“Scrivimi quando arrivi”

Ci sono giorni che sembrano uguali agli altri, eterni lunedì mattina che cominciano con un postino che ti suona solo per farti aprire il portone o per svegliarti, che tu, agitato e speranzoso, pensi: “Ma chi è?” E dall’altra parte una voce squillante e un po’ scazzata, con un accento piemontese, ti urla: “C’è da firmare”. Lunedì infiniti in cui ti ritrovi in un gruppo WhatsApp senza preavviso, “Regalo Paolo”, di quell’amico che sembra fare gli anni ogni mese: “Ma te non hai fatto trent’anni tre settimane fa?”.
Ci sono giorni che sembrano non passare mai e in cui ci sentiamo un po’ come quelle tazze lasciate nel lavabo per settimane ad autoanalizzarsi, con dentro ancora la bustina della tisana: prima o poi diventeranno anche le nostre analiste. Ci sono giorni che hanno una bava alla bocca godereccia e una cognizione del tempo relativa, come quando ti addormenti in aereo e una turbolenza ti sveglia: in quel momento pensi di aver dormito per tutto il viaggio, ma la realtà è che sono passati solo cinque minuti. Sbuffi, cambi segnalibro con uno scontrino del bar — “Certo che sette euro per un cappuccino e una brioche…” — e, guardando una hostess, ti chiedi se sia mai stata in Peloponneso. Una curiosità del cazzo: non sai perché ti sia venuta in mente, eppure ogni tanto accade di pensare a cose decontestualizzate e senza sapere il perché, tipo che nessuno dice più Jugoslavia, nessuno ti dice “ero in vacanza in Friuli Venezia Giulia” o, per offendere qualcuno, afferma “leccapiedi”.
Tipo ieri sera mi è successa la stessa cosa: mentre cercavo di addormentarmi con un crime, sono finito a pensare che dormo da solo in un letto matrimoniale eppure alla fine scelgo sempre un lato solo, sempre lo stesso. Lo battezzo come in quelle serate in cui scegli di varcare una soglia sola, cerchi di non scrivere a qualcuno passate le ventidue, cerchi di rubare un posacenere al bar ,anche se non è bello, solo per principio, cerchi di non associare ogni aneddoto a una persona, ogni movenza a qualcuno che non riesci a dimenticare. Che poi sarebbe anche facile scordare qualcuno per te: alla fine il PIN della carta, dopo anni, non l’hai ancora imparato a memoria. E allora io dormo sempre sullo stesso lato e un po’ mi sento stronzo: potrei avere due piazze a disposizione, potrei vivere più largo, potrei dormire meglio, scalciare l’infinito come rimedio alla mia personale unità di misura che non capisco e che ultimamente non mi fa comprendere così bene gli altri e i metri che mancano per arrivare chissà dove, o dove sono, quanto manca, la distanza siderale o meno che ci separa sempre di più, sempre meglio, sempre peggio. Battezzo un lato del letto perché, forse, sotto le coperte anche l’universo ha bisogno di spazio, che avoglia a dire che c’abbiamo Saturno contro, se poi dormiamo a pancia in giù.
Non è una decisione consapevole: è sentirsi sicuri, perché fondamentalmente anche la voglia di dormire è ciclica, pigra, costante, e nella costanza un po’ ci sentiamo migliori, abili e sentirsi abili forse è una gran fregatura.
Scelgo un lato del letto e basta: nessuna riunione interiore, condominiale, nessun referendum emotivo, nessuna unanimità. Scelgo io, e sicuramente è vicino alla finestra. Oppure un giorno l’ho scelto e basta, come certe abitudini che iniziano per caso e poi diventano caratteristiche che ti fanno ricordare agli altri: “Ah sì sì, tu odi camminare al centro, me lo ricordo”. “Ma… non è vero.” — “E poi non ti piacciono le sorprese, vero?” — “…beh, dipende.”
Allora è successo: dormo da un lato del letto, quello sinistro è il mio, o forse quello destro, sicuramente quello vicino alla presa della corrente, che nella vita adulta equivale a scegliere la sicurezza prima ancora dell’amore, il caricabatterie prima ancora delle sei ore di sonno. Fatto sta che l’altra metà resta perfetta, quasi sospetta, un territorio neutrale, come quei salotti troppo ordinati dove nessuno si siede mai davvero. Così penso che il letto matrimoniale, quando sei solo, non è triste: è scenografico.
La notte, dopotutto, ha sempre ragione e una sorta di sincerità imbarazzante: i sogni ricorrenti tornano e si dimenticano, ci si ricorda le cose che ci si è scordati di fare durante il giorno, ci si muove senza contare i passi ma i sospiri lunghi e brevi, ci si chiede se si è chiusa la porta e perché certe chiavi che ci portiamo dietro non servono a nulla. I desideri diventano più grandi dei mobili, le decisioni più rumorose del frigorifero. Al mattino un giorno ricomincia, sembra somigliare agli altri ancora una volta, ma la verità è che quel lato del letto ci restituisce una conformità ben precisa e qualche volta necessitiamo anche di quella, come quando sui treni viaggi in standard o su un regionale: ti ricordi che la vita è semplice, un po’ polverosa e con una sorta di nostalgia sottile, quasi quanto la sottiletta fredda e mai realmente sciolta del toast della stazione. Il martedì è solo un martedì e tutto va bene.
Cose da fare
Non dire niente, se non hai nulla da dire. Non scegliere, se sei indeciso. Non definirti, se non sai chi sei.
Cose da non fare
Cercare un senso, la primavera anche laddove non c’è, un buon espresso se fuori c’è il sole.
Canzone della settimana:
Bar della settimana:

@Ironicabar
Cliché della settimana:
“Ci sentiamo italiani solo durante le competizioni sportive”
Non è vero, anche quando i treni non sono in orario.
Parola di Dio:
Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio, e questa settimana Dio dice:
“Seduto a un tavolo sui Navigli ho pensato di aver rivisto Gemma, non te ne ho mai parlato, ve’? Lei è stata la donna che ho amato di più. Sette giorni, solo sette, mi sono bastati per amarla immensamente, più di chiunque altra. Forse perché sapevo che non l’avrei rivista mai, e l’amore, quando ha poco tempo, si concentra: si gode meglio le cose, non pensa al domani. Perché se sai che vale la pena vivé oggi, domani non esiste. Così l’ho vista: passeggiava. È invecchiata, quasi come me. Alcune rughe gliele ho regalate anch’io. Mi sono nascosto dietro quel Braulio, ho finto di capirci di calcio aprendo la Gazzetta, e lei è andata via. Siamo stronzi con noi stessi, o forse solo protettivi e Fabbrì, io a ottant’anni non l’ho ancora capito. Però ho comprato le sue gomme preferite, m’ha fatto sentì meglio.“
Film della settimana:
Holy Motors, Leos Carax

Brand della settimana:

@Gigliotigrrrato
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