Tutta colpa delle melodie

Ci sono momenti, e maggio è decisamente uno di quelli, in cui le regole non sono altro che suggerimenti con un pessimo ufficio stampa. Perché ora più che mai è difficile restare su un binario solo, soprattutto quando il sole ti guarda come un complice e ti sussurra: “Davvero vuoi essere così prevedibile?”. E ogni richiesta appare imperdibile: “Vieni al tabacchi con me?” “Ovvio… c’è il sole!!!”. E all’improvviso il bel tempo diventa una scusa elegante per qualsiasi deviazione, anche la più inutile. Soprattutto la più inutile.
Così mi chiedo: è libertà o solo una versione stagionale dell’incoscienza? Perché, diciamolo, c’è qualcosa di incredibilmente appagante nell’entrare in ufficio alle 09:35 invece che alle 09:30. Cinque minuti rubati al sistema, cinque minuti in cui puoi pensare: “io faccio come cazzo mi pare”. E anche se non è vero, e anche se pensare a questa ribellione interna ci imbarazza come un papà che usa Instagram per commentare le storie delle tue amiche con “Wow”, ci consola infrangere regole minuscole e scappare da loro. Ma, se non ci fossero, da cosa scapperemmo?
E non è colpa mia se mi interrogo su questo: sarà che è finita la Design Week e ho ancora troppe domande, sarà che ho rivisto una puntata di Marzullo e ora mi pongo quesiti senza volontà di risposta. Sarà che il formaggio di questo toast si rifiuta di sciogliersi e, diciamocelo, anche questa è una forma di tradimento. Sarà che il commercialista parla una lingua che non comprendo, con un alito pesante che riesce misteriosamente a passare attraverso il telefono. O forse è colpa di quella villa in campagna in cui sono stato ospite: enorme, perfetta… e senza cani. Ma le persone non comprano le ville per avere i cani? Sarà che in quel club in Brianza una cubista di nome Giuditta si sente inappropriata dal suo battesimo: dove sono finite le J, le Y, le H aspirate nei nomi? Sarà che non mi fido, che non mi fido più di nulla: di togliere il piumone ora, di non timbrare il biglietto, di sciogliere una coda, di rispondere con una emoticon a un vocale lunghissimo.
Sarà che la gente mi appare sempre più infelice in quegli occhiali specchiati, in quei cuori spezzati ma rattoppati, in quei segmenti di parquet dove si accumulano polvere e briciole ma che sono impossibili da pulire e quindi li calpestiamo. Sarà che questa primavera rende tutti allegri per forza, tipo un gigantesco veglione di Capodanno dove qualcuno ti urla a caso: “Frá, quest’anno è il nostro anno, lo sento!”, ma allo stesso tempo isterici per la paura di perdersi questa fetta di felicità celata tra un olio abbronzante profumato, una canotta chiara e un blazer che rivedremo l’anno prossimo.
Sarà che il T9 continua a scrivermi “sto arrivando” in risposta a domande esistenziali, e forse è un presagio. Sarà che non riesco a essere razionale e a toccare con mano le cose che vorrei fossero chiare, che a volte penso proprio che, se si potessero inquadrare queste cose, sarebbe meglio. Tipo: se si potesse inquadrare e incorniciare un momento, sarebbe tutto più semplice. Se si potessero incorniciare le cose incomprensibili, sarebbe più facile. Io, ad esempio, partirei da un lavandino, che è proprio un oggetto che non capisco: con quel suo naso allegro, quella forma strana, quel tono freddo, da cui l’acqua, per me, esce per magia. E credo sia una delle cose più difficili di questo mondo da concepire: cos’è un lavandino? Com’è fatto? E perché ad alcune persone riesce facile ripararlo, comprenderlo? Tipo i papà che lo sistemano in pochi minuti: “E che ci vuole, fabbri?”.
Ecco, se potessimo incorniciare un lavandino per renderlo chiaro sarebbe bellissimo: così, seduto in salotto, lo vedi incorniciato al muro e, guardandolo, pensi “ma certo, è ovvio”. Se si potesse incorniciare il buio per non averne più paura, per capirlo, per non temerlo, per non desiderarlo più sotto le mascherine da notte che odorano di un unico vero desiderio: dormire più di sei ore.
Se si potessero incorniciare i miracoli, le acque toniche, le tuniche, le scorciatoie che sembrano nascondere sempre un trucco “mmm, non mi fido, è troppo facile” tipo quando agli esami a risposta multipla segnavi tre “falso” di fila e pensavi: c’è sicuramente un inganno. Se si potessero incorniciare i cambiamenti per rendercene conto, per non cacciarli via a priori. Se si potessero incorniciare le aiuole da non calpestare — ma perché non posso farlo? Dai, una volta sola e basta, ti prego. Se si potessero incorniciare le basse maree e i movimenti della luna, che proprio non capiamo perché ci cambiano gli umori, o certi organismi che finiscono per essere diversi da come sono sempre stati. Incorniciare le mancanze, le vertigini, le lingue straniere o le persone che ti spiegano una cosa che continui a non capire e, per l’imbarazzo, alla domanda “hai capito ora?” rispondi sempre di sì.
Se si potessero incorniciare le semantiche, il genitivo sassone, gli scrupoli — che poi, che minchia sono gli scrupoli? Perché vengono fuori? Perché si palesano? A cosa servono? Perché non è istinto puro, ma scrupolo, preoccupazione? Allora ecco: incorniciamo le preoccupazioni e snaturiamole per capirle. Se si potessero incorniciare le equazioni, le relazioni con alcune persone che portiamo avanti come quelle buste di rucola che tratteniamo nel frigorifero e che scadono, e che non buttiamo finché non si attorcigliano su loro stesse.
Se si potesse incorniciare il tempo, che oggi sembra scorrere lento e domani velocissimo; incorniciare noi stessi che alimentiamo la velocità del tempo; che non capiamo che tempo faccia; che sentiamo freddo quando dovremmo sentire caldo; che non ci affanniamo, non ci appaghiamo; non capiamo il significato di certe canzoni anglosassoni ma le canticchiamo ugualmente, indipendentemente dal significato, perché abbiamo capito che nella vita è la melodia a fare la differenza.
Così questa settimana saremo canzonette a cui storpiamo il testo, parole inventate, parole scongelate che non usiamo mai: “melograno”, “mellifluo”, “artefatto”. Proveremo a metterle in delle frasi e a creare un senso, un senso che ci manca, un assolo che non isola ma che conduce un brano alla sua naturale conclusione, come fa il sole al termine di una bella giornata, come fai da solo al Terminal 1 prima di imbarcarti, come una barca a remi che in mezzo al mare dondola senza alcuna visione delle maree. Allora saremo maree che non capiremo e che proveremo a incorniciare per poterle guardare e dire: “ma certo, è ovvio”.
Cose da fare:
Tapparsi il naso prima di tuffarsi, accettare quasi tutto, perché l’acqua nelle narici ci avvicina all’estate, ma anche ai raffreddori.
Cose da non fare:
Non lasciare che il meteo decida le tue giornate, non prendere più impegni contemporaneamente, non sottovalutare i pomeriggi a casa per prenotare quelli fuori.
Canzone della settimana:
Bar della settimana:

