Il mondo, a volte, sarebbe più felice con un alito cattivo.

Ogni lunedì mattina, prima di iniziare a lavorare e a recuperare le mail che volutamente non ho letto venerdì dopo le 14:00 “ Scusa se ti rispondo solo ora, ma questa mail me l’ero proprio persa…” compro dei fiori. E ogni lunedì mattina mi meraviglio dell’infinita lentezza di Jacob, il quale dedica un tempo lunghissimo a incartare un bel mazzo con una carta profumata e il suo bigliettino da visita, come se non sapessi dove lavora, che io butterò in cinque secondi e mezzo con una brutalità da libro delle scimmie. E credo che Jacob sia a conoscenza di questo, ma lui è felice così: ama il suo lavoro più di quanto non lo amino tante persone che conserveranno una confezione o la butteranno, ma a Jacob che importa?
Per cui aspetto impaziente, credendo sempre che quei minuti mi portino verso un chissà quale ritardo. “E daje Jacob, muoviti che non è giornata”, penso. E mentre aspetto, muovendo le ginocchia nervosamente, scuoto pensieri opachi nella mia mente e domande fobiche: riuscirò a consegnare quel lavoro? Arriverò in tempo a pranzo? Mi ricorderò di non sbagliare nome di Federica, cioè Francesca, che tutti inspiegabilmente chiamano Alessia
Jacob vende i fiori in un quartiere molto borghese e, alla fine, i quartieri borghesi delle grandi città sono tutti uguali. Un quartiere borghese si differenzia dagli altri quartieri per una serie di piccole cose. In un quartiere borghese le aree cani sono piene di cagnolini pulitissimi, accompagnati da dog sitter stanchissimi: mai visto un proprietario di un cane in una quartiere borghese. E i cani lo sanno e se ne approfittano, fanno stancare con un’aria un po’ altezzosa il loro conducente, della serie: “papà te paga, ora lavora, merda”.
Nei quartieri borghesi le persone vanno in vacanza e non dormono in posti che si chiamano hotel, ma in quei luoghi che ne richiamano altri: “Vigne”, “Tenute”, “Borgo San Qualcosa”. Qui si compra ancora il giornale, ma non quotidiani scelti per caso: solo giornali che non legge nessuno, neanche chi li compra, e che puntualmente si abbandonano sui tavolini di bar di cui si conosce scrupolosamente il nome del proprietario. “Oh Marco carissimo ci vediamo domani eh”. “A domani dottó” “Ma dottore di cose?” “Massi, così per dire…”
Si fuma ancora nei quartieri borghesi, ma in modo lento. Le sigarette durano più di sei minuti e mai meno di quattro, perché il tempo in un quartiere borghese non esiste davvero: nessuno sa realmente che ore siano o che giorno è. “Quante ne abbiamo oggi? Dodici? Tredici?” “Ma che giorno è, venerdì?” Perché qui, dove lavora Jacob, alla fine è quasi sempre venerdì. E quando qualcuno nota l’ora si sorprende: “Ma come, sono già le sedici?” “Perché, che c’hai da fare?” “Ah beh, niente di che”.
Nel quartiere dove lavora Jacob ci sono portoni bellissimi, pavimenti lucidissimi ed è pieno di appartamenti nuovissimi, sfittissimi, perché qui si cambia casa facilmente. Soprattutto se in quelle quattro mura si consumano pene d’amore. Si lasciano enormi cartelli di “Affittasi” vaghi: “Ampio quadrilocale di pregio, per info rivolgersi alla portineria”. Jacob conosce i nomi di tutti i fiori che vende e anche di tutti i suoi clienti. Conosce i nomi dei loro badanti, quelli dei loro figli, i numeri di telefono delle colf con le quali si diverte a scambiare messaggi erotici solo per il gusto di farlo. Nel quartiere dove lavora Jacob ci sono farmacie e parrucchieri ogni ottanta metri e in entrambi i posti indossano il camice.
Così io ogni lunedì mattina compro i fiori da lui, li incastro bene nel retro della mia bicicletta e pedalo tranquillamente ammirando un traffico ordinato, annusando l’odore che sale dalla mia giacca, che improvvisamente sa di buono e carezze. E penso che in qualche modo Jacob è in ognuno di noi, penso alle sue giornate piene di paradossi, penso ai suoi lunedì che come in un memory sanno riconoscere gli altri, penso a quando chiuderà alle 19 la sua bottega. Penso al fatto che per lui questa giornata è finalmente finita o appena iniziata, ma neanche lo sa. A come si interroga sullo zucchero che non trova mai nel cassetto dello zucchero a casa. “Amò, do’vè lo zucchero?” chiede. E dopo un infinito rimbalzarsi di risposte vaghe finisce sempre con la risposta di sua moglie: “Se vengo lì lo trovo subito, vuoi vedere?”
Jacob non sa come si fa una lavatrice, come si dividono i bianchi dai colorati, i denti dalle scapole durante quelle notti d’amore con la finestra aperta dove il vento entra, il suono esce e le fantasie restano ancora per un po’. Lui non lo sa quanto fa sei per otto, non lo sa come si lega la bicicletta al palo o chi ha fatto palo, che è troppo facile ricordarsi solo i nomi di quelli che fanno sempre e solo gol. Proprio come noi non ha minimamente idea di cosa succederà domani, dimentica facilmente cosa è accaduto ieri e non ha intenzione di pensare al presente. Compra il solito tabacco, accetta un tacco alto anche se a volte è fuori moda, scivola via come un tombino aperto inghiotte acqua piovana che, quando cade, sembra così pulita e quando atterra si sporca di praticità, di scadenze, di commerciali che venderebbero le proprie madri pur di andare in vacanza a Mykonos o in qualche taverna sincera dove fa figo non accettare la carta così qualcuno ti potrà dire: “Eh ma qui fanno le cose come una volta, non se vede no scontrino dall’86”.
E allora la settimana, come per magia, inizia bene. Così come questa primavera meteoropatica che zoppica come sempre e che ci porta a interrogarci ancora una volta su maggio: “Ma anche l’anno scorso era così brutto? Non è normale”. E a non programmare ancora vacanze estive o a pentirsi di averlo fatto: “Certo che sta guerra…” E allora inizia un’altra settimana e un’altra confezione di carta finirà nella pattumiera troppo velocemente. E forse è questo ciò che cerca di dirci questa settimana: che le cose che succedono troppo in fretta si dimenticano con la stessa velocità del valore che hanno alcuni minuti o alcuni profumi.
Cose da fare
Darsi tempo, aspettare, concedersi l’idea di perdersi qualcosa per trovarne un’altra.
Cose da non fare
Chiamare per nome i propri desideri.
Canzone della settimana:
Bar della settimana:

