Previsioni meteoropatiche otto. (Teoremi, sigarette e tazze da tè)

Lunedì 

Adesso che siamo divisi per colori ci fingeremo daltonici per continuarci a vedere e litigare, per assumere le scelte sospese e le sembianze di ciò che cercavamo nella notte. Ci fingeremo cibo per poter salire le scale, per vedere cosa si nasconde sotto i divani, per toccare bocche secche e necessità, senza presagi e futili tramonti. Ci fingeremo rette poco parallele per incontrarci nei posti bui, nei brutti sogni, nelle belle idee, nei cuori sciolti al sole, nei gelati freschi, in una decade passeggera. Ci fingeremo matematici per leggere il futuro nel numero delle scarpe, per diventare desertici e aspettare l’acqua corrente solo per capire che la luce artificiale non riflette più, solo per capire che ci sbatte il bianco e sedimenta la volgarità, come aperitivi troppo corti e vestiti troppo lunghi. Ci fingeremo rette scorrette, grammatica da buttar via e sentimenti sott’olio, da aprire e consumare in inutili attacchi di fame. Ci fingeremo teoremi di poco conto e temi da 4. Ci fingeremo bagni di una roulotte, per niente intimoriti di vivere in due, in pochi metri quadri. Ci fingeremo Americhe per riscoprirci ogni volta, per detestare i fiocchi di latte e i nodi dei mariani. Così, lunedì, ci fingeremo tutto ciò che non è finto per creare una finzione in cui magicamente ogni cosa, può diventare reale.

Martedì

Pretenziosa è l’idea che abbiamo del nostro tempo suddiviso geograficamente tra la camera da letto e lo spazio che ci separa dal cesso. Presuntuosa è l’idea dei nostri pollici verdi ora che le piante da appartamento continuano a morire sotto i nostri occhi, ma è tutta colpa di Instagram e di quei genitori che un natale di tanti anni fa regalarono Bambi ai propri figli, da allora tutto è cambiato. Martedì continuerà ad essere il giorno meteoropatico per eccellenza. Ci renderemo conto che in quella tiepida considerazione che il peggio è ormai passato, tutto peggiora. In questo modo il tempo passerà piano perché si accorgerà che la testa è altrove, è al 3 dicembre, è alle maniche corte, alle pelli arrossate, alle cicale, alle lenzuola che non coprono mai. Ci renderemo conto che la nebbia alta non nasconderà i nostri errori e che le case al mare e i loro arredi banali non aspettano più. Così inizieremo ad esorcizzare Milano e a vedere l’estate in qualsiasi cosa: nei giornalai che non salutano mai, nelle saracinesche chiuse, nei caffè d’asporto, nelle cicche di sigarette spezzate tra due labbra, nelle panchine gelate, nelle fidelity card. Così inizieremo a credere agli stati d’animo come religione, ai programmi di cucina come veri e propri piani di studio, ai cambi armadi come seconde possibilità. Così ci appoggeremo alla notte per immaginare il giorno e non avremo paura di uscire e il desiderio di andare piano, di non correre mai e di leggere tra le righe di una finestra il significato delle stelle. Così ci serviremo del dentifricio e degli spazzolini per restare un giorno in più, per vivere senza treni, per dimenticare le connessioni lente e le parabole discendenti. Così ci illuderemo del caldo centralizzato per amare meglio, per digitare i codici privati, per prelevare amore nei succhi di frutta. Così, senza guardarci negli occhi immagineremo la puzza di ferro delle giostre e la pioggia sui finestrini dei treni. I prossimi giorni resteranno sospesi in un salotto senza tenersi per mano, ma con la stessa voglia di spegnere la tv. Martedì è un giorno pacchiano, un bollettino nostalgico che aumenterà la sua fama, ma si ricorderà comunque di noi.

Mercoledì

Se non sai perché hai un’improvvisa voglia di piangere e al tempo stesso un’ingiustificata voglia di ridere, non preoccuparti, tra non molto sarà Natale e puoi sempre incolpare le feste che, proprio come i sensi di colpa per cose sconosciute, tornano sempre, tornano ogni anno e alla fine non ci puoi fare niente se non ti piacciono più. Se non sai perché non hai più voglia di guardare un film, di leggere, di scrivere, di dimostrare affetto, puoi sempre dare la colpa al mercoledì che non prende mai posizione e non sa se è più vicino al weekend o al lunedì, puoi sempre dare la colpa alle mezze stagioni che non passano mai di moda, che continueranno a destabilizzarci, a indebolirci e a farci comprare giacche né troppo calde, né troppo fredde. Se non sai perché non ti scrive più e quando lo fa non ha poi così importanza, non sentirti una merda puoi sempre dare la colpa al sexting, al passato, ai momenti sbagliati, alle persone che ti hanno deluso e a un’infanzia infelice, puoi sempre dare colpa ai vizi minori, alle pause di riflessione, a Paolo Fox.  Se non sai perché  hai oltrepassato le dieci sigarette giornaliere, non preoccuparti puoi sempre dare la colpa alla musica francese, all’assenza di balconi, ai quotidiani che non leggerai. Mercoledì in tempi di lockdown è come Biden, non sarà il massimo ma almeno non è Trump

Giovedì

Le perturbazioni provenienti da nord e le permanenti foschie sulle giacche usate, si abbatteranno sui nostri stati d’animo, così impreparati alle settimane future da preferire ancora il gelato alle zuppe calde. I forti venti da sud e le nebbie sospese nelle sale da pranzo non scacceranno via la confusione e la puzza di sigarette, non ci faranno compiere scelte giuste e si sostituiranno al nostro solito rammarico per non aver fatto ciò che si doveva, per aver procrastinato ancora una volta. Così ci ritroveremo al supermercato senza sapere il perché, ci toccheremo lo stomaco per vedere se qualcosa è cambiato, cambieremo ancora una volta i mobili della camera da letto per rimandare l’equilibrio alla prossima ondata e continuare la caccia a quelle sensazioni nuove, a quegli stimoli cliché che a quarant’anni ci faranno venir voglia di aprire quel cazzo di chiringuito sulla spiaggia. Così, dato che alle camicie hawaiane non siamo ancora pronti, giovedì apriremo un sito di viaggi per fuggire lontani dai presagi e dall’autoanalisi, lontani dai difetti di metà settimana e dalla solita domanda che aleggia in noi: cosa mangerò stasera? 

