MARTEdì vol. 16

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Tutte le volte che il semaforo diventa verde, Luca suona il clacson ripetutamente, urla frasi poco clericali e sgrammaticate, guarda nervosamente lo screensaver del telefono, si mordicchia il pollice destro, fissa la foto del suo cane sul cruscotto, il piccolo tatuaggio tribale sul polso, le monete da venti centesimi nel posacenere, i suoi due cellulari, l’icona del pieno che lampeggia, il silenzio delle mail in entrata, che durerà ancora per pochi minuti.

In quei tre secondi di verde sospira almeno due volte, prendendo la rincorsa più lunga della sua vita, allargando il diaframma, le narici e la fantasia, che lo vorrebbe altrove. Non sa bene dove— in geografia non è il massimo— ma con l’aiuto di TikTok sa che vorrebbe essere da qualche altra parte. Magari con un vodka sour in mano e in compagnia di quella bella modella maggiorata che ha iniziato a stalkerare ieri sera su Instagram. Le ha messo cinquantasei like, ma non l’ha seguita, anche se sa benissimo che vive in una di quelle capitali che gli piacerebbe tanto visitare. Magari a piedi.

Luca è nervoso, ma non è colpa sua: è l’effetto che ultimamente gli provoca questa città. È stanco. È stanco di ripetersi che è stanco. È stanco delle persone che, prima del nome, gli chiedono di cosa si occupa. È stanco della socialità a tutti i costi, delle zucchine a cinque euro. È stanco di non vedere il mare, di desiderare sempre la donna d’altri, di dover prenotare almeno una settimana prima qualsiasi cosa: aperitivo, cena, spesa online, funerali.

Luca è stanco di non trovare parcheggio, di dover parlare di cose che non gli interessano o, peggio, che non sa, e fingere di saperle scandendo degli enormi “Ma certo”. È stanco di non ricordarsi il nome della gente, di usare inglesismi anche quando non servono, di vedere tutti vestiti uguali, di ascoltare la parola “cool”, “coolness”, “date”. È stanco di bere vino naturale in piedi, fuori, al gelo. Di portare vino a casa degli altri. Di scoprire che sia già finito il vino. 

Luca è stanco di quelli che gli dicono che vivono tra Londra e Milano. Ma che cazzo vuol dire? È stanco di timbrare il biglietto, il cartellino, di fare la pausa pranzo, di correre stando fermo, di “non salvare vite”, di lamentarsi di essere sempre pieno di cose da fare e di soffrire se non riesce a farle. È stanco della volgarità, delle cose che finiscono e di chi non si impegna per farle iniziare. È stanco delle paranoie, della fame, della sete e dello stomaco chiuso. È stanco di non trovare delle sneakers che gli piacciano, della skincare e degli integratori, che se non li usi sei solo un lurido coglione.

Luca è stanco dei consigli non richiesti e di quando gli dicono: “Sì, ma non spargere la voce.” È stanco di non usare la voce, di mandare vocali che non vogliono dire nulla, della parola “cena in piedi” e dei “ci sta”, dei mercoledì sera. Ma soprattutto Luca è stanco di sapere che ogni mattina dovrà correre più veloce degli altri pendolari per potersi sedere cinque minuti al bar sotto il suo ufficio, bruciarsi il labbro con la tazzina del caffè lungo, evitare venti minuti di fila e pagare due euro in più per l’acqua calda con il limone, che ordina quotidianamente per placare il bruciore di stomaco causato da quel dannato semaforo verde.

Ma oggi per Luca è un giorno speciale. Dopo sei anni di accurate lamentele con amici, parenti, partner seriali e fissi, tassisti, studenti, operai, animali domestici, cassiere, vicini di casa, postini, operatori telefonici, infermiere, farmaciste, panettieri, pompieri, preti, suore, vescovi, frati, santi, autisti di tram, bus, metro, servizi clienti, vicini di treno, passanti e commesse… parlerà con il suo capo e darà le dimissioni. Ha finalmente deciso e sorride a denti pieni, pensando alla faccia che faranno tutti quando glielo dirà. La vive quasi come una rivincita personale, dire loro che ha deciso. Proprio a loro, che non credono più a niente di quello che dice. Anche quando sta male, loro non gli credono.


