
Sono le nove meno venti, ci sono otto gradi, si intravede ancora la luna sotto le nuvole di fumo delle vecchie caldaie, sotto questo sole malato, dentro quelle tazze enormi ma con poco caffè. Un odore di umidità misto a croissant caldi del bar davanti a casa tua invade il tuo naso freddo e bagnato quasi quanto la strada di questa mattina, i soliti cinque piumini imbottiti che passano di lì ogni giorno alla stessa ora si presentano davanti a te puntuali, avete gli stessi orari, riesci a riconoscere i loro volti, li vedi ogni mattina, non vi conoscete, eppure ti piacerebbe tanto salutarli, ma anche solo scambiare loro un cenno d’intesa, proprio come si fa in paese, in quei paesi di giù o di sù, dove tutti si conoscono e si dicono soddisfatti “Qui ci aiutiamo a vicenda!”, ma non è vero, sotto sotto si odiano, si odiano tutti, fino all’ultimo.
E allora tu vorresti proprio salutarli, questi cinque sconosciuti che vedi ogni mattina, sarebbe bello, ma non lo fai, almeno fino a quando non lo faranno loro, ma sei pienamente convinto che prima o poi succederà e che avete lo stesso identico pensiero, sarà che gli sconosciuti sono sempre timidi prima di conoscersi, sarà che avete entrambi le mani, la testa e il cervello gelato, sarà che ci si vede sempre qualcosa di male nelle cose in cui non c’è niente di male, sarà che a Milano non c’è il mare.
Sono le nove meno dieci, pedali, hai freddo, anzi dire freddo è riduttivo, hai tanto freddo, freddissimo, esageri, usi superlativi in modo casuale: “freddissimo”, “tantissimo”, “gelatissimo”, ti fanno stare bene e danno l’idea della tua sofferenza, impietosirti oggi ti dà la carica, perché in questo periodo ti senti strano, non sei triste, sei solo strano. “Che hai? sei strano” E cosa vuol dire? Se lo sapessi non ti sentiresti più strano ma avresti un’emozione addosso, fatto sta che hai fredd…issimo. Ma è normale, è appena iniziato novembre, le lucine di Natale sono già ovunque, sei circondato, e lo sarai sempre di più, presto ti circonderanno le persone in fila nei negozi, un esercito inibito di lamenti e di giacche tenute sulle braccia a causa della forte aria condizionata, lo sarai dai tuoi parenti, da quelli che vedi solo a Natale e da quelli che scoprirai improvvisamente di avere: “ma tu come hai detto che ti chiami?” “Franco, lo zio Franco.” “Ma scusa, ma zio di chi?” Sarai circondato dalle auto in doppia fila, dai Babbi Natale fuori dai supermercati, dai messaggi sui gruppi di Natale che ti continuano a torturare proponendoti date a suon di “sì, ma vediamoci prima di Natale eh! Così ci facciamo gli auguri”. Sarai circondato dai buoni propositi, dalle panze piene, dalle cirrosi epatiche, dagli aliti cattivi e pesanti quasi quanto la cattiveria delle vecchie in fila alla gastronomia intente a comprare di tutto, tutto ciò che è commestibile: “Se me togli quel grasso, ti ammazzo!”
Sono le nove meno cinque, pedali, hai sempre più freddo. “Ma cos’è quest’anno? Non è mica normale eh!” Oddio, sì, l’hai pensato davvero, sei diventato come tua madre, hai paura, ti eri giurato che non lo avresti mai fatto, ma non c’è tempo di spaventarsi, stai congelando e le tue mani cercano quasi di abbracciarsi, di toccarsi tra loro, ricreando un’immagine da Cappella Sistina, come se volessero dirti “non temere, presto sarà tutto finito”. Tu le ringrazi e, sospirando, ti chiedi: ma alla fine, quando arriva questo fantomatico “presto”?
Alla fine, hai sempre odiato questa espressione, perché è finta, non esiste, è come dire “vedrai che passa” o “tranquillo, non è successo niente”, mentre davanti a te, forse, hai appena investito un ciclista e in quell’esatto momento la persona che ti è di fianco ti dice sorridendo “non preoccuparti, non è successo niente”: e invece è successo tutto, ma sentirlo ti fa bene, che strano….
E quindi anche l’espressione “presto” oggi la accogli e ti illudi, perché ogni tanto illudersi è follemente bello, credi che sia una delle poche cose rimaste. Tuo padre direbbe “almeno sulle illusioni non ci paghi le tasse”, e chissà, forse è vero, anche se alcune sono così reali, le rincorri così tanto che qualcosa finisci per pagarci o lasciarci. Ma a te oggi non frega nulla, hai deciso di illuderti e va bene così, fa un freddo cane e continui a ripeterti “daje, presto sarà tutto finito”, ti illudi e va bene così.
