Su un divano letto ho sporcato il buio e rovesciandolo ho visto ugualmente la tua stanza, trovando l’accendino nello stesso posto in cui ti ho lasciato l’ultima volta.
Su un divano letto la calza a rete non è servita a fermare la desolazione cosmica di un ventre prêt-à-porter, e dopo quattro strisce abbiamo scopato dentro una pioggia usata solo per sentirci migliori. Si smuove il sei percento di quello che ricordo di te servendo gli orgasmi di diversa natura per  disintegrare il tempo limpido, rendendolo straniero e meschino, macabro e definitivo.
Ci si dimentica del vino e della sua macchia, del caldo e dei suoi pavimenti freschi, della cenere e dei lamenti, delle molecole, dei suoni e delle patatine fritte finite sotto al letto e dentro un fine settimana andato male. Scaturisce il maltempo e l’ordinario è sempre così costante, mentre io sono ancora così schifosamente disordinato e sempre così continuo.


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