Il futuro è passato.

Bentornati. È il 2026, anche se su quei fogli bianchi scrivi ancora 2025, forse perché hai il sospetto che il futuro sia già passato da un pezzo. Forse è passato in silenzio, come fanno le cose importanti quando non vogliono farsi notare o come chi fa beneficenza e dice che per farla bene non bisogna dirlo, ma alla fine te lo sta dicendo e si piace da morire.
Forse il futuro è rimasto impigliato nei buoni propositi scritti ad agosto e lasciati a ingiallire, come quei foglietti spiegazzati che ritrovi un anno dopo nella tasca interna di una giacca che non mettevi più. (Ma perché piuttosto non troviamo mai dei soldi in quelle giacce?)
Forse il futuro è sfrecciato via sulle biciclette che ti tagliano la strada mentre qualcuno gli urla “A stronzoooo, sei sul marciapiede… a pezzo de merda te gonfio!”, convinto che a volta basti urlare per rimettere ordine nel mondo, o almeno nella propria testa.
Forse il futuro si è sciolto nelle sigarette che non hai ancora diminuito, anche se ti eri promesso di farlo: “Quest’anno fumo meno, anzi fumo meglio….” Come se il problema fosse lo stile e non il gesto. Forse il futuro si è annodato nei nodi alla gola che ingoi, nei polipetti che ti tolgono la voce e in quelli ben cotti che te la restituiscono, riportandoti al mare, a fingerti sazio per lasciare l’ultimo pezzo nel piatto a chi hai davanti come vera prova d’amore: “No davvero, sono pieno. Prendilo tu.”
Forse il futuro si è fermato al semaforo, nelle cinture spezzate, nelle funivie che non hai mai imparato a prendere, nelle stazioni, nelle monodosi, nel mondo dei sogni che visiti solo quando dormi male. Al risveglio, con quella frase addosso: ho sognato di sognare, na cosa di una tristezza infame.
È il nuovo anno, dicono, ma la vita non cambia mai, soprattutto di martedì. Al massimo si allarga, lievita un po’. Ciò che è certo è che cambi tu: il modo in cui le parli a sta vita, come le dai del tu, come la osservi meglio, come la insegui, la rivivi, la riavvolgi, la dimentichi. Ti guardi vivere, ti senti. E a volte, incredibilmente, ti piaci. Ti piaci anche con una calza rotta in taxi o mentre l’ennesimo amico si sposa per davvero, e un karaoke è tornato di moda.
Mangiare con le mani resta anche nel 2026 la tua dote artistica principale: il tuo modo personale di scappare senza andare da nessuna parte, di toccare con mano ogni singola cosa. Così mangi e, guardando le tue dita unte d’olio, pensi che loro si ricordano sicuramente meglio di te dove stavano quando stavano bene, quando erano ferme, quando stavano e basta. Forse si è rotta anche la memoria in taxi, non solo le calze. Sempre passando per una strada che non facevi da un po’.
Sei tornato da poco, ma ti sembra di non essere mai andato via. Le idee sono ferme all’ultimo appuntamento e a quella domanda che dovrebbe sempre spiegare tutto: “Ma tu… di che segno sei? Anzi no, non dirmelo, lo indovino.” E non importa se lo azzecca al decimo tentativo, ci fingeremo sorpresi, come facciamo con chi per ancora un po’ ti continuerà a dire “Buon anno”, ti prometterà di vederti di più. “Dai, però becchiamoci un po’” Ti chiederà che aerei prenderai ad agosto e scarabocchierà agende nuove fingendo di prendere appunti importanti mentre nella realtà sta disegnando senza pudore solo enormi falli, come se quello fosse un modo per dire a se stesso: sono vivo. Questo perché anche se è il 2026 c’è ancora chi pensa che basti un segno zodiacale per spiegare tutto e per assolverti da ogni colpa. Se il tuo segno non piace, loro ti rassicurano: “Vabbè, ma tu non sei un Leone normale, sei un caso isolato.”
L’amore nelle radio locali e nei bar anche quest’anno resterà il tema preferito: chi ce l’ha, chi lo cerca, chi è stanco, chi riempie il silenzio per non sentirsi, chi ordina cinese scrollando Instagram, chi parla da solo e chi parla sotto cassa con una persona carina ma dal nome banalissimo. Va bene così. È un nuovo anno, lo stesso secolo, un millennio che finge di essere diverso.
La lista dei buoni propositi è sempre lì, ancora da iniziare. Però nel frattempo hai comprato un comodino nuovo e questo sembra proprio un nuovo inizio. Poi il taxi frena, svolta a sinistra, scendi. Il tassista ti aspetta, ti guarda entrare a casa, ti guarda il culo per l’ultima volta e, per un istante, non pensa alla morte ma, godendosi la scena e il tuo fondoschiena, si dice ad alta voce: “Caro Rimini 83, la tua vita è fottutamente breve.”
E così io mi sono chiesto: se il futuro è già passato, cosa stiamo aspettando, esattamente?
Cose da fare:
Rispettare il tempo, la nostalgia, la lentezza del cambiamento. Rispettare le pagine scritte e quelle che verranno, quelle che qualcuno ci ha strappato e quelle che ci hanno tagliato un polpastrello. Rispettare le parole istintive, anche se sembrano un mucchio di cazzate. Rispettare il prossimo: quello che ci cammina lentamente davanti e che odiamo, quello che ferma il passaggio per fotografare una Ferrari, quello che in cassa è indeciso, quello che mangia mentre è al telefono. Rispettare, pazientare, sentirsi a buon punto della nostra personale preparazione atletica alle cose future.
Cose da non fare:
Forzare la mano, le cose, il tempo. Leggere dal basso verso l’alto, volere un finale, qualsiasi esso sia.
Canzone della settimana:
Bar della settimana:

@Chuck’s (Milano)
Cliché della settimana:
“Il freddo fa bene alla pelle.”
Grazie, davvero. Adesso non vedrò l’ora di uscire dal piumone con -7 gradi al mattino.
Parola di Dio:
Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio, e questa settimana Dio dice:
“Ma che ce devi fa’ con sto tempo che cerchi e che, alla fine, non hai mai? Tutti a dì: “Non ho tempo, non ho tempo per fare le cose che vorrei fa’…” Ma lo sai almeno quello che voi’? Perché a me sembra na scusa bella e buona: se vuoi, fai! Manco fossi Gorbaciov in piena guerra fredda. La verità è che ci siamo dimenticati le cose che ci piacciono davvero. Tendiamo a rendere tutto simile, tutto uguale, a scrivere cose che non pensavamo, a pensare cose che abbiamo letto e male da qualche parte. E così ci nascondiamo nell’assenza di tempo e finiamo per perderlo, perderlo sempre, perderlo a fare cose che non sappiamo riconoscere, per poi finire a dire: “Oggi sono stato bene, ma non ho tempo per rifarlo.” E così i giorni passano, e ti ritrovi seduto a parlare con me e a chiederti: “Ma a me, cosa mi garba?”
Film della settimana:
No Other Choice

Brand della settimana:

@albertclothing
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