Sono le nove e, nel dubbio, aumenti il passo sperando di scaldare il tuo corpo. Le tue gambe si muovono veloci, te ne rendi conto, ti senti un po’ come loro, quelli che vedi correre la mattina pensando “ma chi ve la fa fa?”, sentendoti anche in colpa. Ma non potrai mai diventare come loro, che al semaforo saltellano, con una t-shirt bianca sopra il pile e una cuffietta di lana bagnata ancora prima di uscire. Loro saltellano, tu pedali, quasi corri, e nel mentre ti domandi com’era avere caldo, ti chiedi se in città, a metà luglio, soffrivi come ora, ti interroghi su cosa sia meglio e arrivi alla conclusione che è sicuramente meglio soffrire il caldo, eppure sei certo che qualche mese fa hai sicuramente pensato il contrario. Ti chiedi quale sia il posto giusto per te, la città ha una scadenza e non hai ancora alternative, ma sai che c’è, prima o poi, forse in campagna, forse davanti alle onde.
Perché ognuno ha il suo posto, anche se ancora non lo sa, anche se alcune persone sembrano saperlo benissimo quale sia il posto degli altri, tipo quelli che dicono “Oggi quel tipo l’ho messo al suo posto.” Ma quale? “Mario? Un bravo ragazzo, sta sempre al suo posto!” “Lo vedi lui? È arrivato la scorsa settimana e già rompe, è uno che non sa stare al posto suo.” E ancora: “Eh ma è partita Giorgia, eh certo, è andata nel suo posto.” “Paolo? Sono sicura che è in un posto migliore.” Ma come fanno a saperlo? Come posso credergli? Ma soprattutto chi è Paolo?
Sono le nove e un quarto, fa ancora freddo, lo riconosci, ti taglia le guance, lo hai già visto, lo hai vissuto, forse nella serata più bella della tua vita, forse in quella più amara. Quando l’hai conosciuta faceva freddo così, e allora improvvisamente è falsa la frase di tua madre “che l’anno scorso non era così”: era così, era un anno fa. Lei aveva un passo di quelli che si possono solo disegnare su un foglio bianco o su un’agenda mentre sei al telefono, aveva una sciarpa avvolta attorno alla testa, il suo sorriso sporco di rossetto ti aveva fatto pensare alla brevità della tua esistenza, ti aveva gelato il sangue che, provenendo da un freddo micidiale, ti aveva fatto sentire un’afa mai provata prima. Poi “piacere, è tanto che aspetti?” Tu avresti davvero voluto dirle “da tutta la vita”, ma non sei così retorico, minimizzi e fumi una sigaretta. Lei è davanti a te, e allora forse, per un attimo, hai pensato a tutte le cose che non capisci, forse per un attimo le hai capite, le hai comprese, le hai accettate, forse per un attimo hai pensato di essere nel posto giusto, per un secondo soltanto hai detto a te stesso “va bene così”, per un minuto non hai voluto che presto finisse tutto, volevi solo guardarla ancora, non sentire niente per sentire ogni singola cosa e dirle: “non preoccuparti, non è successo niente, è solo novembre, e prima che tutto abbia inizio, finiamola qui, finiamola qui.”
Cose da fare
Mettere una sciarpa in più, uno strato in meno, un pensiero tra due fette di pane, mangiarlo, digerirlo e prepararsi al prossimo.
Cose da non fare
Rassegnarsi al tempo, non è mai troppo tardi, anche per iniziare a suonare il piano, per pentirsi nel momento dell’ordinazione, per ridere di una stessa battuta.
Canzone della settimana:
Bar della settimana:

@Balay
Cliché della settimana:
“Le cose semplici, sono le migliori”
Se fosse vero, perché ci piace complicarci cosi tanto la vita?
Parola di Dio:
Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio, e questa settimana Dio dice:
“Fabbri, i miei occhiali nuovi, li detesto già, non mi servono, in sto periodo ho capito che alla fine nessuno vede con gli occhi, ma con il cervello. Che si vede proprio bene con quello, perché anche il cuore è bastardo, noi vediamo col cervello, ricreiamo volti, situazioni, case, si po esse ciechi ma vedere benissimo, sentire, osservare rimanendo a occhi chiusi. È lui che ci muove, anche quando pensiamo di non averlo, di averlo soffocato, spento, affaticato. Così a me sti occhiali stanno sulle palle, ma non posso portarli indietro, il migliore amico mio mi vedrebbe troppo male”
Serie della settimana:

PLURIBUS (Apple TV)
Brand della settimana:

@Husbandsparis
RILEGGI I VECCHI MARTEdì
