C’era pongo.

Ho creato l’atmosfera giusta per fingermi inverno. Ho spostato gli equilibri per scorrere meglio. Ho rotto uno specchio per difenderne il riflesso. In un appartamento a Milano ho creato l’atmosfera giusta per fingermi inverno ereditando le svastiche dai seni solo per creare forme nuove. “Raggiungimi all’ombra che è troppo tardi per vivere al sole anche se il sole insiste e le nostre vertebre non si riassettano più.” Descrivimi una forma, una scena solita, un tango squallido, descrivimi la notte, il gatto fragile, i limoni futili, l’umido dimenticato al sole, la chiave condominiale e le sue serrature, i viali striduli e le canzoni gotiche.  Appuntati le bruciature sulle labbra, l’amore  in un fritto misto, il taschino degli abiti gessati.  Ti circondo con violenza matematica, ti abbraccio con affetto microspasmico, ti scendo con erotismo economico.  Ho ordinato fuori,  sporto l’apatia in una censura al sapore di fumo e nuvole di drago. Ho poi scoperto che per perdere peso devo perdere anche te. Dopotutto le rinunce sono facili, da quando ho ritagliato la luna non ho più tagliato i capelli, l’ho mutilata e sciolta in un cocktail per contagiare gli altri con red bull calda e inutili pensieri laterali. In una stanza senza parquet ho spostato gli equilibri per scorrere meglio, per ricalcare il ritratto delle fragili che si assomigliano un po’ tutte, per ingozzarmi di carne che si deteriora, per invidiare gli ombrelli che non si aprono mai e tutte quelle suole che si intravedono solo nei primi passi e nelle scene morbose di libero arbitrio. Ed ora che ti ho perso non ho neanche più fame. Cura la nostra ossessione diabetica in forme sintetiche, il nostro esperimento andato a male, puliscimi il miele dai jeans, dal dito stanco, da un capezzolo di carta: sciolto e vuoto come un foglio alle cascate Igauzu. Sovrastami l’onnipotenza, accorciami il malcontento e le sopracciglia, maltrattami con leggerezze e provocazioni, congiuntivi ed insolazioni, deleggitimami i mappamondi. Conservami in un portafoglio, dimezzami nella mediocrità, riconoscimi in una sottoveste e donami la nostra cera pongo, la stessa che ti cola dalle gambe e non ti fa dormire, la stessa che ci rende troppo grandi in quei respiri così lunghi, la stessa che ci proietta il mondo come un posto imperfetto, infondo è tutta colpa della scarsa manualità e dei french toast troppo cotti se esistiamo ancora.

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