“Mi ricordi una bugia andata a mare”. Non tutti i martedì escono col buco!

Mi sono sempre chiesto se i martedì avessero un carattere o se semplicemente avessero il “nostro brutto carattere”, quello che sin da bambino ti sentivi ripetere dai tuoi genitori che, guardandoti con una smorfia ben visibile e un po’ di rassegnazione, ti dicevano: “A Fabbri, ma che brutto carattere!”. E allora, il martedì, se fosse una persona, che carattere avrebbe? Forse il destino gli riserverebbe uno di quei nomi antipatici, tipo “Fausto”; per gli amici, “Faustino”. E tu vorresti dirgli: “Guarda che i soprannomi sono più corti dei nomi, ma vabbè…”. Ecco, è proprio un martedì Fausto: uno che vuole mettere i puntini sulle i, uno che non mangia mentine al mattino, uno che mette il papillon o, come direbbe Faustino, il farfallino.
Così, se la personalità del lunedì è chiaramente un trauma condiviso, se il venerdì è inesorabilmente una promessa, il martedì è quella persona a cena che non sai bene perché sia stata invitata e che passerà tutta la serata a trovare somiglianze con altre persone di cui ignori l’esistenza: “Oh minchia, tu sei uguale a Marco Ferraglio, identico proprio!” Oppure: “Lui è identico allo zio Mario, vero?” — “E io che minchia ne so?”
E così, questo martedì, saremo seduti a cena con una persona che non conoscevamo, saremo bocche troppo grandi per cibi troppo piccoli, saremo una Nouvelle cuisine emotiva, cioè un piatto avanguardistico che ancora nessuno — noi compresi — conosce. Saremo bignè mignon, caramelle zuccherate che si attaccano al palato, tra il trentunesimo dente e quel ponte che, diciamocelo, non porta mai da nessuna parte. Saremo tabelline facili, quella del cinque, quella del dieci, perché quando la vita si complica torniamo sempre a fare i conti con le dita.
Saremo campane da saltare, campanelle da ignorare, campanili piantati in mezzo al nulla come certe relazioni che abbiamo difeso con ostinazione architettonica, orrende da vedere ma che non ti fanno perdere il senso dell’orientamento. Martedì saremo elettricità a basso consumo e cuori da leggere a voce bassa, colli alti fuori stagione e ricordi d’estate che arrivano quando non hai ancora tolto del tutto il cappotto “Mi ricordi una bugia andata a mare”
E forse, tra una playlist improbabile e qualcuno che parlandoti di musica ti dice che “No guarda, per me la scena jazz etiope è ormai l’unica realtà davvero interessante”, ci accorgeremo che siamo diventati agende scarabocchiate. Piene di forme, di tentativi, di falli, di errori, di cose scritte troppo in fretta. Di messaggi non inviati e di dediche musicali mandate come atti d’amore senza una parola di accompagnamento. Perché a un certo punto capisci che il silenzio non è vuoto: è semplicemente quello che resta quando non hai più voglia di spiegarti.
Mi sono chiesto anche questo: quando è che abbiamo iniziato a pensare che ogni martedì dovesse “uscire col buco”? Che ogni settimana dovesse avere senso, struttura, una conclusione pulita? Io, per esempio, ho saltato un mese. Un mese intero a dire “la newsletter la pubblico domani” e invece niente, è passato un mese e ho scoperto che il domani ha una memoria pessima e tende a dimenticarsi di ieri con una facilità definitiva.
E questo è successo proprio l’altro giorno, mentre assaggiavo un chicco d’uva al banco della frutta , un gesto piccolo, gratuito, quasi illegale, ma lì ho capito che il mondo non può essere spiegato in pochi minuti, tanto vale aspettare. E che connettersi con lui è così difficile che puoi perderti per settimane senza nemmeno accorgertene. Come quando guardi il calendario e improvvisamente è di nuovo aprile, è di nuovo il compleanno della tua ex, è di nuovo un segno zodiacale che proprio ti sta sul cazzo, anche se c’è di nuovo il sole e tu non sai ancora come vestirti.
E allora ai tuoi amici chiedi: “Ma perché mi comporto così?” E la risposta è sempre la stessa: “Non lo so.” Forse è che la vita, ultimamente, mi sembra un olio aromatizzato. Al tartufo, al peperoncino, ai limoni di Sorrento. Non c’è niente di quello che promette, ma sa ingannare benissimo. Proprio come il tempo. Scivola, lucida, ti convince che qualcosa stia succedendo anche quando stai solo aspettando e sei solo in casa, eppure, se il parquet scricchiola, è perché c’è vita. Anche quando fai finta di niente.
Forse dovremmo fare così: sederci al solito bar, ordinare un sandwich e un po’ di indecenza. Alzarci da qualche parte e smettere di chiedere “come mi vuoi?” con quella leggera sofferenza nella voce, come se fosse una lingua straniera che non impareremo mai davvero. Accettare che certe cose sono come una musica turca: non le capisci, ma ti smuovono lo stesso.
E poi ci sono i bus che non fermano mai, che sanno come prenderti ma non come lasciarti. I supermercati che si chiamano “Non solo latte” o “Molto più di una mozzarella”, come se qualcuno avesse mai messo in dubbio la loro provenienza o profondità esistenziale, che tu vorresti entrare in uno e dire loro “E sti cazzi?”
Forse è questo il punto. Non tutti i martedì devono funzionare. Non tutti devono chiudersi bene, avere un senso, un arco narrativo. Alcuni sono solo un insieme di cose: importanti, inutili, unte d’olio. E noi lì, a leccarci le dita una a una, con un piacere immenso, preparando il corpo a una settimana che promette di cambiarci ogni giorno senza mai salvarci davvero. Dai “ti ricordi”. Dai “mai”. Dai “sì” impulsivi. Dai “ti amo” sussurrati piano. Dagli orgasmi bagnati. Dalle urla di piacere, dai silenzi doverosi delle meccaniche barattate con degli impulsi.
E allora forse la vera domanda non è se il martedì uscirà col buco. Ma se noi, questa settimana, avremo il coraggio di non cercarlo. Buona settimana, buon tutto. E, per favore, non perdiamoci di vista.
Cose da fare
Buttare le agende, stare lontano dall’ombra, non guardare il meteo.
Cose da non fare
Leggersi a vicenda, lasciar correre, correre prima di un appuntamento.
Canzone della settimana:
Bar della settimana:

