L’amore è anosmatico

“Non è per parlare male dei collegi, eh, ma chi ci ha messo mano qui ha fatto un disastro: è tutto da rifare.”
Così inizia questa settimana, come un meccanico qualsiasi pronto a toglierti certezze e a criticare il lavoro di chi veniva prima, cosa che ha fatto a sua volta il meccanico precedente. Inizia come un tecnico di caldaie, come caldane improvvise, calorie distribuite male, distributori automatici di panni sporchi che solitamente si lavano in casa ma che oggi abbiamo deciso di indossare perché siamo più pigri del solito. E per questo, non c’è scusa che tenga: daremo forse la colpa alla primavera, che ci ha illuso del suo arrivo prematuro e che, a quanto pare, è già andata via, almeno per un po’.
Le coperte si sono aperte nuovamente, le scoperte si sono arrese a delle ipotesi, a quelle ipofisi infiammate che non capiremo e che ci porteranno a seguire l’istinto solo per le cose sbagliate, alle scienze applicate alla quotidianità che rendono l’irrazionale sempre troppo razionale, quasi scontato, imminente. Daremo la colpa alle serate vissute fuori per strada e alle temperature che sembrano abbassarsi con qualche piccola accortezza: tipo tenersi lontani dai pozzi, dalle prese di corrente scoperte, dai fuffa guru a Dubai. Tenersi lontani dalle persone che parlano fuori dal cinema e ti spoilerano i finali, dai finali di stagione, dai finali aperti e da Finale Ligure ancora per un po’, dai ritardi, soprattutto quelli degli altri, che hai sempre odiato in modo indistinto: i ritardi al lavoro, i treni in ritardo, il ritardo delle persone, i ritardi delle fidanzate. Anche se poi, alla fine, in ritardo ci sei perennemente anche tu, e cos’è questa se non una specie di autocongiura? Tipo che continui a fare qualcosa di sbagliato e finisci per dire: “È il karma”, o un tuo piano astrale qualsiasi.
Questa settimana, alla fine, scoprirai che vivere male prima o poi ti fa male. Eh no, non è una frase da tatuaggio, tipo “resilienza”, tipo le rose dei venti di qualche pirata di provincia o uno di quei tatuaggi tribali privi di significato che qualcuno finisce per dedicare ai propri genitori: “Lo vedi questo?” “Le righe sul gomito?” “Già, sono un omaggio a mì madre”. È più una nota a piè di pagina, una di quelle che scrivi male o di corsa, che sbava dalla voglia di uscire a tal punto da finire per macchiarti la mano, la coscienza, la vulnerabilità di qualche scelta. Una di quelle scritte con la penna giapponese da dodici euro che si esaurisce insieme a un singolo concetto. Dopotutto, per alcuni pensieri non servono grandi trattati, solo dei segni, come delle firme su un contratto che hai firmato senza leggere.
Martedì è così: ha sempre quell’aria da controllore. Non ti guarda mai negli occhi, perché lo sa che non hai il biglietto. “Giuro che volevo timbrarlo” “Sì sì, dicono tutti così.” E poi inizi con una serie infinita di frasi di raro squallore: “Guardi che io pago tutte le tasse, sono una persona perbene”, cose così. Alla fine ti alzi, paghi: il finale è già scritto, come il martedì che ti ricorda che dopotutto sei maggiorenne già da un po’, hai un conto corrente, un IBAN che non ricordi mai, un terapista salvato in rubrica con il nome di un amico “Mario”, chissà perché poi alla fine si chiamano tutti Mario, e una dignità che usi solo nelle occasioni importanti: “Io mi licenzio”.
Poi il silenzio, la sera. Una scelta che appare ribelle: “Ma che ce frega, magnamo sul divano”. Un messaggio erotico ma pigro, un esoterico pensiero che si tramuta in un sogno, e ancora… il silenzio, il dormiveglia, la sveglia. Il mercoledì arriva pronto a prometterti che al fine settimana manca poco, perché tutto è così ciclico. Il rumore di un tacco sul parquet sopra al tuo appartamento ti toglie il sonno: è un giorno nuovo che arriva senza presentarsi, come quelli che entrano alle feste dicendo solo “carissimo” e nessuno capisce chi li abbia invitati o chi siano.
Il cielo ha deciso di restare grigio, ma con convinzione, che è sempre meglio delle persone indecise o di chi esce con l’ombrello in modo preventivo “Oh, non si sa mai”. Ti vesti con quello che trovi, che poi è sempre quello che eri già ieri, solo leggermente più stropicciato, come certe opinioni dopo una notte corta o pensieri randomici che ti portano sempre di più ad odiare le città prive di persone ma piene solo di turisti. Martedì è appena cominciato ma è quasi già finito: nella tua testa, fuori qualcuno ride troppo forte. Dentro qualcuno pensa troppo piano. L’equilibrio perfetto probabilmente esiste, ma oggi la quiete è l’unica soluzione al caos interiore. Cercarla anche solo per pochi minuti sarà la tua vera rivoluzione e il modo più veloce per ignorare le conseguenze delle frasi fatte, delle critiche dei meccanici, degli scudi ermetici ma senza frecce.
Cose da fare
Cercare un’isola, trovarla a Milano, trovare tempo per perdere tempo.
Cose da non fare
Darsi scadenze, escogitare piani per non pregare, per non riflettere le proprie emozioni su quelle degli altri, per non trovare somiglianze di qualsiasi tipo anche laddove non ce ne sono: “…Anche Paolo faceva così”
Canzone della settimana:
Bar della settimana:

@Enotecacotti, Milano
Cliché della settimana:
“Sanremo era meglio l’anno scorso”
La verità è che questa frase la dirai ancora e ancora una volta non lo guarderai mai davvero, e il senso di vederlo è esattamente questo.
Parola di Dio:
Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio, e questa settimana Dio dice:
“Fabbri, non mi ricordo più niente. Non mi ricordo più le cose. Distinguo solo gli odori, che alcuni dicono che, a prescindere, son profumi. Tipo quando ti dicono che i bambini son tutti belli: non è vero, alcuni son brutti forte. Così io ricordo solo gli odori, alla mia età: quelli brutti e quelli bruttissimi. Non mi piace sentì quasi più niente. È tutto così uguale, Fabbri, che ci somigliamo senza volerlo. Ci confondiamo in questo caotico ristorante dove siam tutti sazi ma continuiamo a ordinare, dove il cameriere è più vecchio di me e non parla, emette suoni, dove i tovaglioli odorano di lavanderia e le minestre di terrore. Allora abbiamo iniziato a fa’ la guerra, e io sono così stanco che non ricordo neanche perché, neanche con chi, neanche la pioggia, il maestrale e quella sensazione di quando da bambini ci volevamo sempre bene. Non ricordo niente, solo gli odori, quelli tremendi e quelli disgustosi. Ricordo solo un profumo, uno soltanto: quello della mi moglie. O Fabbri, dicono che l’amore è cieco, ma per me è sempre stato anosmatico.”
Film della settimana:
Rental Family

Brand della settimana:

@Otravez
EVENTO DELLA SETTIMANA!!!
Giovedì al Jamaica (Via Brera 32) ci leggiamo tutti insieme, uno speciale Open Mic dove daremo voce ai pensieri, alle parole, alle lettere mai inviate, ai messaggi scritti sui tram, in ascensore, in aereo e a tutti quei discorsi appuntati sulle note del telefono. Leggiamo qualsiasi cosa, non serve avere un testo, una poesia o un racconto, basta aprire le note e leggerci. Vi aspetto per rendere la settimana meno meteoropatica.
RILEGGI I VECCHI MARTEdì
