Quante illusioni di felicità a buon mercato!

Mi sono sempre chiesto perché alcune piccole bugie riescano a salvarci più di qualsiasi verità detta bene. Uno spot di Amplifon, riferendosi ai suoi apparecchi, anni fa diceva: “piccoli, quasi invisibili”. Ecco, mi riferisco a menzogne così, quasi invisibili, non quelle solenni, da confessionale laico o da psicologo che annuisce sempre troppo a ogni parola detta “Dottoressa, ma perché continua a fare sì con la testa?” – “Lo vede? Lei è un paziente insicuro.” e poi sei fregato.
Intendo quelle bugie minute, last minute, quasi decorative, che aiuterebbero a rifare il letto o, nelle domeniche invernali, a reinventarsi l’arredo del bagno, che tutti ignorano ma che può regalare soddisfazioni, tipo metterci un quadro a caso o la fotografia di quando, al mare, non hai ordinato il gelato in spiaggia e sei finito per pentirtene tutto il giorno. Le bugie che dici soprattutto a te stesso come occasione per sopravvivere alla settimana o alla costante minaccia di neve che qualcuno a caso continua a millantarti: “Dicono che sta settimana nevica” “Senti, fatti i c****i tuoi”
Le bugie che stanno negli interstizi della giornata o nelle tasche dei pigiami, quelli che ti ritrovi a svuotare prima della lavatrice e in cui trovi scontrini, fazzoletti di carta, persino vecchi appunti con disegni sconci fatti durante una call. Le bugie contrapposte a silenzi che possono diventare pornografici e a quelle verità piccole che si rivelano solo a un certo punto della giornata, verso la fine, e che fanno lo stesso effetto di quell’illusione che, se la sigaretta cade per terra e tu bruci solo il lato che ha toccato l’asfalto, allora il male resta fuori. O che, se soffi sul cibo entro tre secondi, i batteri capiscano l’imbarazzo della situazione e si dissolvano, come comparse pagate male. Non è igiene, è come farsi una carezza, è come dirsi: il mondo è sporco, ma oggi chiudiamo un occhio. Anzi, due.
A casa mia, per esempio, ho capito che il vetro non lo butto mai. Non riesco. Lo accumulo: bottiglie, barattoli, calici rotti, candele finite, vasetti che hanno avuto una vita e ora ne aspettano un’altra, tipo diventare il porta-pranzo di qualsiasi pausa trascorsa a pianificare voli che non prenderai mai, ma che servono a viaggiare fuori dagli uffici, dalle finestre enormi, dai soffitti alti, altissimi “cinque metri e venti”, dai refusi, dai nomi sbagliati, dalle camicette aperte di alcune colleghe, dai pensieri erotici di alcune guardie giurate, dalle macchinette che ti mangiano i soldi o da quelle che prendono solo le chiavette, che poi, che minchia sono le chiavette. Il vetro io non lo butto, forse perché riesce a custodire bene tutte queste piccole illusioni di felicità a buon mercato. Non è senso civico, né ambientalismo consapevole: è una forma di malinconia pigra. E questa oggi è la mia verità.
Ogni tanto li guardo tutti insieme, quei frammenti di vetro ammassati, e penso che sembrano una folla silenziosa in attesa di un evento che non arriverà mai, tipo i devoti a Padre Pio o i decori in cartongesso. E questo non so bene perché accade: forse mi dà fastidio il rumore che fa quando viene gettato o forse, alla fine, per certe cose non c’è una spiegazione. Vanno così e basta, tipo gli stuzzicadenti sui tavoli dei ristoranti: una volta c’erano, ora no. Non c’è una data precisa che indica la loro scomparsa, nessun annuncio, nessuna nota ufficiale. Sono scomparsi come scompaiono alcune abitudini: senza fare rumore, lasciando solo un piccolo vuoto che impari a non nominare. E continui a mangiare, con qualcosa tra i denti.
E poi, a rendere complesso il concetto di piccole verità e minuscole bugie, ci sono le persone, su tutte quelle che non possono dirti un segreto. Quelle che abbassano la voce, guardano a destra e a sinistra e poi ti dicono: “Guarda, io non posso dirtelo, eh, però ti dico solo questo…”. E lì sai già che ti consegneranno quasi tutto. Il 95% del segreto, per la precisione. Mancano solo i titoli di coda, così, se un giorno le cose si complicano, possono dire che no, in fondo, non te l’avevano mai detto davvero. È una pornografia dell’intimità: ti mostrano tutto, ma lasciano addosso le mutande. Per decenza. O per vigliaccheria.
E forse, mentre aspetto il 12 in questa mattina in cui il sole non è mai sorto e la signora accanto a me evidentemente aspetta una visione o una telefonata, capisco che la vita è esattamente questo: una lunga sequenza di compromessi raccontati con una certa eleganza. A strati. Come un tiramisù. Tutti ne hanno uno, tutti prima o poi ci tornano. È la zona di comfort per eccellenza, il dolce che non giudica. Sei in un ristorante libanese, il cameriere declama nomi meravigliosi, pieni di vocali, miele e promesse orientali: “…abbiamo il Maamoul, che è buonissimo, un delizioso Knafeh e un incredibile Sfouf…”, e poi aggiunge, quasi scusandosi: “Oppure… un buon tiramisù fatto in casa”. E tu vorresti chiedere: fatto in casa da chi? Da tua madre? Da un’idea? Da chi? Perché questa cosa che “fatto in casa” renda tutto immediatamente più vero è diventata una religione.
“È fatto in casa.” “Questo è lievito madre, stronzo.” O ancora: “Qui usiamo le ricette di una volta.” Una volta quando? Negli anni Ottanta? Nel Dopoguerra? In un passato dove tutti avevano tempo e si aiutavano a vicenda, con i loro stomaci forti e nessun problema con il glutine?
Il tiramisù è rassicurante perché non chiede nulla. Non ti mette alla prova, non ti sorprende. Sai già come andrà a finire. Ed è questo il suo potere segreto: in un mondo che cambia continuamente le regole senza avvisarti, ogni tanto hai bisogno di qualcosa che sappia esattamente di quello che promette. Anche se è prevedibile. Anche se è una resa elegante. Una resa servita fredda, con una spolverata di cacao sopra, tanto per sentirsi ancora un po’ speciali.
Forse crescere significa proprio questo: collezionare piccole illusioni e chiamarle equilibrio. Soffiare su cose che sono già cadute. Tenere bottiglie vuote perché buttarle richiede un’energia che oggi preferiamo usare per restare in piedi. Accettare segreti quasi interi, dolci universali e verità dette a metà. Dirsi che va bene così. Perché non possiamo controllare tutto, ma possiamo scegliere il dessert.
Cose da fare:
Smettere di guardare quelle serie tv ambientate negli anni 80. Guardiamo oltre, tipo alla primavera che è a pochi passi da noi. Stringiamo i denti e prepariamoci a denudarci, finalmente.
Cose da non fare:
Ordinare cene solo per noia, ordinare casa solo per l’ansia, ordinare le idee per averne di nuove. Stare con le mani legate, questa settimana, sarà il più grande successo.
Canzone della settimana:
Bar della settimana:

