“Tutto d’un fiato”

Da quando Giulio è andato via di casa, sua madre ha trasformato la sua cameretta in una specie di santuario e laboratorio d’arte, dove si diletta a dipingere paesaggi privi di prospettiva, che le amiche commenteranno con entusiasmo: “Bellissimo questo prato fiorito!” – “Mah… in realtà quando l’ho fatto pensavo al Parco Nazionale d’Abruzzo.” “Vabbè… è bellissimo!” Ignorando il fatto che questi complimenti alimenteranno la sua vena artistica e che, a fasi alterne durante l’anno, si ritroveranno in casa questi quadri donati per il proprio salotto. Che disgrazia.

Ma non solo: in quella camera si diletta anche a creare graziose sciarpe fatte all’uncinetto, per togliersi l’ansia dei pensierini di Natale. O forse l’ansia in generale, tipo quando sente un’ambulanza passare sotto casa, che non importa se il figlio vive a Londra da sette anni, per lei in quell’ambulanza ci sarà comunque Giulio. Per togliersi l’ansia che suo figlio non si sia ancora sistemato e che incontri solo ragazze che non amano l’arte. Non come lei. 

Per questo le sue sciarpe vengono donate a Natale: per dare serenità e far sentire tutti uguali e più caldi. E così, grazie a quelle sciarpe, la famiglia di Giulio vive ogni celebrazione con la gola coperta,  ma non abbastanza da far passare quel nodo in gola che non sanno proprio spiegarsi, che si portano dietro da tutto l’anno e che, per comodità, traducono e minimizzano come un senso di nostalgia verso qualcuno: “Eeeeeh… da quando nonno Piero non c’è più, la casa è vuota.” Ed è una menzogna bella e buona, perché a nonno Piero non lo poteva vedere nessuno. Ma è molto più facile rimpiangere che affrontare, è molto più difficile cercare di capire cosa ti fa star male che rifugiarsi dietro la nostalgia. Nostalgia di che, poi? Di ciò che hai scoperto essere una merda? E questa la chiami nostalgia o liberazione? Che è molto più complesso affrontare le cose di petto che metterle da parte, dietro qualsiasi speranza.

Da quando Giulio è andato via di casa, sua madre ha comprato un cagnolino bassissimo, pelosissimo, bruttissimo e che abbaia per ogni minima cosa. Ha fame? Abbaia! Ha bisogno di uscire? Abbaia! Vede Stefano De Martino in tv? E abbaia, eccitandosi anche un po’, dopotutto, lui e la mamma di Giulio non sono così diversi. Ma il cagnolino, anche se non lo sa, è l’ennesima vittima che annuisce ai suoi discorsi per mostrarle vicinanza, facendo sì con la testa, come a dire: “Sì, ho capito, non è un bel periodo.” In lui, lei rivede suo figlio, di tanto in tanto gli pone anche domande retoriche o pretende risposte: “Dì mamma… maaaaam-maaaaa!” O peggio: “Se mi dai un bacio, ti do la crocchetta, me lo dai?” E niente, la sua vita scorre così.

Quando Giulio la va a trovare, la sua vita sembra non esser mai passata, trascorsa. Sembra esser rimasta sempre lì, a sette anni prima, quasi congelata. Come se non avesse mai vissuto davvero qualcosa, come se il suo master non fosse mai terminato, come se quella macchia sui pantaloni non fosse mai andata via, come se il suo cuore non si fosse spezzato e ricomposto almeno cento volte, che fatica. Come se non avesse mai odiato i capperi. “Ma da quando non li mangi, i capperi, Giulietto?” “Da mai, mamma… da mai!” Come se fosse tutto immobile, persino quella polvere sulla foto dei compagni di classe sembra esser rimasta lì. Però ci torna. Almeno fino a quando non scende dal treno è felice. Lo sa bene che torna un po’ per affetto e un po’ per senso di colpa, un po’ per nostalgia e un po’ per non sentire ancora sua madre chiedergli: “Ma quando torni? Non ti fai vedere mai!” Che fosse una volta venuta a trovarlo lei. Ma va bene così.

Certe cose non sai come spiegarle, e anche questo Giulio lo sa bene. Giulio, dopotutto, non capisce un sacco di cose e, proprio ultimamente, guardandosi allo specchio, si è detto chiaramente che lui, della vita, non capisce un cazzo. Che non è un modo di dire qualsiasi, o una frase per fare colpo al primo appuntamento: è una verità che si impone e si ripete: “Giulio, tu, della vita non capisci una sega.” Ed è proprio così: non ci capisce nulla. Non capisce nulla del mondo che lo circonda, non capisce nulla delle persone. Non capisce perché in certi bar il caffè è buonissimo e in altri disgustoso, non capisce perché a volte preferisca il bar dal caffè disgustoso a quello buono. Non capisce perché si è imposto di non vedere più niente, di non vedere chiaramente, di non vedere più quella che pensa essere l’amore della sua vita. Non capisce perché pensa sempre ad alcune persone e riesce a vederle ovunque — che ne so, anche in una striscia pedonale: “Guarda, ma questa sgommata non ti ricorda Rebecca?”

