
La cosa che ho sempre trovato più difficile fare nella vita è iniziare qualcosa. Non perché sia pigro (cioè anche, sono molto pigro a volte) ma non è questo il punto. Alla fine sono pigro quando pago la palestra e non ci vado, quando accumulo spazzatura e non la butto, quando colleziono fiammiferi o qualsiasi cosa collezionabile e non riesco a separarmene durante un trasloco. “Ma che fai? Collezioni le briciole del pane?” “Certo, quelle risalgono alla cena di Natale di sei anni fa, quando la zia Mara stava in Cina!” Ecco, sì, sono pigro quando devo raccogliere le cose da terra che piuttosto le adotto e gli do pure un nome, o quando devo cuocere meglio qualcosa, perché tutti, nessuno escluso, non vedono l’ora di fartelo notare: “Mmmm, buono eh, però… che peccato! Un altro minutino ino ino ed era perfetta!” “Ma io te gonfio!” Oppure sono pigro quando devo togliere il pigiama e piuttosto ci metto sopra un jeans. Ma, come dicevo, non è questo il caso: qui non parliamo di pigrizia, ma di un’altra cosa. Parliamo degli inizi.
Proprio loro, gli inizi, ’sti stronzi, che se fossero una persona sarebbero di sicuro quello che a scuola non ti passava i compiti fatti bene dicendoti “no guarda, sono sbagliati”, che prendeva il caffè con i professori e non faceva gli scioperi di istituto, entrava lo stesso. Si chiamerebbe Gianvito o Gianpiero, ovvero quella persona che non ti va giù anche quando fa una cosa giusta, quella persona che criticheremmo anche se capiamo che ci piace, soprattutto se ci piace.
Il vero problema sono gli inizi: gli approcci, gli indici, le appendici e anche riconoscere le appendiciti. È solo un mal di pancia o devo correre in ospedale? Ecco, anche se questa sembra solo un’allitterazione buttata via, in realtà potrebbe servirci come una buona metafora della vita, perché non è così facile capire quando bisogna cominciare e quando no. Perché alla fine un po’ te lo chiedi se la tua è una voglia di dire “pronti, partenza, via” o una preoccupazione dovuta all’ansia che ci danno le partenze. Per questo gli inizi sono più difficili dei finali: perché banalmente bisogna riconoscerli. I secondi, invece, arrivano e sotto sotto lo sai che sono arrivati, lo senti per davvero. E, diciamocelo, accettare un finale solitamente è sempre molto più complicato.
Accettare un finale di qualsiasi cosa: un finale di stagione della tua serie preferita, che proprio pensi “ma che peccato averla vista, vorrei cancellarmi la memoria e guardarla da capo”. È difficile accettare la fine di un’amicizia, perché quella persona sentivi per davvero che ci sarebbe stata anche quando i tuoi figli sarebbero diventati grandi “Ma quali figli?” – “Vabbè, i figli, prima o poi arrivano.” E anche se non arrivano ci pensi. Ci pensi sia se li vuoi sia se non li vuoi, e in entrambi i casi cerchi giustificazioni: “Ci stiamo provando eh, è che non è ancora il momento”, oppure “l’anno prossimo, dopo il matrimonio, chissà”, e ancora “guardalo come piange, io i figli mai, troppe rinunce”, “non ho trovato il momento giusto”. Ma cos’è? Un soufflé da cuocere? È dunque difficile accettare la fine di un’amicizia, perché ti immaginavi con loro da vecchi e con i tuoi bambini diventati grandi.
Ovviamente sono difficili i finali delle relazioni. Non tanto perché crediamo in maniera viscerale all’amore eterno, per carità, viviamo in Italia e abbiamo più di vent’anni, ma perché ormai un po’ ci speri sempre di poterti fermare o di amare come il primo giorno “È quella giusta”,
“la stavo aspettando”, “lo volevo proprio così”. Tipo un divano a buon mercato o un materasso comodo, che non ti è mai servito ma che quando lo cerchi pensi: “Ma perché i materassi costano così tanto? Ce devo solo dormì, eh”.
Ma anche la fine di un lavoro non è così semplice da accettare. Perché sì, il tuo capo è proprio uno stronzo, vorresti un aumento, ma poi vai via con le stesse condizioni economiche (che pirla!). Perché odi andare in ufficio e fare la stessa strada che percorri da anni e che diventa sconosciuta durante il weekend. Ma anche per quei colleghi che vivono di aria e aneddoti. Aneddoti tutti uguali. Aneddoti di cui non sai che fartene. Aneddoti su aneddoti che si ripetono senza fine, ma soprattutto senza mai un reale finale, che muta a seconda degli interlocutori e dei momenti. E tu sei lì che li ascolti per la centesima volta, annuisci e vorresti proprio dire: “Giorgio, guarda, non me ne frega proprio un cazzo” ma invece, con lo stesso identico sorriso, gli chiedi di più: “Giorgio, ma dimmi di più, dai, dimmi di più, raccontamelo ancora, noioso pezzo di merda. Dai, che aspetti? Sono qui, fatti sotto… ah, stronzo!” E l’Italia, fondamentalmente, è un paese fondato su aneddoti che si ripetono ad oltranza.
Ed è per questo che possiamo tranquillamente dire che è difficile accettare la fine, anche quando la desideri, soprattutto quando la desideri e arriva lo stesso. “Capisci, tizio mi ha lasciato per tizia, che poi è assurdo che lo abbia fatto lui, quando volevo farlo io.” L’ha fatto per primo, ti rode il culo ed è per questo che lo accetti con fatica. Così finisce qualcosa: quando strappi via una pagina o te la strappa qualcun altro. E prima o poi vai punto e a capo. E infatti eccoci qui, a chiudere un cerchio o ad aprirlo, fate un po’ voi. Fatto sta che siamo punto e a capo di un nuovo capitolo, pagina, inizio, appunto. È l’ultima, lunghissima settimana di gennaio e noi siamo pronti a fare i conti, giusto?
Cose da fare:
Fare le “orecchiette” alle pagine che ci piacciono, sottolineare male qualcosa, prendere appunti con la penna e accettare anche le abbreviazioni per far prima: x, xk, sn, ecc. Perché alcuni pensieri è meglio non farli scappare rispetto alla grammatica.
Cose da non fare:
Rimuginare, non serve a niente, e soprattutto non lamentarsi del freddo o di qualsiasi altra cosa. Questa settimana chiude qualcosa, accettiamolo.
Canzone della settimana:
Bar della settimana:

@robatakan.milano
Cliché della settimana:
“I giapponesi si vestono benissimo “
È nella mia top 10 dei cliché, che poi la vera domanda è: ma loro, ne sono consapevoli?
Parola di Dio:
Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio. Questa settimana, Dio dice:
“I ricordi so’ come le multe: prima o poi tocca pagarle! Più li lasci lì, più costano. Quindi, quando te ne arriva uno, pagalo subito. Lo so che ti sta sul cazzo, perché quei soldini proprio non volevi spenderli, ma meglio fidassi: te togli un dente, perché poi tornano con gli interessi. Pagali, che poi paghi sempre il doppio te. Non te sei stancato? Pagali online, a rate, con monete da due, coi bottoni… in qualche modo togliti ‘sto debito. Viviti un ricordo e poi lascialo andare, che quando lo fai, è ‘na cosa bella. Ma soprattutto, quando vedi un vigile: nun ti ferma’, scappa! Tanto prima o poi tornerà.”
Film della settimana:
Marty Supreme

Brand della settimana:

@Soshiotsuki
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