“Copriti col freddo che fa” 

Hai presente quando sei al supermercato e devi scegliere la cassa in cui andare a pagare? Davanti a te la soluzione sembra chiara: una è mezza vuota, l’altra ha una fila che arriva ai surgelati. E tu sei lì, senti puzza di inganno, e anche se lo sai benissimo che te ne pentirai, scegli quella con meno gente. E lo sai per davvero che questa sarà l’ennesima scelta sbagliata, lo sai tu, lo sa la tua coscienza, il podcaster che stai ascoltando che per un tratto si ferma, un momento di tensione e suspense esagerata, lo sa persino quel poco istinto che ti è rimasto che ti sussurra in un orecchio: “Ah zì, non ci andare, fidate, non ci anda”. Lo sanno tutti che c’è l’inganno, perché delle cose che sembrano apparentemente troppo semplici hai imparato a non fidarti, perché di semplice, ultimamente, non c’è niente: neanche la raccolta differenziata che non sai più fare, la tua Wish List che ti appare schizofrenica, rispondere a una mail per dire che è tutto confermato. Nulla è semplice in autunno, nulla è basilare, nulla è un “Ma certo!”, ovvero quella frase che sputi spontanea e dal cuore quando vedi una cosa chiara.

Perciò lo sai benissimo che non dovresti andare in quella cassa, ma dato che in questo periodo non sai neanche come vestirti e finisci per sudare costantemente, te ne infischi, ci vai, provi sto rischio, decidi di buttarti; dopotutto, ogni tanto, fa bene correrli sti rischi, anche solo per sentirsi capaci di intendere e di volere, di sentirsi sicuri o semplicemente più furbi degli altri. Ma puntualmente, scegliendo quella fila, finirai per metterci il doppio del tempo, perché la signora davanti a te, in un giovedì sera alle 19, ha deciso di sfamare un’intera comunità. Che la signora al supermercato poteva andarci a qualsiasi ora, ma a lei piace proprio l’orario di punta, la fa sentir viva, uguale a tutti gli altri, uguale a quei tailleur che ammira tra una corsia e l’altra rimpiangendo il suo che giace sotto una copertura di plastica e naftalina e che non mette più se non per qualche cresima o funerale. 

Lei alle 19 è lì, pronta a prendersi il mondo, la scena, la tua vita e tutti i tuoi ritardi, è pronta a cambiare le ore, i minuti e i secondi della tua serata infrasettimanale. Lei, con il suo piumino turchese (colore brevettato solo per loro), tra una promozione e l’altra decide di non fare sconti a nessuno: devi semplicemente aspettare e farlo nel modo più scomodo possibile, con i prodotti che tieni a fatica nelle mani e che iniziano a pesare. Non sai quanto possano pesare 200 grammi di pollo fino a quando non sei in fila da più di cinque minuti. E poi una spesa veloce, l’hai sempre detto, non prevede un carrello e così il tuo castello di carta ha come base una melanzana.

Devi aspettare come davanti a un binario in attesa di qualcuno che non vedi l’ora di vedere, aspettare come si aspetta un abbraccio, come un momento che prima o poi arriverà: “Cosa aspetti?” “Non lo so”. Aspettare che arrivi il rider, che arrivi il check-in quando hai appena comprato il volo: “Ma perché la mail di conferma non è ancora arrivata? Cosa sta succedendo, AIUTO”. Aspettare il tuo compleanno: “Mancano solo 89 giorni”. Aspettare in piedi o in posizioni scomode, aspettare con il piede che batte per terra, con la goccia di sudore che batte sul naso, col tuo cuore che batte e basta, è già qualcosa, o perlomeno batte a un ritmo strano che ti fa anche specie sentirlo, non lo sentivi da un po’, ma c’è ancora. Evviva.

Aspettare immobile per iniziare semplicemente a pensare e a pentirti di ogni singola scelta sbagliata, un’attesa così lunga da portarti in una sorta di autoanalisi e confessioni, dove devi pensare necessariamente a tutto quanto: da se hai spento la candela prima di uscire, al tuo 7:30 sbagliato, a tutti gli errori fatti da quando hai dodici anni, a quel bambino che hai fatto cadere giocando a nascondino, a quella volta che non ti sei lavato i denti prima di andare a dormire o hai rubato uno snack all’autogrill (perché in certi autogrill bisogna proprio farlo). Ed è questo l’obiettivo della signora che, con la sua lentezza, diventa il tuo giudice morale e in quel momento è come se rappresentasse lo spigolo in cui solitamente sbatti il mignolo di notte, della serie: “Hai deciso di non accendere la luce in casa? E allora ora devi soffrire brutta merda”.