@Cursi.CDMX
Cliché della settimana:
“Al mare si mangia bene ovunque”
Il mare lo fa: fa sembrare tutto più buono, che quando sei in vacanza e hai fame, qualcuno dal niente questa frase te la dirà. Si chiama felicità, impazienza, gola. Perché alcuni cliché, del tutto immotivati o dettati dalle circostanze balneari e poetiche, ipotetiche e strettamente colorate, vanno bene così e stanno bene su tutto, rendendolo buono, proprio come un fritto.
Parola di Dio
Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio. Questa settimana, Dio dice:
“Ogni volta che mi lavo i denti mi torna in mente pane e cipolle e quanto mi garbano le cose semplici. Ce pensi mai Fabbri? Ogni tanto passiamo così tanto tempo a cercà di capì le cose difficili che ci dimentichiamo che al mondo esiste pane e cipolle. Per esempio Luchino, l’amico mio che due anni fa ha comprato due cavalli, non l’ha ancora capito. Cioè, a Luchino gli piace la natura, gli piace scommette e perde’, oh ne avesse mai vinta una di scommessa, e quindi anziché accettà i suoi pregi e i suoi vizi che fa? Si compra due cavalli, come per unì ste due passioni, e ora gira in lungo e in largo con due cavalli e con tante difficoltà. Perché lo fai, Luchino? Perché ti complichi la vita? Perché ti dimentichi di pane e cipolle? Forse penso che il mondo, a volte, sarebbe più felice con un alito cattivo.“
Film della settimana:
Le assaggiatrici

Brand della settimana:

@elephant_paris
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