Come aria nel naso.

In quei bicchieri bevuti troppo in fretta e in quell’intellettualoide credenza di non deludere mai mi chiedo se ne vale veramente la pena, ma finisco sempre per pensare ai catarifrangenti, capaci di illuminare pur essendo privi di vita, così mi catarifrangento anch’io e mi sbronzo senza sensi di colpa per le pene degli altri, per le separazioni improvvise e per tutte le scopate finite a metà.

Senza più aria nel naso mi ritrovo a vivere in controluce per poter continuare a vedere le ombre a me care, vedere il quarto piano e le attese in aeroporto, vedere una seicento verde in doppia fila e un ragazzo sul balcone battere le mani,  vedere le nuvole non riconoscersi e scoparsi nell’assenza, nella cordialità delle presentazioni,  vedere le stelle proteggersi con della velina dall’impatto della gravità e dalle scelte gravose,  proteggersi dal male e dal tatto delle mani sporche, dalle pelli secche e dalle luci natalizie, per continuare a vedere le sere vestirsi di rosso e sperare in un drink.
Vedo sbavare sul mio disordine e sul pensiero della concezione sbagliata di dolcezza, vedo sperperare la saliva sulle vagine laureate che dopo le 23:00 raccontano l’interpretazione dei sogni e gli aneddoti degli ex.
Però da quando non ti vedo ti vedo più spesso ed ho messo apposto la casa, ho ordinato i mie organi vitali, la decisione arbitraria di piangere su cose inutili e perpetue, sui muri in pietra leccese e sui lecca lecca di sughero.
Però da quando non ti vedo ti vedo lo stesso, ed ho incoronato nel mio deserto la conservazione della carne che rischia di perdersi nella futilità, nel caldo estremo dei cucchiai, negli ansiolitici naturali, nelle stagnole di seconda mano, nelle noti dolenti.
Ho conservato la carne per non farla marcire, per evitare gli arrossamenti e le piaghe scomode, per evitare di dirsi ti amo e continuare a guardare le foto non cambiare mai, per evitare il traffico di Milano e l’affogare nei vini da quattro euro, ho conservato la carne per preservarla dal tempo, per non cancellare i nei ed i tatuaggi, per non dover scrivere su un braccio e bucare i fogli, per nutrirmi dalle macchinette solo per resistere all’idea di un pranzo completo in un bosco di carta.
Mi bastano degli spazzolini nuovi per conservare le idee e per togliere il gusto alle cose, per scandire meglio l’abitudine di un batter d’occhio, per perdonare l’ingiustizia di un buon sapore e le scelte sbagliate che continuo a perseguire come status lavorativo.
Conservo la carne per non ricordarne l’estate, i peli del gatto ed il tuo seno minuto,  la conservo e la svendo solo il weekend per ricomprarla  tre giorni dopo dentro un cesso chimico, dentro lo stupore, dentro la nostalgia, dentro la voglia.
Così a me manca la mia aria nel naso che con insoluta leggerezza mi aiutava a respirare senza troppi psicodrammi e ad amare le promesse retoriche in una settimana sbagliata.

 

 

 

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