@trattoriadelnuovomacello (Milano)
Cliché della settimana:
“Sanremo sono gli Oscar italiani.”
Ci sono cose che sembra ti debbano piacere per forza, anche se fino a poco fa non piacevano a nessuno. Ma nel momento in cui hanno consensi, beh, è finita: devono piacere anche a te. E improvvisamente devi quasi necessariamente farne parte, forse per non far sentire in colpa quelli a cui piace.
Parola di Dio:
Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio, e questa settimana Dio dice:
“Ho sempre odiato i giochi di parole, sempre. Credo siano per quelle persone che hanno necessariamente bisogno di riempire un vuoto, uno spazio, un silenzio. Sai quelli che non sanno mai cosa dire e, pur di parlare, dicono inevitabilmente la cosa sbagliata? Ecco, i giochi di parole son per loro: inutili e snervanti, secondi solo alle barzellette. E quelle poi son anche peggio, perché c’è sempre qualcuno che ti dice: “Eh, caro mio, le barzellette le devi saper raccontare”… Ma tu pensa se c’è davvero qualche bischero che si allena a farlo, che si prepara, studia e si guarda allo specchio per far ridere, per essere accettato. Pensa te! Diffida da quelli che iniziano una conversazione con una barzelletta, quella è gente che sicuramente evade le tasse. Detto questo, Fabbri, io odio i giochi di parole, ma uno me n’è rimasto impresso una volta. Diceva: “Il buongiorno si vede dal cretino”. Ecco, questa mi piace, perché è assurdo quanto effettivamente un cretino, un giorno, ti possa rovinare le buone intenzioni e l’umore. Perché c’è sempre un cretino pronto a farlo. Tu proteggiti, proteggiti da loro e vivi sempre i tuoi sentimenti a prescindere dagli altri e da un tedesco, un francese, un napoletano che fanno ecc. ecc. ecc.”
Film della settimana:
La Terrazza, Ettore Scola

Brand della settimana:

@Vitosnewyork
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