“Ora” dove sei?

Sei stanco, ammettiamolo, sei proprio stanco. E la cosa che ti stanca di più, alla fine, è non sapere mai il perché sei così stanco, che tutti, appena hanno l’occasione, te lo fanno notare: “Sì sì, ma si vede che sei stanco tu, eh…” “Ma in che senso?” “No, vabbè, cioè stai sempre bene, solo che… si vede.” “…Ah, grazie.” E tu annuisci, ci pensi e proprio non riesci a darti una spiegazione, sei solo stanco. E, dato che lo sei da un po’ e non ne conosci il motivo, questa cosa ti irrita.  Sei stanco, stanco di pensare, di non pensare, di guardare l’armadio e vederlo sempre uguale, di non aver ancora trovato il giusto paio di jeans tra questi ottantasei modelli diversi, ma è inutile quello giusto ancora non c’è. 

Stanco di non saper cosa cucinare a cena, mai, perennemente, costantemente. Stanco di riordinare casa ogni giorno, che sembra non lo fai dal novantadue, di ordinare cinese ogni sera, di riordinare le idee ogni ventisei ore e di ritrovarti sempre allo stesso punto di partenza.  Stanco di aver voglia di uscire tutte le sere, stanco di non aver voglia di uscire, di uscire ma senza sapere il perché, tanto qualcuno ti verrà a prendere. Sei stanco di bere dalla bottiglia, che quando hai sete l’acqua non va giù bene, si blocca in gola e la plastica fa strani rumori, come se la stessi torturando: si contorce su se stessa e ti fa passare la voglia. Ma sei stanco anche di bere quando non hai sete e poi ti ritrovi a far pipì ogni sette minuti.  Sei stanco di contare i minuti, di non ricordarti che giorno è, e poi di ricordartelo e di intristirti perché è ancora martedì. Perché sembra tutto così lontano… da cosa? Da tutto.  

Sei stanco di non trovare posto nel tuo ristorante preferito in una sera banale, tipo il mercoledì, quando fa molto freddo, la città è deserta, i ristoranti sono tutti vuoti tranne il tuo “Ma da quando si prenota anche a metà settimana?” “Da sempre, qui si prenota sempre!” Sei stanco di sentire la parola “sempre”, che poi cosa vuol dire, in fin dei conti, “sempre”? Si presuppone che qualcuno conosca anche il prima. E così sei stanco anche di quelli che la utilizzano con certezza assoluta: “Eeeeh, ma è sempre stato così.” “Lui ha sempre vissuto qui.” “Ho sempre sognato quella cosa lì.” Ma cosa ne sai? Come fai a saperlo? E soprattutto, dove sei stato per dirlo?  Sei stanco di quelli che hanno una risposta a tutto, di quelli che ti danno una soluzione a ogni cosa ma tu volevi solo lamentarti , di quelli che ti consigliano di andare in analisi “perché ti salva la vita” o di non andarci “perché ti salva la vita”, e di quelli che usano la spiritualità per giustificare tutto quanto: “Io alcune cose le sento.” Che vorresti urlargli: ma che senti? Cosa senti tu? Cosa? Che tu, a stento, senti la sveglia; i podcast crime che ti inquietano ma che, con lo zucchero nel caffè, sono digeribili, di sentire i progressi sportivi degli altri “Oggi il PT mi ha fatto i complimenti.” PT, lo chiamano così… 

Stanco di sentire i tuoi colleghi lamentarsi per qualsiasi cosa, i mantra da due lire, i segreti nascosti dietro chi fa meditazione e ti dice che se non la fai sei proprio un coglione. Stanco di sentire le coppie che non parlano al tavolo vicino al tuo, quei silenzi li senti tutti e ti prometti di non diventare mai come loro. Stanco di sentire freddo quando tutti hanno caldo: “Ma non avete freddo?” “No! Stiamo benissimo noi!” Vabbè, fanculo! E viceversa.  Stanco di non sentire nulla, di non sentire bene chi stai diventando, chi eri, chi sei ora, che se ti guardi bene ti stai sulle palle da solo, chi non sei mai stato e di sentire quelli che ti dicono: “Con questo tempo non si capisce più nulla.” Loro hanno un posto d’onore nella tua classifica di stanchezza.  

Sei stanco di sentirti pigro o iperattivo, che poi guardi l’ora e sono già le 20. Stanco di non sentire la sua voce, di non imitarlo più, di non vedere la sua orrenda camminata, il suo odore, di vedere oltre le cose, di andare al parco e non rilassarti, di non fare la lavatrice, di masturbarti.  Sei stanco persino di trovare scuse alla tua stanchezza: “La colpa è del cambio di stagione.” “Ho dormito poco. Anzi, forse ho dormito troppo.” “Questa settimana è troppo lunga.” Che, diciamolo, tra le scuse è quella che più fa ridere, perché lo sappiamo tutti che tu sei stanco dal 22 agosto, altroché. Ancora prima di tornare dalle ferie, quando, al termine della vacanza, pensavi che ti serviva un’altra vacanza, quando abbracciando i tuoi compagni di viaggio, temevi per i ritorni, temevi per quelle lacrime mai asciugate, per la salsedine sul braccio che sarebbe andata via prima o poi, tipo quel tatuaggio fatto sulla spiaggia che ricordi bene.  

