Marco dorme di là.

Dello zucchero filato si scioglie su una camicia démodé che odora ancora di armadio e mostri all’amarena, quelli che si mangiano dopo le medicine per esorcizzare la luna piena e gli architetti del giovedì, che ti impediscono di amare attraverso il riflesso delle bollicine in ritardo.

Però in ritardo ci sei sempre stato anche quando scordasti il suo volto in un brutto sogno e in una mattinata che sembrava notte fonda, in una sera che correva verso l’ineluttabile e la fatalità di un preliminare fatto male e di un valore ascetico tra due gambe irriverenti e sognanti, giovani e ancora sporche di rossetto.
“Non ci riconosciamo mai perché i desideri sono arancioni e tu ami troppo il giallo ed io il blu e allora poi la guerra ci separa e l’estate delle volte non dovrebbe esistere, ed io dovrei lasciare la porta aperta per chiedere al mio sconosciuto la buonanotte e della sana violenza infrasettimanale.”
Allora ho scopato di nuovo con una donna senza volto e subito dopo ho giocato ad un gratta e vinci ed ho perso anche la fortuna, così con una matita, su un foglio bianco sì ma molto sporco, ci ho scritto la mia frustrazione:
“C’è chi muore alle Maldive e chi non muore mai”
Sentendomi più intelligente di quello che realmente sono poi ho acceso una sigaretta e ho nascosto l’orologio dentro l’armadio per poter continuare a dormire tranquillo.
Senza le lancette la realtà è diventata opaca, le forme perdevano forma e la voglia di evasione si faceva fittizia quando, delle ciliegie fuori stagione sono ricomparse nella mia vita salvandomi dal cattivo umore e dal fumo passivo, dal sesso attivo e dalle condoglianze restituite per fax. Così reinvento di nuovo tutto, reinvento una nuvola e creo una tossica, reinvento un pensiero sottile e creo il 32 di maggio, reinvento una lettera e muoio domenica, reinvento la festa e descrivo le storie, cancello il lunedì e reinvento l’epilessia delle gambe, che allargandosi lasciano intravedere i propri sogni e le ansie delle madri, l’armadio strapieno e quella volta in cui vomitarono un tramonto dentro l’indifferenziata, allora reinvento anche i miei pensieri e faccio la spesa solo per poterti incontrare.
Ma io la spesa non so neanche cosa sia, forse perché è da un pò che non riesco a rispondere al telefono e mi trema il dito quando ti sfioro la palpebra, quando a scuola non sapevo scrivere, quando fuori c’è il sole e la gente sta meglio, ma io vedo solo delle colline da dove germogliano le anguille e i paradossi in quella vasca ricca di visioni mistiche e arcobaleni fosforescenti, da dove fioriscono le adulte e le minigonne, ma solo quelle che si rivelano per davvero, solo quelle che svelano abitudini come una macchina della verità che intrappola dentro di sé la necessita di credersi estranei:

“Elisabetta sniffa la sua coca direttamente dalla tavoletta del cesso, sopra una lavatrice e nel sacchetto di un’aspirapolvere che per sbaglio l’ha rapita.
Marco riposa dentro una scarpa continuando a dormire di là, dopotutto Marco dorme sempre di là e sogna cose pazzesche ma poi se le scorda dentro un tè verde, se le scorda nella cortesia, nelle vacanze del 2000, se le scorda tornando alla realtà, tornando da Michele che senza più scuse trova l’ultima vena rimasta per cenare con sua moglie e rendere conto di questa virtù alla privata apoteosi di un’utopia, o di un bel racconto che non scorderà mai, anche quando non riesce a dormire. Le pareti si sporcano e si anneriscono mentre si stringono sempre di più verso di me, ed io resto immobile a guardare la vita e ad immortalare una vecchia frase nel reale per non scordarla mai. Alla fine anche i topi hanno ragione, come tutti, e la radio è spenta nella stazione più vicina dove le stesse puttane di ieri battono, per pochi euro e poche bevande gassate da donare ai propri figli o solamente per infossarsi dopo lavoro.
La vita è una, i bassi di un brano possono essere tanti, il soffitto resta sporco e il braccio gonfio continua ad aver la fobia degli aghi, e sogna quella vacanza per poter morire in pace alle Maldive o non morire mai.”

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