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20:20, sono su un Uber, ho il naso chiuso, il finestrino aperto, un esercito di fazzoletti di carta usati nelle mie tasche. Mi sento un imperatore, una sorta di re delle influenze. Uno si è pure accartocciato su se stesso, chiuso a riccio, come se qualcuno dall’altra parte del sedile gli stesse per chiedere: “7×8?”. E lui vorrebbe non rispondere. Non lo sa. Oggi sa soltanto che ha raccolto i miei trentasette e mezzo, che non è una radice quadrata ma una temperatura che un tempo bastava per non andare a scuola e vedere in televisione le tre gemelle giocare con una vecchia strega. Insomma, un film vietato ai minori.

Davanti a me l’autista, ascolta Radio Lulla (esiste, non facciamoci domande) a tutto volume, e dall’altra parte della radio c’è questa gente che chiama per chiedere una dedica o una canzone. “Vorrei ascoltare Io canto di Laura Pausini, grazie a tutti, saluti da Potenza”, che avrei voluto tanto entrare dentro la stazione e dirle che in realtà è di Cocciante, ma va bene così. Ho il naso chiuso e la mia, al momento, non è una voce così radiofonica.

Però la cosa che mi ha fatto sorridere, ma anche riflettere, è che viviamo nel 2026. Esiste Spotify, esiste la possibilità di scegliersi tutto. Puoi scegliere di farti portare l’acqua sul pianerottolo, puoi scegliere un partner al giorno, puoi richiedere l’anguria a gennaio, puoi sceglierti anche l’umore, se è necessario. Quindi perché affidarsi alla radio, a una voce sconosciuta che parla di cose che non sa e che, fondamentalmente, sono vuote? “Amici siete pronti per il sondaggione di oggi? Preferite la bionda o la mora? Mandate un sms e fatecelo sapere”  perché aspettare una canzone che magari non arriverà mai?

Poi, superando un pedone che si era perduto nel suo grande trench, capace di scivolare su ogni problematica emotiva, ho capito che, di base, non stavano chiedendo musica. Stavano chiedendo tempo. Tre minuti di attenzione gratuita. “Saluto tutti quelli che mi conoscono, un saluto particolare a Paolina, ciao Paolina.” Stavano chiedendo la prova che qualcuno, da qualche parte, fosse ancora disposto ad ascoltarli. Stavano chiedendo a loro stessi di condividersi, di ricordare, e di non farlo in prima persona, avrebbe tolto loro il gusto, ma di ricordare in maniera assistita, quasi da sorprendersi. Come quando sei davanti a un tramonto meraviglioso e pensi: “Ma che bello che è ’sto tramonto”, come se alle 18 non te lo aspettassi. Ti sorprende e tu, per una volta, non c’entri niente.

E a Potenza Laura Pausini canta. E intanto la vita, per un istante, non cade addosso: scivola, proprio come quel trench bagnato di buone intenzioni, di erotismo passeggero, illuminante, maldestro. Bagnato di sentieri scuri da percorrere per il gusto di una sigaretta, per demolire l’ansia, per masturbarsi di angoscia. Piano. Come quando scendi le scale senza accorgerti di avere il fiatone a trent’anni.

Così la vita scivola e, nel frattempo, finisce il dentifricio, finisce la carta igienica, finisce il sale Maldon, che non è un problema perché non l’hai mai usato, ma ora che non lo hai pensi sia fondamentale. Che neanche sai perché cazzo si chiami Maldon, ma tu ora lo vuoi. Così Io canto rimbomba sulla circonvallazione interna, l’autista gira la manovella e alza il volume e, con lui, si sollevano tutte le cose piccole, tutte quelle cose che esistono ma di cui nessuno si accorge perché oggi non è successo niente di memorabile. Solo un nodo al fazzoletto che non serve a ricordare nulla, se non a prendere un’altra Tachipirina.

E così passano le settimane, dentro un freddo che detesti ma che accetti come si accetta una fase, come si digerisce una frase — “al semaforo ti ho visto attraversare, ma non ti ho salutato” — come si sopporta una città che non ami ma in cui resti, una persona che non scegli ma che non lasci. Ti dici che tutto è ciclico, che anche questo passerà, che tornerà il sole e con lui una versione più gentile di te.

