I comunisti non pagano il biglietto del tram.

La mia ombra ha rifatto il letto che ho lasciato sfatto lunedì, mi ritrovo ancora una volta in convalescenza e scopro che il mio alito sa ancora di kebab senza cipolla con tanta salsa allo yogurt, mi alzo in preda al panico, rutto, e vado in cerca di un bel sogno tra le coperte per trovare una scusa valida alle perdite di tempo.

Dal piano di sopra sento i lamenti di un vecchio che non riesce più a digerire il cibo sano, sento i lamenti di una ragazza con la febbre scoprire che la sua fronte ha una temperatura superiore al suo numero di scarpe, così mi sento in colpa a non avere alcuna lamentela e ricordo subito che dovrei averne almeno due, per fustigarmi decido di comprare un cuscino nuovo, la cosa mi terrorizza, io amo troppo il mio cuscino, mi conosce, è questa è una sfida troppo grossa per un mercoledì con il sole, così compro una scusa e la metto sott’olio per farla durare di più.
Alle 11:17 all’alba dei mondani, una ragazza colombiana allergica alle bibite gassate, suona fuori dalla finestra, sono costretto ad alzarmi dal letto, mi affaccio, la vedo, è così alta che riesce a rubare i frutti immaturi, come i viali delle stazioni e le zitelle rammaricate con il tailleur e una goccia di limone negli occhi.
C’è puzza di piedi bruciati, mentre dalla strada quel suono continua a propagarsi in tutta la casa, invadendo le abitudini s’infila nei pasti caldi, nelle bollette aperte per metà e nel mio brontolio lungo tre metri e mezzo, riuscendo però ad addolcire il caffè e a farlo girare con un LP fuori moda.

Così il tempo con la sua musica sembra volare e senza troppe accortezze è già arrivato venerdì, ed io ho comprato una camicia nuova solo per poterne leggere l’etichetta e dimenticarla nel caso dell’ancora, del troppo che infondo non stroppia mai.
Ho comprato anche un biglietto della metro usato per scavalcare senza troppo impegno le paure dei giorni nuovi, le cosce nei vicoli ciechi, lo strozzo in gola, le piume delle signore prosperose, uno stronzo qualsiasi, i sentimenti delle donne lunghe, le voragini dei belli, la verdura appena raccolta, la semina infinita, le dita rotte, le minigonne corte, una battuta sui gay, un populista parlare, un genio distruggere, un suono tornare, ho comprato un biglietto della metro usato per scavalcare tutto questo.
Ho comprato un biglietto della metro usato, dalla carta spessa e mi sono tagliato , il dolore non mi ha permesso di parlare per tutto il pomeriggio ed io sono ancora una volta la stessa persona di ieri.

La stessa persona che senza troppe conclusioni si stende su un tappeto e sente esplodere la vena maestra, che non ha mai saputo insegnare un cazzo in realtà, che non ha mai niente da dire, che non propone più cose divertenti da quando la stagione delle ciliegie è finita per sempre in quelle ceste di paglia e negli insetticida sterili, come gli uomini che non hanno più amato dopo le medie, dopo il calore del computer bollente sulle gambe, dopo i buoni pasti al Mcdonald e le offerte su Spotify.
Perdo sempre più sangue a causa di quel pezzo di carta capace di far esplodere i sentimenti dentro 3 cm di passaggio automatico, il sangue scorre ed io non riesco neanche a cambiare umore, un destino crudele, una verve dannata “passione, colla e servitù.”

Tutto questo rosso mi irrita così cerco le sigarette, ma trovo soltanto altro rosso rendendomi conto che da qualche mese ormai sotto il mio comodino giace “il capitale” e una manciata di polvere, così Karl mi fissa, ed io capisco che di base lui è soltanto un parassita ed io un pigro. Marx è lì inerme, in offerta a metà prezzo, che guarda fuori dalla finestra, Marx vive dentro una stanza in attesa di essere sfogliato, compreso, vive le stagioni senza troppa meteoropatia, Marx non paga l’affitto e quando esce non paga il biglietto del tram, non paga la cena e non beve neanche. Così capisco che bisogna aiutarlo e farlo uscire da questa costante apatia, lo porto con me dal barbiere ma lui spaventato non entra, preferisce star fuori, i comunisti hanno davvero un carattere difficile. Ma come dargli torto, anch’io ho paura, e le due cose che mi terrorizzano di più sono proprio il barbiere e il dentista, quei due luoghi in cui sei ostaggio di una sedia, in cui vedi passare tutta la vita davanti e ti rendi conto che infondo si era felici ma nessuno lo sapeva.

“non si preoccupi non sentirà alcun dolore con questa anestesia, poi suvvia non faccia il bambino è soltanto una spuntatina”
Tutte cazzate, io ho paura tutte le volte che la macchinetta si accende, tutte le volte che la segretaria cambia canzone per mettere brani ipocriti , musica “ambient” viene chiamata, ma poi finisci sempre per ritrovarti a parlare di calcio con Gino Paoli in sottofondo. Adesso che ho trovato le sigarette proverò a sporcare i denti mettendo gli Smiths, senza barba andrò via verso la tarda notte e i letti sfatti, verso le camice di seta e il ghiaccio sciolto dei drink bevuti a colazione.

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