MARTEdì

vol.1

Una voce per anni ha turbato le mie mattinate estive, quelle in cui sei adolescente e riesci a dormire per almeno dodici ore di fila, con il sole che ti taglia una gamba, l’aria fresca che ti smuove i capelli e quell’odore di ammorbidente sulle lenzuola che, non si sa perché e come mai, d’estate è sempre più evidente. La voce era alta, proveniva da un microfono sgangherato e si aggirava nel quartiere tra le 8:30 e le 9:45. Era quella dell’arrotino: “È arrivato l’arrotino, arrota coltelli, forbici, forbicine, forbici da seta, coltelli da prosciutto!”

 In quel preciso momento sapevi che luglio proseguiva come doveva, che la pineta cantava come sempre e che, fondamentalmente, nulla sarebbe andato storto. 

Oggi è il primo ottobre, e si inserisce con la stessa violenza di quella voce. Ha un solo obiettivo: svegliarci. Eppure stavamo iniziando a prendere sonno proprio ora, le abbronzature si facevano via via più timide, ma niente di grave, e la lista dei buoni propositi stilata in spiaggia era sì ancora da cominciare, ma forse il prossimo lunedì l’avremmo fatto per davvero. Invece niente, è autunno. Le guerre non hanno mai smesso di andare avanti, ma ce ne accorgiamo solo ora; avevamo smesso di preoccuparcene per un po’, ci sta. Il Natale inizia già ad angosciarci e Saturno continua ad esserci contro, ma cosa gli avremo mai fatto? Alla fine non siamo degli stinchi di santo, ok, ma neanche così peccaminosi. È autunno e non ce lo meritavamo, ma va bene così; ormai sembrerebbe quasi che abbiamo imparato a planare sulle cose che non ci vanno a genio, a non chiederci troppi perché, a non farci quelle domande di cui, comunque, non avremo risposte, a smettere di amare in maniera incondizionata cause perse. 

Così non ci chiediamo il perché di una marea di cose: non ci chiediamo perché non amiamo gli ombrelli, perché torniamo al supermercato ogni giorno, perché la cassiera del supermercato con la scollatura abbondante un giorno ci chiama per nome e l’altro ci odia, perché non abbiamo ancora cambiato lavoro o perché lo abbiamo fatto di nuovo, perché non riusciamo a inviare quel messaggio rimasto nelle bozze e a farci piacere le cose che gli altri amano. Sembra quasi che lo facciamo di proposito. 

Ma una cosa su tutte non riesce a darmi pace dopo anni: perché alcuni carabinieri hanno ancora la Fiat Punto? Ma come fanno a inseguire i malviventi? Forse questa rientra in una di quelle domande a cui non avremo mai risposta. Non lo sapremo mai. Le forze dell’ordine che, in una piena emergenza, devono volare – letteralmente volare – dall’altra parte della città per salvare, forse, vite umane, hanno in dotazione una Punto. Una Fiat Punto… 

Eppure, se ci pensiamo, un po’ in quella macchina oggi ci rivediamo. È autunno, lo abbiamo già detto, e un po’ ci sembra di possedere la stessa auto da qui alla prossima primavera. Certo, a fasi alterne potremmo accendere la sirena (meglio se in piena notte sotto il balcone di quella persona che ci sta proprio sul cazzo), ma fatto sta che la cilindrata è quella, i cavalli a disposizione sono più dei pony e negli specchietti retrovisori è meglio non guardarci. Il passato è passato, e anche se la nostalgia è un sentimento sano e nobile, meglio tuffarsi in un passato di verdure e scaricare un film criticabile solo per parlarne bene. Questo sì, ci fa vivere meglio, perché dopotutto è così: vivere meglio fa stare meglio.