E il sole infatti torna. Alla fine, torna sempre. Torna e sembra nuovo, ma è identico. Ha fatto solo dei giri in più e non è neanche dimagrito, aveva caldo. Torna nelle stesse strade, stessi bar, stessi tavolini occupati dalle stesse conversazioni sull’aria che “oggi è diversa”. Torna come una carezza che non fa male, come una ruga che regaleresti per amore a qualcuno, per segnare il vostro tempo, per ricordarvi più giovani, per rivedervi felici, con i capelli, per dire: “Ti ricordi quello lì, quella là, quel momento? Te lo ricordi?”.

Torna sotto un cielo così perfetto da sembrare finto, uno di quei cieli dipinti che ti fanno venire il sospetto di vivere dentro una scenografia. Un Truman Show emotivo, dove tutto è bellissimo ma leggermente fuori sincrono, un po’ come te a gennaio. Io mi fermo spesso sulle cose che non si fermano. Sul tempo che passa mentre io provo a capirlo, sul passante che passa col rosso, sulle passeggiate orali dove nessuno parla ma tutti ascoltano. Lascio andare persone, stagioni, versioni di me stesso come si lasciano andare le foto venute mosse, quelle che non sono riuscite ma che non cancelli, perché dentro c’era movimento. E il movimento è vita.

E mi chiedo perché sia così difficile ascoltarci d’inverno, quando in questi mesi passiamo metà dell’esistenza sotto le coperte che dovrebbero essere una bolla, un rifugio, un luogo sacro. Dovrebbero amplificare, invece assorbono. Non mi decifro. Mi smonto. Mi osservo troppo da vicino e perdo l’insieme.

Forse è per questo che scrivo: per collegare cose che sembrano lontane ma che, alla fine, non lo sono mai. La radio, il freddo, il sole che torna, l’attesa che diventa un’abitudine. Scrivo come farebbe una cartomante, un amante, un dirigibile. Scrivo e mi va bene così. E perché, a volte, non voglio scegliere la canzone: voglio la riproduzione casuale. Perché non ho risposte definitive, ma ho capito che non c’è niente di male nel sentirsi sospesi. Perciò questa settimana alziamo il volume e sentiamoci tutti un po’ Paolina.

Cose da fare:

Fare le scale a due gradini alla volta, non lavarsi le mani, non tornare a casa a cambiarsi, non ignorare i segnali che ci dà il sole. Spogliamoci un po’ di più, beviamo il caffè all’aperto e non pensiamo ai fine settimana.

Cose da non fare:

Perdere tempo in attività inutili e superflue, rimanere fermi a pensare cosa sia più giusto, ignorare l’istinto.

Canzone della settimana:

Bar della settimana: 

@Serradiquartiere

Cliché della settimana:

“Gennaio dura tantissimo.”

Ecco, l’ho detto anch’io. Ma che ce vogliamo fa’? Alla fine, noi che ci sentiamo diversi siamo uguali agli altri. Per info, leggere sopra o chiedere alla radio.

Parola di Dio:

Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio. Questa settimana, Dio dice:

“Che senti? Niente, vè? Non senti volare ‘na mosca. Si chiama silenzio. Sì, lo so che lo conosci, che bischero, ma non lo ascolta mai nessuno. Pure tu, che dici che stai bene da solo in casa, c’hai la musica, eh? Mica bisogna sta’ zitti per ascoltare il silenzio. Il silenzio si vive, non si racconta. E perché c’hanno tutti paura del silenzio? Non lo so. Tutti con ‘sta roba che bisogna riempì un vuoto, tutti a riempire, a strabordare, a parlare. Tutti ‘sti bla bla inutili per paura di questo… del vuoto. Ma condividere il vuoto è la cosa che riempirà di più la tua vita. Perciò statte zitto, nun dì niente ed ascolta…”

Film della settimana:

Le città di Pianura

Brand della settimana: 

@SETCHU

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