“Ma va, Luca, non è niente, è una sciocchezza, è tutta una roba mentale.”
“Ma… sto sanguinando!”
“Ecco, vedi? Guardi le cose sempre dal punto di vista drammatico.”
“Ti prego, chiama un’ambulanza.”
“Oh Lucoooone, l’esageratoneeee.”

Luca si è ripetuto a voce alta il discorso per tutto il tragitto. Ha cercato le parole giuste ovunque: sotto il letto, dentro la scollatura di quella bellissima modella, nei consigli degli amici, nei cartelloni pubblicitari delle crociere, nelle foglie che volano con eleganza pur non avendo un coreografo, nelle tasche dei pantaloni di quando era adolescente e pieno di sogni. E questo è proprio uno di quelli: lasciare tutto e ricominciare. Magari al mare. Magari con un agriturismo nel verde, lontano dai clacson, lontano dai like, lontano dalle gambe lunghe, dai tacchi, dalla Champions League.

Se oggi Luca ci riuscirà o meno, non ci è dato saperlo. Magari sì. Magari ci riproverà un altro giorno. Magari oggi non è davvero quello giusto. Magari potrebbe prenotare quella crociera e incontrare quella modella dal seno gigante. Ma ciò che è certo è che Luca, prima o poi, ci riuscirà. E che noi faremo sempre il tifo per lui. Per noi. Per tutti i semafori, che alla fine diventeranno verdi.

Cose da fare

Cercare i colori (che frase del cazzo, mi sto forse trasformando in una sorta di Francesco Sole?). Allora diciamola meglio: guardare il lato migliore delle cose. Questa settimana è necessario, e ci risulterà facile, perché tanto lo abbiamo capito e accettato che il sole continuerà a non esserci. Perciò vale tutto. E domenica è vicina. E poi lunedì. E poi la primavera. E poi ancora qualcosa che ci farà sorridere, macchiare i denti, sporgere in avanti, abbronzare la mente.

Cose da non fare

Lamentarsi. Perché, alla fine, lo abbiamo scelto noi.

Canzone della settimana:

Bar della settimana: 

@lechateaubriand (Paris)

Cliché della settimana:

“A Milano funziona tutto.”

Siamo proprio sicuri? Questa frase ce la portiamo dietro da quando eravamo bambini, da generazioni, da famiglia a famiglia. Ma non apriamo la polemica. Siamo coerenti sulle cose da fare. Forse non funziona bene quasi nulla, ma dai tetti si possono vedere tantissime cose. E se ti metti in punta di piedi, forse, vedi anche il mare.

Parola di Dio

Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio.

Questa settimana, Dio dice:

“I ricordi so’ come le multe: prima o poi tocca pagarle! Più li lasci lì, più costano. Quindi, quando te ne arriva uno, pagalo subito. Lo so che ti sta sul cazzo, perché quei soldini proprio non volevi spenderli, ma meglio fidassi: te togli un dente, perché poi tornano con gli interessi.

Pagali, che poi paghi sempre il doppio te. Non te sei stancato? Pagali online, a rate, con monete da due, coi bottoni… in qualche modo togliti ‘sto debito. Viviti un ricordo e poi lascialo andare, che quando lo fai, è ‘na cosa bella.

Ma soprattutto, quando vedi un vigile: nun ti ferma’, scappa! Tanto prima o poi tornerà.”

Brand della settimana: 

@colbo.nyc

Film della settimana:

Il mio giardino persiano

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Una replica a “MARTEdì vol. 16”

  1. Avatar martadelpiano
    martadelpiano

    Ciao Fabrizio,

    Grazie per la tua newsletter meteoropatica (che oggi, all’alba dei 34 mi insegna anche che si dice “meteoropatica” e non “metereopatica”, ho sempre avuto questo dubbio).