Perciò, evviva la vita, evviva le risposte aperte a domande chiusissime, evviva i superlativi, i trench, il sole timido, i weekend che non prenoteremo mai e quelli per cui stiamo partendo. Evviva le classi energetiche che cambiano ogni anno, gli operatori delle classi energetiche che non si impegnano neanche più a venderle, i venditori ambulanti che hanno in dotazione il POS, i soliti posti che ci fanno stare bene e tutti quelli che arriveranno. Evviva la parola “catarifrangente”, che accetta in base all’inquadratura di cambiare colore e luce, evviva la luce, l’Istituto Luce che ci toglie l’insonnia, i messaggi vocali che non servivano, le velocità di crociera e il modo di porsi di certi medici che, arrivato l’autunno, guardandoti annuiscono. Senza dire nulla, annuiscono e basta. Ma cosa vorranno dirci? Stiamo per morire? Stiamo meglio? Stiamo facendo progressi o degenerando? Ecco, questo proprio non ci è dato saperlo.

Cose da fare:

Come amano dire gli psicoterapeuti, ascoltiamoci: ascoltiamo qualsiasi cosa, tutto ciò che ci va di fare, ma soprattutto quello che non ci va di fare, perché un “no” non cambia il mondo, sono alcuni “sì” che cambiano noi stessi. Amare la domenica ci riserverà grandi sorprese. Perciò, antenne all’insù, punta di piedi e via: buttiamoci, buttiamoci in tutto senza preoccuparci dei materassi a molle che certi arrotini amano vendere sotto banco.

Cose da non fare:

Pensare troppo; il tempo lo fa già per noi. E soprattutto, non utilizzare i nostri bei ricordi contro qualcuno: non avrebbe senso. Amare il sabato sa essere deludente.

Cliché della settimana:

“In Italia si mangia bene ovunque.” 

Inizieremo a sentirla molto, questa frase, da tutti quegli amici che, in modo accondiscendente, pur di lasciare la città proveranno a convincerti a pranzare fuori porta qui vicino. Ecco, occhio: le gite fuori porta sono un’arma a doppio taglio, e il più delle volte ti ritrovi in una desolazione infinita, che al confronto un convento sembra una casa chiusa.

Parola di dio:

Durante le chiacchierate primaverili tra un balcone e l’altro mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio, e questa settimana Dio dice:

“Ho capito che Dio non esiste a 23 anni, quando una domenica di primavera, in un parco vicino a Firenze, di cui non dirò il nome perché la mi’ moglie è gelosa, eeeeh la mi’ moglie, santa donna, ma c’ha ‘sta gelosia che madonna santa mi fa uscì pazzo. Tu non lo sai perché la vedi tutta carina, tutta bellina, viene dal Brasile lei, c’ha dentro il sole, ma quella sente tutto, anche se ora non c’è, oh, queste cose le sente, e poi son dolori: ‘perché hai detto così, tu non mi ami più’, che palle, quindi meglio nun rischiare. 

Comunque, dicevamo, in ‘sto parco vicino a Firenze ho visto uno scimpanzé, eh maremma maiala, hai mai guardato negli occhi uno scimpanzé? No, perché quando tu lo fai, capisci che Dio non ha proprio capito na sega, perché quello lì che te guarda, sei tu. Sei tu fino a poco fa, diciamo qualche secolo fa, e allora capisci che il mondo è ingiusto, che si evolve solo chi può. E a me questo non mi sta bene, mi sento fortunato, sì, ma che palle, poteva andarmi male. E poi m’ha stretto una mano, con quelle dita che sono proprio come le nostre, una impressione incredibile. M’ha guardato fisso e io dei brividi che non ti sto a spiegare. Quel giorno non ho più voluto fumare per non fare un dispetto a lui, e allora non credo più. Ho smesso con le sigarette e iniziato con questa (indica la pipa), pensa che grullo (ride). 

Comunque, non credo più da allora, neanche a me stesso credo più. Sono convinto che, in fondo, tutti noi ci pigliamo per il culo, e anche se pensiamo di farlo inconsciamente, in realtà lo sappiamo che è così. È che ci fa comodo non dirci la verità, perché in tutta la mia vita sono stato onesto con me stesso solo poche volte, e quella domenica è una di quelle. Perciò non credere, semmai credi alle tue bugie, magari te servono a combinare qualcosa, tanto ad aspettare la verità finisci per incontrare Godot.”

Canzone della settimana:

Bar della settimana:

Pompette

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Film della settimana

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Brand della settimana:

@ARTKNIT STUDIOS

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Una replica a “MARTEdì”

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