Venerdì

Venerdì sulle teste dei metereopatici è atteso un sole gigante e tornerà in noi quel vittimismo intrinseco che ci porterà a sentirci sempre un po’ troppo presi di mira dal caso e comodi nel caos. Tornerà in noi quella voglia di top e di discorsi urlati nelle orecchie, di gente ammassata, di consolle luccicanti, di gin tonic fatti male. Tornerà in noi quella voglia di sentire freddo durante una sigaretta fumata all’aria aperta, tornerà in noi la voglia di timbri incancellabili, di albe irragionevoli e chimiche nuove, di kebab senza cipolla e di letti sfatti. In questo modo i tormenti dei meteoropatici andranno a buon fine, quando tra un finto hangover e un accento ritrovato, il primo piatto sarà un film già visto mille volte e delle foto estive, scrollate solo per sentirci ancora una volta nostalgici e prigionieri di non si sa cosa. Inizieremo a dare per scontato le cose scontate e le cose che non lo erano mai state, così compreremo vestiti scontati per sentirci meno impotenti all’incompletezza. 

Sabato

In un tormento ventilato e in una vestaglia senza righe sabato ci sentiremo liste della spesa che non sappiamo decifrare. Ci sentiremo cibo in scatola, mentadent fresche, voglia di libertà, cesti di mandarini, cinecittà. Ci sentiremo parole scritte male, accenti sbagliati, preoccupazioni di poco conto, retroattività fragile, pensieri puerili, cosce sottili. Ci sentiremo tutto ciò che abbiamo sempre desiderato e odiato, ci sentiremo negazione assoluta, panna acida, bulli fragili. Ci sentiremo tre note di pianoforte e una voglia sulla pancia, un ombelico anni 2000, solitudine da portar via. Ci sentiremo l’eccezione delle cose, le attese dal dentista, le riviste che non si leggono più, i calendari fermi da mesi, clitoridi forzati, sterile misantropia. Ci sentiremo regole non scritte, nodi in gola, trecce notturne, erezioni studentesche. Ci sentiremo il pensiero costruito in giorni sedentari, in cui si poteva persino bere fuori, in cui si poteva persino volere bene. Ci sentiremo foglie d’autunno, acqua piovana, teoremi che non sapremo risolvere. Sabato ci rifugeremo nel costante e complesso studio delle nostre paranoie, insicurezze e voglie di fare, passeremo a cercare modi per evadere per poi finire nel fondo di una tazza da tè per divani senza pouf.  In questo modo sabato ci sentiremo aromi naturali in pensieri eccezionali.

Domenica

“Sfrontatezza e imprecisione, candelabri, amore amore amore: credi al presepe? E alle sirene? Credi a quelle sere prive di educazione, carezze e Bloody Mary? Quante monete contengono le fontane? E Quanto costa una poesia? E il ritorno? Esistono i ritorni? Le aiuole in cui fare pipì, le hai mai viste? Te le ricordi le polveri sottili e i materassi senza rete? Te la ricordi la voce di tuo nonno e le canottiere sporche? Dove sono finite? Dove vai quando il flusso delle cose cambia? Quando non sai dire ti voglio bene e le mani delle madri si incurvano da un giorno all’altro? Sfiducia e melanconia ci hanno sempre fregato, poi ubriachezza e indecisione e ancora, parole parole parole. Ci sentiamo senza eco e senza fili che telefono sarebbe?”

Domenica è un flusso di parole che scriverai sulle note di un iPhone e sulle piastrelle appannate e sporche di grasso. Ti accorgerai che la disuguaglianza ancestrale che ci separa è tutta colpa di un oroscopo che non saprai leggere, è colpa delle chiacchiere a cui credere, dei parrucchieri loquaci, delle messe in piega, delle stoviglie in promozione. È tutta colpa delle televendite, dei vocali troppo lunghi, dei bicchieri troppo curvi se ciò che ci aspettava non ci ha aspettato. Prenderemo coscienza che senza domenica non esisterebbe il lunedì, che senza inizio non c’è fine e senza fine le luci non si accenderebbero mai e non ci sarebbe nessuna storia, si estinguerebbero le buone notti, i pipponi su WhatsApp, le ginestre di plastica, i tappeti finto persiani, gli ex bloccati e poi sbloccati. Senza domenica, non esisterebbe il lunedì, infondo sembra sempre la fine del mondo ma poi alla fine il mondo non muore mai, si reinventa negli inizi di settimana, nelle moke già pronte, nelle more naturali, nella voglia di cambiare casa, mobili e pareti. L’ultimo giorno della settimana esiste grazie a noi, grazie alle rovine che ci introducono alla fine per desiderarne una nuova, così domenica non è altro che un invito a riscoprire i venerdì, le tovaglie bianche, gli ammazza caffè, la scopa, la domenica sportiva, le lasagne. Così i sogni inizieremo a chiederceli prima, che tanto poi non si ricordano mai.  

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