Finito l’atto.

Finito l’atto, guardandosi i piedi nudi, le unghia smaltate, togliendosi l’ultima fetta di cetriolo rimasta sul volto, si tolse anche l’anima per regalarla al tramonto.
Finito l’atto, fissando il soffitto, ci lesse la sua vita, ma non vide chissà che futuro, piuttosto ci trovò una bugia, ma infondo, passò anche quella, passò di sera, con un carro privo di attrezzi, con una natica ricca di vizi.
Finito l’atto, pulendosi con eleganza le gambe, abbracciò l’insieme e negò la sua via d’uscita, rivestendosi piano per non svegliare le forme. Così su due punte riuscì ad entrare in bagno, con tre ad indossare la sua camicia a righe blu, con quattro a mettere il rossetto sulle labbra e una matita sotto gli occhi, con cinque una carezza su uno zigomo.
Finito l’atto, l’orologio si riaddormentò per non metterle ansia e l’acqua dal rubinetto cadde piano per farle ricordare il brivido del rumore.
Finito l’atto, lavandosi i denti si accorse di aver morso il piumone, di aver corso senza sudare, si accorse che gli uomini dopotutto non hanno una casa così pulita, un caso così vorace. La cornice dello specchio, accesa da lampadine bollenti, le ricordò di essere ancora una diva, con lo stesso volto, con sette nuove rughe, con un germoglio bagnato.
Finito l’atto, cercò il suo tanga ma trovò dei fiori, cercò i suoi occhiali ma trovò la notte, mentre delle calze lentamente iniziarono a coprirle le dita, i polpacci, sino ad arrivare al ginocchio, così comprese che le storie vengono fuori per caso e che il latte a colazione gonfia, ma non cosi tanto.
Finito l’atto, guardando il proprio amante forestiero, guardandolo dormire, si mise le scarpe, si chinò difronte a lui lasciandogli una lucertola sulla guancia, ingoiando Il profumo di quell’appartamento per dimenticarsi di essere in ritardo, il profumo di qualcosa, nessuno però sa mai cosa, quel misto tra sesso e merda, venne sniffato almeno due volte. La prima per tremare, la seconda per poterne sentire il sapore tutto il giorno, per potersi sentire costantemente sotto dose del proprio squallore, così romantico da non ricevere mai rose rosse per il proprio compleanno.
Finito l’atto, sniffò anche del buon umore ma d’altronde non seppe che farsene, non l’ha mai saputo, poi l’orologio si risvegliò ricordandole il tempo.
Finito l’atto, uscì di casa, lasciando l’uomo su di un fianco, lasciandogli sognare la malvagità che avvolge i suoi denti, lasciando l’eroina di un tempo in un cassetto per sentirsi più reali del solito, lasciandolo dormire sul polso.
Finito l’atto, la finestra rimase aperta così entrò uno stereotipo che non la costrinse a fare le scale.
Finito l’atto, attraversando il corridoio di un condominio sconosciuto, si svegliò una pianta e una gomma da masticare perse gusto in ascensore, il sesto piano si aprì per far entrare una donna anziana dall’odore di anniversario.
<<Salve signora buongiorno, a che piano va?>> << Sa, io non sento poi così bene, se mi ha salutato e non le ho risposto, mi perdoni, vado a piano terra >> << si figuri signora, nessun problema, vado allo zero anch’io >> << lei viene dall’undicesimo piano?vero?>> <<no signora, dal dodicesimo>> << si, immaginavo, ma ha lasciato la porta aperta? ha controllato a che ora passasse il demonio quest’oggi? >> << io? bè, io, non ho visto il demonio, non ho visto niente, se non dei cereali scaduti, una sedia di velluto e una cartolina blu, ma il demonio, il demonio ancora no >> << Sa, io una volta ci ho parlato, era un signore tutto di un pezzo, affascinante, con degli occhi..,,be’ con degli occhi bellissimi, era alto ed io inevitabilmente mi sentii importante, mi lavai le mani ben tre volte quel giorno per poterlo stringere, parlammo tutta la notte, non mi sfiorò, ci volemmo bene e poi sparì, mi commosse il suo dolore, ma vedo che con lei non si è risparmiato>> << Come può dirlo? Cosa glielo fa pensare?>> << Sa signorina, le sanguina l’interno coscia, e dopotutto una nonna queste cose le sente.>>

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