    Abbraccia Luigi da parte mia, abbraccialo forte. Penso sia sull’orlo di un brutto burnout (premesso che non credo ne esistano di belli). Un esaurimento nervoso se lo vogliamo dire come fino a prima di qualche anno fa, prima che diventasse quasi “cool” avere un burnout a Milano insieme a* “coolness”, “date”*. Abbraccialo e sussurrargli nell’orecchio che ce la farà; ce la farà a riprendersi, a riprendersi la sua vita, a dire OGGI (e non domani) in ufficio che se ne va. A dirlo OGGI (e non domani) perché anche ‘i burnout so’ come le multe: prima o poi tocca pagarle! Più li lasci lì, più costano’ *(e qui diamo per scontato che di burnout ed esaurimenti nervosi così ne avremo più di uno in questa vita). Abbraccialo forte e digli che ce la farà a innamorarsi ancora della sua città mentre la visita a piedi perdendosi senza meta per le sue strade, dei caffé presi al sole che gli scalderanno il cuore (non *gli bruceranno più le labbra), di quel vino naturale preso in piedi con nuove persone che presto diventeranno suoi nuovi amici. Ce la farà a salvare *solo la sua vita. *

    Metafore a parte, mi piace leggerti e mi ritrovo molto nelle immagini mentali che ricrei. Ti ho scoperto su Instagram, in un momento in cui il mio algoritmo ha deciso di funzionare bene (per una volta!). E qualche giorno fa ho scoperto anche la tua newsletter, mi sono iscritta (oltre che semi commossa). Sono molto fan dei racconti scritti, soprattutto se scritti così bene e sono molto fan di chi si perde per le città senza meta e le visita a piedi in stile flâneur contemporaneo (come il Luigi di prima, di quando stava bene). Ne ho una anche io di newsletter, nata proprio dopo aver detto in ufficio che me ne andavo. Non proprio subito dopo, ci ho messo un po’ a riprendermi da quel burnout, perché io a differenza tua non ho un Dio per vicino di casa e non sapevo che se le *multe le lasci li, le paghi doppie. *

    La mia esce di lunedì, nello specifico: esce di lunedì mattina alle 10:00 nel pieno del caos della tua giornata, di default quella più brutta della settimana (perché così abbiamo voluto che fosse noi) ed esce per ricordarti proprio di respirare, prenderti quei dieci minuti di caffé al sole per leggerla, anche di lunedì, alle 10:00. Perché appunto “Non stai salvando vite” e se vuoi, puoi. Ma devi volerlo.

    Qualche mese fa (ormai un anno e mezzo forse), Luigi ero io. Ma non me ne accorgevo, quella stanchezza e quella continua e costante critica con tutti era parte della quotidianità. Finché ho fatto un viaggio random e un po’ forzato che mi ha aperto gli occhi, la mente (che finalmente adesso si può riabbronzare al sole) e il cuore. E sono riuscita a uscire da quella stanchezza lì, che mi stava lacerando, e a creare tutta la mia mega metafora bella con la “Newsletter del Lunedì”.

    Mi sono ritrovata in un Luigi stanco delle persone che, prima del nome, gli chiedono di cosa si occupa, *mi sono ritrovata in un Luigi stanco di **pagare due euro in più per l’acqua calda con il limone, che ordina quotidianamente *(che io mi facevo anche a casa prima di andare in ufficio). E sono sicura che più ti leggerò più mi ritroverò nelle tue immagini poetiche e mentali.

    Abbraccia Luigi da parte mia e se vuoi, condividigli anche la mia newsletter #35 https://open.substack.com/pub/martadelpiano/p/35-la-newsletter-del-lunedi?r=u1d0v&utm_campaign=post&utm_medium=web, uscita ieri. Non è una miracolosa medicina, ma magari gli darà un po’ di sollievo.

    Oggi esco di casa pensando che se mi metto in punta di piedi, forse, da Milano vedo anche il mare.

    Marta

    ps: anche a me capita di sentirmi un po’ Francesco Sole nel suggerire alcune cose simili al “cercare i colori”, spesso mi ricordo del suo “fai qualcosa!” Te lo ricordi?

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