
Tutte le volte che il semaforo diventa verde, Luca suona il clacson ripetutamente, urla frasi poco clericali e sgrammaticate, guarda nervosamente lo screensaver del telefono, si mordicchia il pollice destro, fissa la foto del suo cane sul cruscotto, il piccolo tatuaggio tribale sul polso, le monete da venti centesimi nel posacenere, i suoi due cellulari, l’icona del pieno che lampeggia, il silenzio delle mail in entrata, che durerà ancora per pochi minuti.
In quei tre secondi di verde sospira almeno due volte, prendendo la rincorsa più lunga della sua vita, allargando il diaframma, le narici e la fantasia, che lo vorrebbe altrove. Non sa bene dove— in geografia non è il massimo— ma con l’aiuto di TikTok sa che vorrebbe essere da qualche altra parte. Magari con un vodka sour in mano e in compagnia di quella bella modella maggiorata che ha iniziato a stalkerare ieri sera su Instagram. Le ha messo cinquantasei like, ma non l’ha seguita, anche se sa benissimo che vive in una di quelle capitali che gli piacerebbe tanto visitare. Magari a piedi.
Luca è nervoso, ma non è colpa sua: è l’effetto che ultimamente gli provoca questa città. È stanco. È stanco di ripetersi che è stanco. È stanco delle persone che, prima del nome, gli chiedono di cosa si occupa. È stanco della socialità a tutti i costi, delle zucchine a cinque euro. È stanco di non vedere il mare, di desiderare sempre la donna d’altri, di dover prenotare almeno una settimana prima qualsiasi cosa: aperitivo, cena, spesa online, funerali.
Luca è stanco di non trovare parcheggio, di dover parlare di cose che non gli interessano o, peggio, che non sa, e fingere di saperle scandendo degli enormi “Ma certo”. È stanco di non ricordarsi il nome della gente, di usare inglesismi anche quando non servono, di vedere tutti vestiti uguali, di ascoltare la parola “cool”, “coolness”, “date”. È stanco di bere vino naturale in piedi, fuori, al gelo. Di portare vino a casa degli altri. Di scoprire che sia già finito il vino.
Luca è stanco di quelli che gli dicono che vivono tra Londra e Milano. Ma che cazzo vuol dire? È stanco di timbrare il biglietto, il cartellino, di fare la pausa pranzo, di correre stando fermo, di “non salvare vite”, di lamentarsi di essere sempre pieno di cose da fare e di soffrire se non riesce a farle. È stanco della volgarità, delle cose che finiscono e di chi non si impegna per farle iniziare. È stanco delle paranoie, della fame, della sete e dello stomaco chiuso. È stanco di non trovare delle sneakers che gli piacciano, della skincare e degli integratori, che se non li usi sei solo un lurido coglione.
Luca è stanco dei consigli non richiesti e di quando gli dicono: “Sì, ma non spargere la voce.” È stanco di non usare la voce, di mandare vocali che non vogliono dire nulla, della parola “cena in piedi” e dei “ci sta”, dei mercoledì sera. Ma soprattutto Luca è stanco di sapere che ogni mattina dovrà correre più veloce degli altri pendolari per potersi sedere cinque minuti al bar sotto il suo ufficio, bruciarsi il labbro con la tazzina del caffè lungo, evitare venti minuti di fila e pagare due euro in più per l’acqua calda con il limone, che ordina quotidianamente per placare il bruciore di stomaco causato da quel dannato semaforo verde.
Ma oggi per Luca è un giorno speciale. Dopo sei anni di accurate lamentele con amici, parenti, partner seriali e fissi, tassisti, studenti, operai, animali domestici, cassiere, vicini di casa, postini, operatori telefonici, infermiere, farmaciste, panettieri, pompieri, preti, suore, vescovi, frati, santi, autisti di tram, bus, metro, servizi clienti, vicini di treno, passanti e commesse… parlerà con il suo capo e darà le dimissioni. Ha finalmente deciso e sorride a denti pieni, pensando alla faccia che faranno tutti quando glielo dirà. La vive quasi come una rivincita personale, dire loro che ha deciso. Proprio a loro, che non credono più a niente di quello che dice. Anche quando sta male, loro non gli credono.
“Ma va, Luca, non è niente, è una sciocchezza, è tutta una roba mentale.”
“Ma… sto sanguinando!”
“Ecco, vedi? Guardi le cose sempre dal punto di vista drammatico.”
“Ti prego, chiama un’ambulanza.”
“Oh Lucoooone, l’esageratoneeee.”
Luca si è ripetuto a voce alta il discorso per tutto il tragitto. Ha cercato le parole giuste ovunque: sotto il letto, dentro la scollatura di quella bellissima modella, nei consigli degli amici, nei cartelloni pubblicitari delle crociere, nelle foglie che volano con eleganza pur non avendo un coreografo, nelle tasche dei pantaloni di quando era adolescente e pieno di sogni. E questo è proprio uno di quelli: lasciare tutto e ricominciare. Magari al mare. Magari con un agriturismo nel verde, lontano dai clacson, lontano dai like, lontano dalle gambe lunghe, dai tacchi, dalla Champions League.
Se oggi Luca ci riuscirà o meno, non ci è dato saperlo. Magari sì. Magari ci riproverà un altro giorno. Magari oggi non è davvero quello giusto. Magari potrebbe prenotare quella crociera e incontrare quella modella dal seno gigante. Ma ciò che è certo è che Luca, prima o poi, ci riuscirà. E che noi faremo sempre il tifo per lui. Per noi. Per tutti i semafori, che alla fine diventeranno verdi.
Cose da fare
Cercare i colori (che frase del cazzo, mi sto forse trasformando in una sorta di Francesco Sole?). Allora diciamola meglio: guardare il lato migliore delle cose. Questa settimana è necessario, e ci risulterà facile, perché tanto lo abbiamo capito e accettato che il sole continuerà a non esserci. Perciò vale tutto. E domenica è vicina. E poi lunedì. E poi la primavera. E poi ancora qualcosa che ci farà sorridere, macchiare i denti, sporgere in avanti, abbronzare la mente.
Cose da non fare
Lamentarsi. Perché, alla fine, lo abbiamo scelto noi.
Canzone della settimana:
Bar della settimana:

@lechateaubriand (Paris)
Cliché della settimana:
“A Milano funziona tutto.”
Siamo proprio sicuri? Questa frase ce la portiamo dietro da quando eravamo bambini, da generazioni, da famiglia a famiglia. Ma non apriamo la polemica. Siamo coerenti sulle cose da fare. Forse non funziona bene quasi nulla, ma dai tetti si possono vedere tantissime cose. E se ti metti in punta di piedi, forse, vedi anche il mare.
Parola di Dio
Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio.
Questa settimana, Dio dice:
“I ricordi so’ come le multe: prima o poi tocca pagarle! Più li lasci lì, più costano. Quindi, quando te ne arriva uno, pagalo subito. Lo so che ti sta sul cazzo, perché quei soldini proprio non volevi spenderli, ma meglio fidassi: te togli un dente, perché poi tornano con gli interessi.
Pagali, che poi paghi sempre il doppio te. Non te sei stancato? Pagali online, a rate, con monete da due, coi bottoni… in qualche modo togliti ‘sto debito. Viviti un ricordo e poi lascialo andare, che quando lo fai, è ‘na cosa bella.
Ma soprattutto, quando vedi un vigile: nun ti ferma’, scappa! Tanto prima o poi tornerà.”
Brand della settimana:

@colbo.nyc
Film della settimana:
Il mio giardino persiano

