Rosso in assenza del nero.

Da quando ho smesso di pensare non penso più, e quando lo faccio penso che non dovrei, allora ho capito che l’unico modo per  smetter definitivamente di pensare è pensare di non farlo mai.
Così svincolato da un’idea ritrovo le tarde mattinate e le angosce che si portano dietro, ritrovo la cena in un pranzo di plastica e la metamorfosi nella taglia di un jeans, ritrovo le briciole sulle gambe e le poesie che mi son cadute nella realtà, quando la saliva non basta a colmare la fame nel mondo e le bollette insolute.
Per delineare l’odore che mi porto addosso mi insabbio nelle concezioni immorali e mi ovatto la testa per non provare più nulla e cercare il mio ossimoro nei posti più inaspettati: nel pacco dei corn flakes, nelle strisce pedonali fresche, in una calza di spugna, nei capelli di un amante, tra i testicoli ed il cuore.
Con una matita bianca ho scritto su un muro la ripetizione del tempo ed ho smembrato le cose utili rendendole inutili per friggerle e donargli sapore,  per continuare a cadere sempre in alto e vivere meglio la mia decomposizione autunnale, il mio letargo dalle luci dei pub e dalle canzonette per canadesi.
Da quando ho smesso di pensare ho ricostruito il mio intestino tenue e per risparmiare tempo indosso gli occhiali da sole anche di notte, anche alle feste in casa, anche mentre gli altri parlano e capisco che a me non interessa, allora per non oziare ho gettato le godurie notturne in lavatrice pulendole dal disincanto come vento in frullatore, in questo modo ho risparmiato abbastanza ed ho ritrovato le stagioni nel taschino delle monete di fianco al preservativo all’amarena e al bigliettino che mi lasciati prima di perdere l’occhio su una torta di compleanno.
Sulla suola delle scarpe la gomma iniziava a sciogliersi e a far intravedere tutti i difetti dell’infinito, le crepe dello spazio e le riserve dell’oscurità.
In questo modo mi rendo conto di essermi raffreddato dentro casa e nelle battute intelligenti che continuo a non capire, nelle buste paghe fatte di fiori e succhiotti, nelle nature morte in cucina, nella retorica puntuale di un piercing al capezzolo; così per sopravvivere all’inferno bisognerebbe comprare della musica funky e non pulire più il pavimento, per sopravvivere all’inverno bisognerebbe costruire un incubo e scoparselo per disinnescare tutte le casualità e credere che il caldo delle camere da letto sia una sorta di preludio al paradiso.
In assenza del nero compro il rosso perché la tragedia continua a non palesarsi mai, ed il sapore nelle bocche degli sconosciuti diventa sempre più comune che di banalità si incomincia a morire per davvero.

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