Previsioni metereopatiche sei (Milano dorme già, ma noi no.)

Lunedì

Anche se le giornate durano di più, anche se i piedi li lasciamo fuori dalle coperte e la frutta marcisce prima, le previsioni  del lunedì portano comunque molta pioggia. Nonostante le perturbazioni ci ritroveremo sorpresi dal nostro equilibrio e dal sapore di un dentifricio alla fragola,  impareremo a planare sulle piccole cose, sugli errori da poco e su quelli più grandi, sui cuori abbandonati, sulle giornate perse, sui nei che uniti non dicono mai niente. Lunedì impareremo a planare sulle sigarette fumate camminando, sulle taglie americane, sulla voglia di affetto, sulla confusione, sulle tue spunte blu. Impareremo a planare sulle crisi di coscienza, sugli sbalzi d’umore, sulle foto tutte uguali, sui surgelati scongelati bene, sulle croste alle ginocchia. Impareremo a planare sulle smorfie tranquillizzanti, su Godard e su Fellini,  sul lexotan e la melatonina, sui tramonti che ci mancano e su quelli che ci sono sempre stati sulle palle, sulle orecchiette ai libri, sugli appunti che non leggerai. Impareremo a planare sui trench sporchi, sulle lavatrici rotte, sulle punte delle matite che non scrivono mai, su chi ti ricorda che sei ubriaco, sui calzini spagliati, sulla polvere in eccesso,sui post-it conservati e sulla nostalgia. Lunedì impareremo a planare sul male che ci facciamo, sui preliminari violenti, sui racconti che vorremmo scrivere, sugli oroscopi e la meteoropatia, sui tagli sbagliati, sulle fughe nei bagni, sugli occhiali comprati insieme, sulle ombre che generiamo, sul metadone e la 69. In questo modo ci accorgeremo che il lunedì è come un piccione cresciuto in città, forse non è minimante a conoscenza di quanto la sua carne in realtà sia pregiata. 

Martedì 

Le precipitazioni previste per martedì, anche se vissute da dietro una finestra, non serviranno a farci cambiare umore, lenzuola o a buttare la spazzatura in maniera corretta. Non serviranno a farci smettere di sognare da un pianerottolo impolverato i cieli d’Africa, l’estate indiana e persino i bonghi al parco (ammettiamolo l’inizio della quarta settimana di quarantena si sente). Questo perchè siamo così tanto metereopatici che in queste settimane ci andrebbe bene anche vivere una giornata nella nostra città preferita sotto al diluvio. Incomprensibili stati d’umore ci appariranno come madonne a Medjugorje e anche se ai miracoli non ci abbiamo mai creduto inizieremo a invocare la spiritualità per qualsiasi cosa ne valga la pena, per qualsiasi dubbio e flatulenza, scazzo ed illusione, che ci porteranno a vedere il futuro anche in una merendina, l’amore in un uovo sodo e i segnali di vario genere nel parmigiano posato sopra la pasta in bianco. Inizieremo così ad accettare qualsiasi cosa, anche gli indizi più piccoli che per un po’ offuscheranno il sonno e il suono delle sirene che ci renderanno un po’ ipocondriaci e un po’ maestri di yoga. In questo modo senza accorgercene capiremo tantissime cose, forse mai così tante in 24 ore, anche se tutte saranno messe subito in discussione il giorno successivo forti però della consapevolezza che, per un’intera giornata, abbiamo vissuto la verità e abbiamo capito che a furia di sentirci dire “sei come me” siamo diventati persone diverse. 

Mercoledì 

“Ho letto una poesia ma non ho rifatto il letto, ho cancellato l’ultimo messaggio ma non l’ultima sera, ed ora che tutto mi sembra Venezia, ti amerò anche se non sai di vino.”

