Il diario di Yan. “Il conteggio dei giorni dispari.” Bisessualità fotografica di una tokyo in bianco e nero (Pt.2)

 Yan scrive:

Sono le 09:00 del mattino, fuori una nuvola ricopre di ossido il mio piano alto, deprime il collo basso, cuoce il caffè dentro una tazza comprata per strada.
Mi alzo dal letto già stanco e succhio caffeina bollente facendo appositamente rumore per irritarmi e per ricordarmi che fondamentalmente oggi ho davvero voglia di litigare, è un giorno dispari e nei giorni dispari bisogna scopare e urlare in maniera sgraziata, perché i pari sono troppo corretti per la trasgressione becera dei giorni precedenti.
È un giorno dispari e così fingerò di cancellare la cronologia, di strappare il cavallo basso, di trovare un nome adeguato da propinare alle mie amanti virtuali.
Proverò a trovare il concetto esatto per me, il profilo migliore, la parola giusta per catalogarmi e per togliere dal mio odore l’onnipotenza dei numeri primi che mi etichettano con la gobba da almeno sei settimane. Alle 09:07 sotto la doccia nomino per due volte il mio nuovo nome per sentirmi autentico ed unico, capace di vivere e pisciare autonomamente, capace di deludere le aspettative e sorprendere gli apparati genitali. Anche se le sorprese comportano sempre seccature come comprendere i sentimenti, il meteo, il vino e le lingue straniere, i discorsi in ascensore, le t-shirt nere e i denti sporgenti sino a finire per coinvolgere il fraintendimento in maniera inopportuna e naturale.
Ho deciso di cambiare le mie labbra non appena avrò finito di bere da una bottiglia di plastica per dimenticare il sapore della tua carne in decomposizione, ho deciso di cambiare il mio occhio destro che ti spia dormire e smerdare le fedi nuziali dei compagni di scuola che ci fanno sentire già vecchi con la propria propaganda fittizia di una vita regolare, attraverso foto di figli banali e programmi di cucina alla tv.
Alle 10:15  la metro è stranamente deserta, ci sono quaranta milioni di abitanti sopra di me ed io sono sempre lo stesso, sempre solo, sempre irritato. Sono irritato dalla finta cortesia dei miei vicini di posto, dai nomi dimenticati dei miei compagni di banco, dalle shopping bag delle adolescenti in sovrappeso e dai pensieri che inevitabilmente si tengono stretti tra due gambe coperte.
Così farò le prossime due stazione con gli occhi chiusi per ritrovarmi dentro il mio deserto maleducato, per provare a sentire l’aria fresca e riuscire a rinchiuderla in un barattolo, per sentirmi egoista ed usare l’odore quando ne ho voglia, per trovarmi in una dimensione in cui i tassisti non hanno i guanti bianchi e le donne l’ombrellino aperto al sole.
Nel mio deserto il tempo si dilata e le promesse di agosto non si rivelano mai prima di ottobre, i miei talloni si distruggono e la menzogna diventa un drink ricco di gin, ghiaccio ed encomiabile presenza. Arrivato a Shibuya  il cielo improvvisamente si schiarisce, diventa bianco, accieca il mio nero, la mia oscurità, accieca i malinconici e i nostalgici, riuscendo a rendere Tokyo la mia fotografia preferita.
Oggi è un giorno dispari e l’orario non è importante, la città si priva dal frastuono e del vento scomparso, proprio adesso, che mi stavo divertendo, scomparso dal centro assieme a Moira Orfei, ormai così lontana che nessuno ne sente la mancanza, neanche di quella felicità che ci circondava e che continuerà inesorabilmente ad aleggiare nei ritornelli solitari e nelle squillo nei caffè.”

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