Non capisce nulla. Non capisce come le persone abbiano sempre così bisogno di capire, di riconoscersi “Ahhh, io sono fatta così!”“Io solitamente non faccio questo.” “chi mi conosce lo sa”E lui vorrebbe tanto dirgli: ma tu… che ne sai? Tu come fai a sapere chi sei? Come fai ad avere tutto chiaro?

Non capisce chi sa benissimo qual è il proprio film preferito, colore, canzone, che lui non sa scegliere o peggio non si ricorda cosa ha visto e gli è piaciuto, non se lo ricorda, non è cattiveria. Non capisce come si possa amare e, il giorno dopo, smettere di farlo. Non capisce niente — e ne è contento.

Perché si mette in gioco, perché non capire lo porta a conoscere, a scoprire qualcosa di nuovo. E allora, alla fine, accetta anche di andare da sua madre e di portare il cane fuori per lei, di incontrare persone terribili nell’aria cani che lo fermano e che parlano con il cucciolo, come se potesse rispondere: “E tu amico peloso? come ti chiami?” E Giulio risponde per lui: “Si chiama Zeus.” E loro: “Oooh, Zeus! Che bel nome! E quanti anni hai?” E sempre Giulio: “Sette…”  E loro rincarano: “Oddio, sette! Ma sei grande tu, eh! E chi è il pisellone di papà?” E Giulio: “…Io.” E allora Giulio lo sa che, delle volte, non capirci un cazzo è molto meglio.

Meglio così, perché è un’ammissione spontanea: non per forza devi sapere tutto. Chi l’ha detto? Che ci vuole più coraggio a dire “Ragazzi, io della vita non ci ho capito un cazzo” E allora va bene anche non capirci un cazzo di oroscopi, che tutti si chiedono il segno zodiacale come se fosse qualcosa di davvero rivelatorio, di non capirci nulla di finanza, di politica, di libri — che quando gli chiedono “L’hai letto questo?” lui vorrebbe rispondere sinceramente: “Guarda, grazie della fiducia eh, però te l’ho detto, non ci capisco un cazzo io.” Perché non capire è una qualità, non un difetto. Una qualità. Viviamo in un mondo dove i difetti sembrano pregi, ma restano difetti. Ti ha tradito? È uno stronzo, non un figo. Ti ruba le monete di nascosto? È un ladro, non uno sbadato. Hai paura di amare? Non sai difenderti, stai perdendo un’occasione.

E allora un altro weekend è finito, e alla radio L’italiano di Tozzi scorre veloce. A Giulio viene in mente che questa canzone è un po’ come la vita: orecchiabile, ma di raro squallore. Gli vengono in mente degli operai italiani immigrati che la cantano a squarciagola in un paesino in provincia di Bruxelles: sono nostalgici, ma in quel momento felici.

E allora godiamo anche delle piccole cose, anche se sappiamo che passeranno. Come quei cinque minuti lì, e quando saranno andati via sapremo come proteggerci da essi. Magari con una bella sciarpa gentilmente offerta da sua mamma.

Cose da fare:
Accettare l’idea di non capire come unica soluzione per trovare la verità.
Dimenticarsi di dover necessariamente trovare un senso, sentirsi spontanei, ascoltare l’istinto, Pino Daniele, i Corvi, lasciarsi andare.

Cose da non fare:
Essere razionali.

Canzone della settimana:

Bar della settimana: 

@cucinafranca

Cliché della settimana:

“Non è tanto il freddo, quanto l’umidità”

Mettiamoci comodi, inizia a far freddo, fuori i piumoni e buonanotte.

Parola di Dio

Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio. Questa settimana, Dio dice:

“Che fine ha fatto il tuo sorriso? È colpa della guerra e della tua guerra interiore? Che fine hanno fatto le tue parole gentili? Che fine ha fatto la tua gentilezza… che fine hai fatto tu? Che senso c’ha, vivere senza virtù? A Fabbri, la mi’ moglie è ’na santa, sai perché? Perché non m’ha mai chiesto cosa c’avessi, come sto facendo io ora. Ha sempre e solo capito come fare. È ’na santa, lei. Lei c’ha l’amore vero nel taschino, anche se ogni tanto mi odia. Lei sa cosa rispondere, senza alcuna domanda. E questo significa èsse innamorati: non domandassi mai nulla, ma fa’… fa’ e basta.”

Brand della settimana: 

@beaulares

Serie della settimana:

Master of none


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