Milano dorme già ma noi no, siamo soli con il vento che si interrompe sul cemento, sulle nostre case, sulle saracinesche delle edicole, sul sacchetto della spazzatura, sui filtri della tua Iqos, sulla nostra guerra, sulle bottiglie scese. Mercoledì ci circonderemo senza irriverenza di parole stonate e frasi di circostanza, di risposte educate e modi convenzionali solo per sostare sulla pace temporanea della nostra libido. “Affrettati amore mio” dicevi circondata da peli di gatto Il tempo va veloce ma noi no. Così ci fermeremo a pensare alle cose inutili e a scegliere quelle più belle, anche se lo sappiamo che non sappiamo scegliere mai e ci dimentichiamo così facilmente. In questo modo ci ricorderemo davvero chi siamo nello strabismo di Venere e desidereremo prenderci svestiti solo per trasportarci in un’ora plastica, in una scia geometrica e in un vocabolario sensazionale,  pronunciare le nostre lettere d’amore  per tradurle  in ossessioni, per fare di noi quello che non faremo mai da soli, per dividerci il caffè e le sigarette, il posacenere e la piantina ancora bagnata. Da soli si sta meglio ma noi no, restiamo qui con la posa dei giorni chiusi sotto i nostri piedi, con l’odore delle piadine bruciate nella stanza e con il fiato sospeso in attesa di un collo. Milano dorme già, ma noi no.

Giovedì 

In un giorno che non cambia mai forma, che non ha bisogno di cenare, che non sa distinguersi abbasseremo la luminosità per combattere i mal di testa, per descrivere il futuro, per bere senza preoccupazioni, per ricreare  tutti i posti in cui non siamo ancora stati. Ci  sentiremo così tanto legati da questo lungo filo spezzato, dai programmi rimandati, dai discorsi non fatti, dagli occhi non toccati, dalle bruciature sul divano, dai Kellogg’s finiti, dall’inarrestabile voglia di continuare a deludersi che dimenticheremo  le precauzioni nel vestito buono, le carezze nel tazzone del tè, i portachiavi sotto al divano e il sesso nel sudore, la luce del bagno accesa, l’armadio aperto e che in macchina non si può fumare. Allora ci chiediamo che fine fa la bellezza di Roma, i gatti senza nome, l’estate ai parioli, il cinema all’aperto, gli stivali texani, le crocchette di patate, i dj sulla sabbia, le scritte sui muri, Platone e il telefoto. Ci chiediamo che fine fanno i fine settimana, Bormio, la pioggia che li rovina, l’amore che li deride. Ci chiediamo che fine fanno le auto lasciate sporche, l’ansia del parcheggio, l’ansia in generale, le fermate del centro, che fine fanno le masturbazioni celebrali se, dopotutto, non sappiamo neanche cosa farcene di quelle corporee. Senza deciderlo si spengono le luci, l’inverno è già finito, l’odore delle giacche di pelle riecheggia sui vestiti, tormenta il tabacco, rafforza le file, mentre siamo ancora così tanto vulnerabili che in questa confusione ci sentiremo un po’ capiti. È ancora giovedì’ anche se sembra venerdì e dopotutto i programmi per domani saranno sempre gli stessi.  

Venerdì

Venerdì sarà il giorno in cui prenderai coscienza che si può continuare a cantare anche senza sapere il testo, che si può voler bene anche senza conoscersi, che una settimana è trascorsa anche senza lasciare traccia. Venerdì sarà il giorno in cui il tempo si sintetizza come una storia di poco conto, come la coca da quattro soldi, come la musica elettronica. Venerdì sarà il giorno in cui ti renderai conto che siamo tutti figli di piani saltati, di oli naturali, di estati felici, di docce senza gettoni, di shampoo che prima o poi finisce sulle gambe, di ciabatte di gomma, di sessualità precoce e storie d’amore razionali. Venerdì sarà il giorno in cui ti renderai conto che non conviene fumare senza eleganza, che c’è bisogno di bellezza, che non sei ancora riuscito a distinguere il bene e il male, tra il cucchiaio e la forchetta, tra un farmaco e una carezza. Venerdì sarà il giorno in cui ti renderai conto che si può ridere anche per delle cose senza senso, che si può bere anche senza bicchieri, che si può piangere anche senza scuse, che non c’è niente di buono nelle cose ritrovate sotto al letto e che il passato prima o poi si ripresenta solo per farci compagnia. In queste prese di coscienza sognerai Canal Saint Martin e un libro di poesie di cui non ricordi il nome, ti sentirai meno in colpa di aver procrastinando un abbraccio, un serata in Piazza San Fedele, un LP di Battisti e Mina, un amore necessario. In questo modo prima di sputare sulle cose già finite, prima di odiare dai balconi, di finire il primo capitolo, di scegliere lo smalto giusto, di mandare un messaggio sbagliato, di riconoscerti in un pigiama, di amare con le finestre aperte, di riprendere fiato, tra le foglie ritrovate in un’agenda  sporcherai le coperte e butterai via tutte le viti avanzate dall’ultimo mobile montato per poter ripartire da zero a ricreare un’illusione a settimana e a eccitarti cerebralmente solamente per il gusto di farlo.

