Fantasia lubrificata.

Porto a spasso la pornografia nel mio dormiveglia mattutino, raccontandoti le storie migliori per sentirmi capace di inghiottire i tuoi starnuti e salvarli dal malumore.
Porto a spasso cento sapori con una pasticca dal nome straniero in un bicchiere di plastica, con la mia lingua secca che ha già perso la propria cortesia nel becero corteggiamento delle bollicine, nell’effervescenza capace di assorbire il romanticismo di un uomo che limona duro con una gomma americana dimenticata in un jeans.
Porto a spasso l’incomprensione nei miei passi colorati, nella nevralgia cronica delle aspettative erotiche di stagione, nella fioritura bruciata dei cannoni fumati alla stazione.
Porto a spasso due lentiggini bagnate di maturità e martini bianco, porto a spasso due lentiggini che sanno contare fino a dieci e che amano scomparire dopo aver assistito al degrado consumatosi nei bagni.
Mi gira la testa e l’asfalto è un posto sicuro, mi gira la voglia e nei confini dell’anatomia cerco riparo, per poi rendermi conto che oltre il corpo non c’è nulla, soltanto pelle ricoperta da calore, soltanto radici, soltanto lusso ed odio.
Mi rendo anche conto di addormentarmi troppo tardi e di non essere poi così sincero nei confronti del giorno, mi rendo conto di mentire e di amare solamente la fessura lubrificata della fantasia, di cadere sempre più in basso quando squilla il telefono e lei non risponde. Mi rendo conto di dormire con la melatonina e di sognarti per non poter esserci.
Mi rendo conto di non essere intelligente e di tenere praticamente sempre la bocca aperta quando penso, quando mi ritrovo su un autobus e non cedo il posto, quando è verde e penso al mare, quando rido ma non faceva ridere.
Mi rendo conto che rinascere è rischioso perché ci si può reincarnare in un sasso, e che i sassi pesano e la gente li colleziona solo per riempire dei vasi. Mi rendo conto che la pizza a pranzo fa venir voglia di pizza a cena e che sono così pigro da sedermi con lo zaino in spalla e di accettarne il fastidio. Mi rendo conto di fottere solo per smania e di odiare moltissime cose, su tutte la parola fottere. Mi rendo conto di odiare le cose che possono definirsi, come la scaramanzia e il tempo che si perde nell’aspettare qualcosa senza capirne l’attesa. Di odiare quelle cene infinite dove tutti succhiando in maniera rumorosa il brodo si eccitano a pronunciare nomi anglosassoni per impressionare gli amici.
Di odiare le Debora con l’h e il gerundio, i piumini perché vestono male chiunque e le giacche a vento perché mettono in difficoltà. Di odiare chi vomita nei luoghi pubblici e chi nei luoghi comuni, chi si serve dei fiori per scopare, e chi pensa di poter comandare gli orgasmi illudendosi delle proprie dita innamorate.
Ma l’odio non è mai reale come l’idea che si ha prima di salire su una bilancia, come le altalene che non portano da nessuna parte, come il pollo e la gallina che non sono per niente la stessa cosa.
Mi rendo conto di moltissime cose, come non esser mai abbastanza e che dopo mezzanotte torna il mal d’africa e che i rossi sanno di tappo e le bottiglie di carta sono prive di doglie. Così quando capisco che senza voglia si può far quel che si vuole, ti concedo di mutare le chimere e di rendermi futile per massacrare l’idea che hai di meallora odiami e lubrificati la fantasia che nel distruggermi definitivamente, si è già bagnata per tre volte.

 

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