@Rito_milano
DIALOGHI
Il nuovo format che immagina dialoghi da bar se le persone dicessero tutto quello che pensano.
Esterno sera. Su una panchina, un ragazzo e una ragazza parlano tra loro. Un’altra ragazza gli passa vicino, riconosce lui, si ferma, lo guarda e gli dice:
— Ma ciaoooo, come stai? Ti ricordi di me?
Lui è visibilmente disorientato, non si ricorda minimamente e risponde:
— Ma certo, come stai? Ma sei appena tornata dalla Thailandia?
— Sì, ero in Sudamerica.
— Bellissimo posto.
— Bellissimo posto… allora, ciao?
— Ciao, chissà magari un giorno poi forse, non so, ci ricontreremo a Miami…
Parola di Dio:
Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio, e questa settimana Dio dice:
“Oggi non ho messo il casco, Fabbri. Volevo sentì bene i pensieri che avevo in testa su ’sta motocicletta, che mi pare sempre di più ’na metafora della vita.
Che sto bene solo quando sto lassù, io. Perché mi aiuta, tra ’na curva e ’n’altra, a mette insieme i pensieri. Come se questo roteare costante, come un agnello nel kebab, mi aiutasse a sistema’ le cose storte. Così, quando giro a destra, la testa gira nel senso opposto: creo squilibrio, dopo ’na vita passata a cercallo. Ma non ha senso ’sto equilibrio, se poi siamo i primi a non poterlo distrugge. Perché, quando sei storto, Fabbri, vedi le cose dritte… e quasi mai succede il contrario.”
Film della settimana:
MY FATHER’S SHADOW

Brand della settimana:

@Kazarstudio
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