Sabato 

Sabato vissuto tra le quattro mura di casa continua ad essere un po’ come vivere in una sitcom, ti sembra di ridere ma è tutta colpa delle risate registrate. Così inizia un altro weekend che ha le sembianze di un lunedì con l’incommensurato scazzo della domenica. Le calze antiscivolo hanno perso efficacia, la marmellata sta per terminare e anche la moka non oppone più resistenza nello svitarsi. Proveremo a risolvere il costante dilemma del fare con il non fare, anche se per un po’ ci immagineremo le persone che saremmo diventante se iniziassimo ad incominciare tutte le cose lasciate in sospeso o i sogni ancora da realizzare, un po’ come i simpatici che cercano di dirti cosa ti saresti potuto comprare con i soldi risparmiati dalle sigarette. In questo modo questa tempesta celebrale ci caricherà per un po’ di ore e ci farà sentire ottimisti per il futuro. Così questi costanti sbalzi d’umore ci porteranno dell’ingiustificata felicità e della concreta depressione e finiremo a leggere la stessa pagina di ieri con il sottofondo di uno chansonnier francese. Il sole entrerà lo stesso e per un po’ proveremo a credere che quando usciremo realizzeremo davvero le cose per le quali non abbiamo ancora trovato il coraggio.

Domenica

Adesso che i giorni si assomigliano, che i piatti da lavare sono sempre gli stessi, che i vicini hanno smesso di far l’amore e anche i gatti non piangono più, la divisione del tempo si riqualifica come un anno sabbatico in pantapareo, ed è proprio quella malinconia esorcizzata che adesso si prenderà cura di noi come caffè e latte a casa degli zii. La macchia d’umidità sul soffitto è sempre stata lì, anche se ogni giorno assume la forma delle cose che vorremmo diventare, i laghi che ci siamo persi, gli orgasmi che si condividono. Diventa un modo per vedere il mare, il sesso ed il futuro come macchie di caffè in un vicolo di Napoli. Ci dimenticheremo così presto della nostra voglia di libertà da credere di non meritarci neanche il primo limone che torneremo a darci in maniera scomposta e disordinata, superficiale e dispotica, violenta e delicata. Così anche Domenica saremo in cerca di risposte, di visioni, di contrazioni, di vite in grado di legittimarsi, di nodi alla cravatta fatti male. Così mi mancherà il tuo scetticismo, la gonna di mezza stagione, le labbra sovrapposte, i jeans stretti, le pupille dilatate, il mio messaggio malinconico. Ora che il cerchio non si chiude ci chiediamo che senso hanno le porte scorrevoli, il posacenere stracolmo, le ripetizioni di matematica, il tuo sesso digiuno, le mie unghie lunghe, la tua pelle d’oca. Termina una settimana e noi siamo già stanchi per la prossima che trascorrerà in maniera silenziosa con la consapevolezza che l’estate ci manca, come ci mancano gli odori dei costumi bagnati, l’ombra e il fresco salire dalle gambe dopo qualche sospiro regalato solo per non andare nei musei. Domenica è finita ma alla prossima non manca così tanto.

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