara odia condividere il respiro. Come odia dormire con qualcuno. Troppo vicino, troppo vero, troppo sudati. Ama quella frase, anche se non ci crede: dormire è più intimo che scopare.

E intanto le telefonate finiscono. E la gente legge i menù dei ristoranti prenotati poco prima di uscire di casa. Sceglie il vino in ascensore. Recensisce il piatto prima di assaggiarlo, in motorino. E Chiara si chiede: quando abbiamo smesso di sorprenderci? Quando abbiamo finito per ordinare tutti la stessa cosa? Tipo… un’insalata di riso. Un piatto che non emoziona: educato. Freddo, talvolta freddissimo. Funzionale. Anti-abbiocco, anti-sesso, anti-desiderio. Un piatto che ti riporta alla realtà e che ti ricorda di non esagerare, che centellina i chicchi per farli incastrare in qualche dente, per far sì che continui a cercare qualcosa, per rendere autentico anche un momento di fame. Un piatto che fa aumentare i rimpianti, perché poi, tutti — nessuno escluso — tornando a casa, pensano: cazzo, dovevo prendere le lasagne. È che scegliere dal menù mette in difficoltà, perché in qualche misura bisogna abbattere le proprie comfort zone. E alcuni ristoranti, più che luoghi dove consumare un pasto, diventano posti di autoanalisi.

E questa settimana sarà così. Assomiglierà un po’ a Chiara, a tutti quei suoi piccoli difetti che potremmo benissimo trasformare quasi in pregi, in certezze, in cinture dai buchi infiniti. Sarà una settimana simile a quell’insalata di riso con dentro un frigorifero intero: la nostra inspiegabile e improvvisa stanchezza, quei sogni strani che facciamo da un po’ di tempo, le scollature che lasciano intravedere mondi interi, fantasie e ologrammi. Un’insalata in cui dentro ci sarà il countdown per la prossima vacanza o l’ansia per quel viaggio ancora non prenotato, un labbro che farà male per quante volte è stato morso, un pollo ripieno, un testo svuotato di poesia, una bozza che è lì da un po’, una proposta scritta male, incompresa, indefinita. “Scusa ma cosa stai cercando di dirmi?” “Non lo so.” Ecco, questa settimana ripartiremo dai “non lo so”. E non c’è ChatGPT che tenga, perché riscopriremo il coraggio di poter dire: non lo so, non ci capisco proprio un cazzo io. E va bene così.

Sarà una settimana digeribile, ma senza gusto. Piena di scelte che non hai fatto. Di “tutto bene” detti con un universo disintegrato nel piatto. Saranno giorni in modalità aereo e, proprio come in volo, ti rimarrà quella fame che non è fame. È nostalgia a forma di toast ben cotto e cremoso — insomma, perfetto. E succede anche con le parole. Con i vocali non inviati. Con i messaggi mai letti. Con le partenze immaginate troppo a lungo. Succede anche con te stesso, che ormai non ti parli più. Succede che non sai se ti stai muovendo o sei fermo. Se è il tuo treno o quello degli altri. Se sei partito o già in ritardo.

Ti chiedono: “Che fai?” e tu rispondi quello che vogliono sentirsi dire. Non “Scrivo.” Non “Guardo la TV.” Non “Non dormo più.” Dici: “Lavoro nel digital.” Nel digital. Dove tutto passa, ma niente si tocca. Dove anche “ti penso” sembra spam. Dove le emoji fanno da tappabuchi al coraggio, e i like da tarocchi alla propria voglia d’amore. E così, anche questa settimana sarà fatta di chiamate lasciate aperte. Di “a dopo” che non accadranno. Di canzoni interrotte a metà. Una settimana da leggere come un oroscopo in un bagno di bar. Con sospetto. Con distacco. Con una fede scema. E poi, alla fine, mentre mangi un’insalata di riso, pensare: accidenti, questo stronzo ci ha preso.

Cose da fare:

Attraversare con il verde, non con il rosso, non con l’arancione, ma solo quando è verde, perché forse, ogni tanto, fermarsi è bello: ti fa alzare la testa al cielo e captare una luna che proverai a fotografare ma… senza successo.

Cose da non fare:

Correre, sbuffare davanti a chi non corre, maledire chi va piano.

Canzone della settimana:

Bar della settimana: 

@Ateliercezanne

Cliché della settimana:

“La frutta migliore la compri al mercato.”

Vero. Ma vaglielo a dire che a stento hai tempo per fare pipì, e che ti piacerebbe proprio, di mercoledì mattina, alle 11, prendere un caffè lungo, il sole, e passeggiare tra angurie, insalate e pesche buone. Vorresti proprio, ma sei già su Prime. That’s life.

Parola di Dio

Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio. Questa settimana, Dio dice:

““Un amico mio, l’altro giorno, mi fa: “Oh, ma sai che ho prenotato le vacanze di Capodanno?” “Ma come Capodanno?” gli faccio io. “Ma te sei matto?!” Ma come fanno ‘ste persone a programmare sempre tutto? Quando lo fanno? Come ci riescono? Io non so neanche cosa mangerò a cena, vado al supermercato tutti i giorni perché son indeciso… E poi loro, invece, sanno esattamente cosa vogliono fare tra un anno! Dicono: “Eh, ma risparmio.” Ma non soldi, no… loro risparmiano energie. Pensano di poter controllare tutto, di indirizzare i loro umori futuri, di poter decidere come si sentiranno, senza lasciare le cose al caso. Che proprio gliela vorresti dire la tua, ma non lo fai, perché tanto non lo capirebbero. Così li guardi, sorridi… e pensi a cosa mangiare stasera. Fabbri, non lasciarti tentare dalla voglia di sapere, ma accetta lo scoramento della volontà di scoprire.”

Brand della settimana: 

Film della settimana:

The Master

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