@Trattorialamontanara
DIALOGHI
Il nuovo format che immagina dialoghi da bar se le persone dicessero tutto quello che pensano.
Esterno giorno.
Siamo in un parco. Seduti al chiosco del bar, una mamma di origini russe con la sua bambina; al suo fianco, poco distante, un signore sulla cinquantina fuma una sigaretta.
La donna si rivolge a lui con aria infastidita:
“Mi scusi, può gentilmente non fumare? Ci sono dei bambini.”
Il signore la guarda, cicca in modo vistoso dentro al posacenere e, dandole il suo lato migliore, con un evidente accento del sud risponde:
“Ma signo’, signo’… ora, lei è palesemente sovietica: suo padre, suo nonno e il nonno di suo nonno si sono sicuramente ammazzati di sigarette e vodka, comme degli stronzi… quindi mo’, a me, gentilmente… nun me scassà ’o cazz.”
La donna, sorpresa: “…Lei è veramente un cafone…”
L’uomo, guardandola e con tono ironico: “Eeeeeh, cafone… mamma miaaaa! Semmai… scorbutico! È che voi avete rinnegato la storia, siete figli e figliastri di questo perbenismo comico a cui manco credete. Quindi sentite a me: mo’ state al parco con questa bellissima bambina bionda — mamma mia quant’è bella — a cui, appena tornate a casa, darete nu tablet per non farle avanzare richieste… Perciò prendetevi ’sto sole in santa pace… con un aroma di Camel.”
Parola di Dio:
Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio, e questa settimana Dio dice:
“Fabbri, è na stronzata che l’erba ti fotte la memoria, so 50 anni che la fumo e mi ricordo tutto. Per esempio, ricordo la prima volta a Milano e il mio accento scivolare via, c’era una umidità che non ti immagini. Mi ricordo tutte le mani che ho stretto, tutti i libri che ho letto, tutti gli orgasmi che ho buttato via, regalato, rimpianto dietro quei grandi e immensi “maaaa perché?”. Mi ricordo la prima casa, la seconda casa e pure la terza che non sono riuscito a comprare, tutte le pillole che prendo ogni giorno, i nomi dei figli dei miei colleghi, quegli stronzi, gli stronzi che non mi hanno fatto pubblicare, ogni faccia, ogni espressione del viso mentre pronunciavano quei “sicché” per anticipare una fregatura, tutti i nei sui volti dei tabbaccai che a capo chino ti conosco meglio di tutti. Mi ricordo la sera che ho conosciuto Monica, il funerale della Magnani quando mia madre mi urlò di toccare la bara perché portava bene, mi ricordo tutto Fabbri, dimentico solo dove ho messo le chiavi, ma tanto a me non va più di uscire. Vivi Fabbri, tanto qualcuno una scusa te la darà sempre, e non ce pensa, che i pensieri fottono la memoria.”
Film della settimana:
IL MAESTRO

Brand della settimana:

@Adamjones.studio
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