Le nudità esposte.

Ora che mi sento in colpa forse non ho colpe, ma ogni volta che ne ho è un po’ come se non le avessi perché mi sento già colpevole di colpe che non ho.
Circa tre anni fa mentre tutti tagliavano i capelli per provare a cambiar vita, io smettevo definitivamente di bere il latte, di scaldarlo o di sorseggiarlo direttamente dal cartone, smettevo di bere il latte per evitare di assumere ciò che in pochi giorni è destinato a marcire, così da quella mattina ho iniziato a cercare la vita nelle sostanze senza scadenza, nelle posture libere e sconnesse, nelle letture inutili.
Adesso, senza accorgermene, mi ritrovo a vivere Milano in agosto e a capirla davvero, perchè per comprenderne realmente la sua essenza bisognerebbe restarci con trentotto gradi, parlare poco e munirsi di alcuni elementi fondamentali come la mostarda in vetro per contrastare la dolcezza, un porno d’autore per non sentirsi in colpa e tutte le monete che solitamente tendo a non conservare, perché venti centesimi in una corso Buenos Aires deserta potrebbero salvarmi la vita. 
In questo modo scopro la mia personale città nei turisti tedeschi e nelle giacche a vento delle piogge improvvise, nelle periferie sguarnite di foto ricordo, la scopro essere desertica e bionda, sudata e morbida, ricca e moderatamente mediocre, sintetica e condizionata, condizionante ma anche corta e così vera da mentire sempre. Ho scoperto 181,8 km² completamente assuefatti e ricoperti da così poca stoffa da arraparsi facilmente, ho scoperto le camice a righe, i jeans tagliati e l’edera bruciata e sciolta come il marciapiede sotto casa mia e i gelati industriali che tendono a sollevare la solitudine dei parchi e le abbronzature per metà.
Ti accorgi che la vita si inverte dopo il tramonto e nelle passeggiate notturne dove le finestre aperte ci rivelano la bruttezza delle case e chi siamo veramente, dove ci si processa nell’autoanalisi per dimenticare i motivi principali del “tutto scorre” e del perchè hai scelto di muoverti piano per non sudare, per mentire alla luce del mattino che sovrasta le nudità esposte all’aria per preservare la propria eternità tra le braccia, nella cenere in salotto, sulle scapole capici di badare all’umore e di ordinare cinese.
Così quando ho scelto di ricordare ho dimenticato quasi tutto, ho dimenticato le sensazioni che si provano quando le attese finiscono, ho dimenticato di chiedermi se ho fame, di dare importanza all’ora, al presente e alle guance rosse, ai baci sulle fronti sudate, alle camice di lino e alle maglie oversize, alla nostalgia che si inietta sempre nello stesso modo, all’ago senz’aria e all’aria senza finestre, ho dimenticato di chiederti il numero, di testare la tua pelle e di provare a sbirciare dal riflesso dagli stivali il tuo corpo sguarnito di me, inerme, bianco e indifeso, ho dimenticato di chiederti se gli abbracci possono durare anche poco e di iscrivere la mia lungimiranza alle idee notturne che continuano a non farmi dormire. Ho provato a rovesciare un cappuccio, ad arrivare in ritardo e bestemmiare su un toast, a leccare del sale e ingoiare una bibita gassata solo per vivere dentro le cose capovolte e nei rutti che rianimano la volontà di sentirsi completi, giunta la luce abbiamo perso le ore e ci siamo definiti così  innaturali da rivelarci bugiardi nei confronti della nostra sopravvivenza, nei confronti del fine e delle referenze, nei confronti di ciò che aspettavamo con ansia e non è arrivato, nei confronti di ciò che non sappiamo perchè forse dentro di noi sappiamo già.
Allora ho sperato di vederti in un posto dove non ti ho mai visto, ho sperato di annunciarti in un ricordo e di sconvolgerti in una ruga, ho sperato di distendermi sopra i fiori finti delle lenzuola che odorano di candeggina, sopra l’ammorbidente sul cuscino, sopra i semi dell’uva passa, sopra un coriandolo andato via per escogitare il piano con cui risorgere nelle tua stanza, nel mio intercity, dentro il mio bicchiere ho visto i sogni delle cassiere e i succhiotti delle ventenni, le mani che si incastrano tra i ricci e le melodie, i fiocchi sulle scarpe, la terra tra le unghie e i denti sopra il cazzo, il granito di un campo da tennis e la rete bucata di una calza ubriaca il martedì. In un giorno feriale  ho scoperto davvero Milano che continua a non sbagliarsi per essere impeccabile, ho scoperto che la sua vuotezza ci fa capire  cosa non vuoi e gli odori che ami, ci fa capire i cartelli e dove vorresti passare la tua giornata libera nonostante il tempo si riveli meschino anche quando nel caffè ci svelano il segreto delle 16 l’ora più indicata per cambiare vita o taglio di capelli.

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