La cattiva sorte dei sogni di festa.

Scusa non ti ho visto il tatuaggio, è che di base non me ne frega niente del natale e del mio vetro che si romperà a mezzanotte, insieme ai drink colorati, al rock n roll e a quella voglia di fare after che in nessuno c’è.

Scusa non ti ho visto il tatuaggio, perché dormivo in una sfilata di bocche ripiene di paste alla crema e canditi scartati, di bambini picciosi e verande in rovina, tra lo scoppiettare del fuoco di un camino qualsiasi e una donna troppo piccola per essere una giovane ubriaca nei party di fine anno.
Scusa non ti ho visto il tatuaggio e nemmeno il sopracciglio, e sento puzza di castagne e shampoo alla vaniglia, che hanno anestetizzato già il mio calendario con cerchi rossi e appunti fuori luogo.
Scusa non ti ho visto il tatuaggio, è che mi sono perso in quelle gambe fosforescenti, fin troppo leali per ogni tipo di volgarità, in quelle gambe in polvere da sniffare per ore a cena, a colazione, per merenda, nella lunga insonnia dei venerdì sera, in quel seno da rinchiudere in una fotografia e in due labbra di paradiso rosa, per poi svegliarsi alla befana e capire che è tutto frutto della cattiva sorte dei sogni di festa.
Scusa non ti ho visto il tatuaggio al capolinea della metro, dove ogni singola sospensione ha trasfigurato l’educazione in desiderio, tralasciandone il senso ed il sapore, scordando le perdite di tempo nel fondo di una birra calda e nelle gelate pause sigaretta.
Scusa non ti ho visto il tatuaggio perché non sono più riuscito a specchiarmi nelle mie mani, a leggere quella dedica che mi lasciasti sul davanzale, a sfiorare il tuo odore, i tuoi capelli che sanno sempre d’identità, il tuo mordere le giornate e le tue mani trasandate, non sono più riuscito a vedere nella mia memoria quella fredda notte, in cui ogni singola promessa era solo una becera scusa alla necessità di vivere.
Scusa non ti ho visto il tatuaggio è che non ho mai capito bene il tuo nome, non ho mai capito bene la tua porta e quella serratura spezzata persa sulle scale di un condominio in affitto, non ho mai capito le sorprese e i dessert rubati e mangiati di nascosto.
Scusa non ti ho visto il tatuaggio è che ho perso la vista dentro quel taxi abusivo, in quel sussurrare fragile che significa esclusivamente fatalità, in quella stradina che in maniera cortese ha saputo ben ospitare l’attesa irriverente di volersi già bene.
Scusa non ti ho visto il tatuaggio, è che ho sempre avuto cappotti troppo scuri, è che ho sempre pensato che in due dentro una giacca si stia meglio, se essa ha come scopo quell’inesistenza del tempo che ci accompagna e che ha pagato il silenzio per mandarci via in un banale e semplice arrivederci.
Scusa non ti ho visto il tatuaggio, è che davvero, non me ne frega proprio un cazzo.

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