Sei stanco di chi approccia male, ma anche di chi usa una finta originalità: “Ma io e te ci siamo visti a una vacanza a Salina?” Sei stanco di dire che sei stanco, così ti ripeti che stai bene, e lo fai con tutti, a prescindere dal contesto: “Sto ‘na favola!” È la risposta a qualsiasi domanda che ti viene fatta. “Come va?” “Sto ‘na favola.” “Hai prenotato per stasera?” “Sto ‘na favola!” “Giallo o verde?” “Sto ‘na favola!” E così via.  Che questa autoconvinzione ti serve terribilmente per andare avanti, e lo sai, ti serve per non cadere, per non sentirti perso, per non sbagliare ancora, del tutto, per non sentirti in colpa, per non pensarci più e per inventarti nuovi hobby. “Mi sono iscritto a un corso di cucina crudista.” “E cosa cucinate?” “Niente, è tutto concettuale.”  

Sei stanco del fatto che ogni anno, alla fine, arriva inesorabilmente l’inverno. E lo fa proprio adesso, in questo preciso momento. E ‘sta cosa non ti va giù: ti fa sentire nuovamente derubato, derubato da quell’ora che ti tolgono, da quell’ora in più o in meno che nessuno sa dove va a finire. E tu, cazzo, lo vuoi sapere dove va, dove va questa ora che sparisce per sempre, senza neanche essere vissuta, senza darti la possibilità di crearti un ricordo, di annoiarti perché non passa mai o di rimpiangerla perché è passata troppo in fretta. Non esiste. E tu non puoi accettare che una cosa che hai visto anche per qualche secondo non esista. Improvvisamente, un’ora all’interno della tua vita, ogni maledetto anno, sparisce e nessuno se la ricorda, nessuno può cercarla. Cambia e basta. Erano le due di notte? E paff, improvvisamente non ci sono più. Riparti da un orario diverso, e poi il sole va via e non sai più dove poterla ritrovare.  E le cose che spariscono improvvisamente, sono meschine. Così la rivuoi indietro, non tanto perché ti serve, proprio per principio, la rivuoi così com’era: 

“Dottoressa, la rivoglio indietro io quell’ora… cosa ci avrei fatto? Beh, non lo so, forse l’avrei fotografata. Perché io, le cose, ultimamente le devo fotografare tutte, per non scordarle. Le fotografo e le incornicio e me le ricordo, gli do un senso. Un tubo elettrico complicatissimo? Lo fotografo e lo incornicio! Un pensiero? Fotografo. Una domenica mattina? Pure. Io devo la fotografare tutta sta realtà, perché è il mio unico modo per capirla, dottoressa. Così, quell’ora, l’avrei fotografata e col cazzo che me la portavano via… No, vabbè, scusi, non volevo essere volgare… ma non dicevo a lei, scusi.”  Così, in tutta questa stanchezza, ti ricarichi nel sapere che il tuo prossimo obiettivo sarà recuperare energie per riprenderti tutto ciò che non hai ancora incorniciato, per poter definitivamente dire: Io sto ‘na favola!

Cose da fare:

Riposare, schiarirsi le idee, fermarsi, sentire.

Cose da non fare:

Riempire i vuoti, i carrelli, le rubriche.

Canzone della settimana:

Bar della settimana: 

@LANNANPANTRY

Cliché della settimana:

“La musica di oggi non è più quella di una volta” 

Tra i miei preferiti, se la batte solo con “I giovani non hanno voglia di far niente” a voi il verdetto. 

Parola di Dio

Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio. Questa settimana, Dio dice:

“T’ho mai parlato di Carletto? No, eh? L’uomo che parlava alle cose, una specie di San Francesco dei mobili: comodini, cassettoni, cucine, tutto. Uuh, ma dovessi vedere che discorsi faceva! Lui, se vedeva ‘na lampada, la asciugava per ore… poraccia. Ecco, io a Carletto l’ho sempre invidiato. Ora tu ti aspetterai che ti dica che tutti lo prendevano per matto ma che in realtà era un genio, vero? No. A Carletto mancavano delle rotelle che, se ci pensi, è pure meglio: se le avesse avute, asciugava pure loro. Ma l’ho sempre amato io, perché lui riusciva a vede’ ciò che io non potrò vedere mai. E guarda che rosico forte, perché io voglio vede’ tutto, e ‘sta cosa che lui ci riusciva e io no mi faceva incazzare. Quindi ogni tanto penso che vorrei essere Carletto pure io… perché la cosa più bella della vita è vedere, e fidarsi che ciò che vedi è sempre reale.”

Brand della settimana: 

@backmason

Film della settimana:

The secret life of Walter Mitty

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