Così la signora si trasforma nella cosa più lenta che tu abbia mai visto, appositamente per farti riflettere. E così aspetti e le persone ti passano di fianco, una ad una, pure quella che è entrata venti secondi fa: ha finito, passa e paga. E tutti, guardandoti, pensano “Tu sei proprio un coglione”. E lo pensi anche tu, lo pensa la signora davanti a te con il suo ghigno del “Ora ti faccio vedere io, furbetto dei miei sabot”, il cane legato fuori in attesa del padrone che ti guarda con compassione ma pensando “Io sarò pure legato qui, ma non l’ho scelto, co-gli-o-ne”. La cassiera punkettara che, tra un prodotto bippato e l’altro, risponde a WhatsApp: chissà a chi scrive, chissà se è innamorata, chissà se riesce a farlo con quelle unghie lunghissime, chissà se è buona quella chewing gum che mastica da stamattina e se sotto quella felpa enorme di pile nasconde un biglietto da visita di qualche posto in cui è stata, un ricordo gentile, un neo benigno, un nome specifico, uno scontrino speciale, la foto dei suoi cani, una lettera, una dedica che non vuole gettare.

Lo pensano tutti, anche l’inserviente del supermercato che ti vede ogni giorno e tu lo sai che uno di questi ti fermerà per chiederti: “Ma tu, che minchia ci fai sempre qui con sta mozzarella? Vai a casa, ti prego”. E tu vorresti rispondere ma alla fine una spiegazione non ce l’hai, non hai una spiegazione per niente, vorresti tanto poter capire come rispondere ma proprio non lo sai. E allora annuisci e questo è lo stesso effetto che ti fa quando vedi la gente lenta ai controlli di sicurezza o persone che girano a maniche corte o in infradito in pieno inverno. Vorresti sapere perché ma non lo sai e qualcuno di fianco a te li giustificherà dicendo “Vabbè ma so stranieri”.

Ecco, questa settimana di inizio novembre ci apparirà esattamente così: una fila alla cassa apparentemente corta, perché fuori piove e forse rimanere incastrato davanti alla signora ti evita di bagnarti, forse non rispondere all’inserviente ti aiuta a non dover per forza capire tutto subito. Tanto il tempo prima o poi ti dirà qualcosa, così oggi il tempo si fermerà alla corsia numero 8 con i pensieri di ieri e le scadenze di oggi, con lo yogurt di soia e la solita etichetta che il cassiere inserirà a mano.

Il tuo giorno libero è andato via, penserai a tutto ciò che è rimasto, al prossimo sabato, alle idee sospese, alle liste non scritte, alle foto che hai fatto ma che non ricordi, a quelle che ritroverai dopo un po’, a quelle che ti sarebbe piaciuto fare. Un goccio di profumo ti cadrà sulle vertigini, la musica si alzerà sempre di più, la settimana ricomincerà ugualmente: tutto scorre, tutto è lieve, tutto manca nonostante ci sia di nuovo. Il vento ti farà cambiare idea di non uscire, di odiare il tuo capo, i tuoi gesti, e per una volta l’ignoto sarà il tuo “ma certo” e non c’è niente che non va, e non c’è niente a cui pensare. Va bene così. Mettiamoci comodi e aspettiamo che la signora paghi la sua spesa. Per una volta va bene così.

Cose da fare:

Rispondere “boh” a qualsiasi tipo di domanda, farti sorprendere dalle cose piccole, pure da quelle irritanti. Lasciare che una giornata vada come vuole, non come avevi deciso. Fingere che tra una striscia pedonale e l’altra ci sia la lava.

Cose da non fare:

Attraversare la strada con l’arancione.

Canzone della settimana:

Bar della settimana: 

@NODOBAR

Cliché della settimana 

“Non è tanto il freddo, ma l’umidità”

In un mondo estremamente bagnato senza sapere il perché, nel dubbio mettiamoci sotto al piumone e non alziamoci per nessun motivo, neanche per fare pipì che ora, in questo periodo fa freddo anche per quello.

Parola di Dio

Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio. Questa settimana, Dio dice:

“Non ce pensà, non pensare, non farlo, non serve a niente, Dio benedica, Anzio, io benedico tutti quelli che non pensano, che vivono di un gran bene, a tutti quelli che non pensano perché non possono farlo, perché poco dotati, a tutti quelli che sono dotati e non vogliono e a tutti quelli che semplicemente non se lo chiedono. Non pensà, non farlo e basta, a che te serve?”

Brand della settimana: 

@houseoferrors

Film della settimana:

Bugonia

Iscriviti alla newsletter


Lascia un commento