Penso, che disgrazia.

Ho pregato già tre volte oggi, non è servito a molto, ho pregato per tre ore e non ho capito un cazzo.
Ho capito però che pensare non significa necessariamente capire, così ho accettato l’idea di non capire e magicamente ho capito.
Ho capito molte cose, anche se realmente continuo a non capire niente, non ho capito per quale motivo le labbra non vanno morse, non ho capito la buona educazione e neanche l’epopea che si ricerca nei pagamenti facili, però ho compreso che non mi abituerò mai al freddo, ho afferrato che è cosi tardi da sembrare mattina, che è così presto da essere notte, pertanto per la prima volta guardo l’ora, non esiste, muoio ancora.
Penso, che vergogna.
Rifletto per cercare anche una minima soluzione, questo non fa che alimentare l’angoscia, penso subito ai miei vizi, così mi accendo una sigaretta, tanto per non pensarci più, penso subito ai miei rischi, così cerco la scaramanzia grattandomi il pacco, mi hanno detto che solitamente funziona, perlomeno ho la coscienza pulita, che soddisfazione.
Penso, che paura.
Il timore di conoscersi mi inquieta ma mi rende simile a tutti gli altri, dopotutto continuo a non trovarci niente di diverso nella paura, diverso da cosa?
Avvicino la mia mano alla bocca, c’è sangue o forse è solo sporca, odora di energia buia,di ferro e di pensieri contorti, così per la seconda volta prendo una decisione, con il mio alito sporco di gomma americana e di liquore dolciastro, alzo la testa in cerca della mia luna puttana ma comunque zitella, alzo la testa e noto come di notte i fiori siano bui e le carezze nascoste, noto come una donna si specchia nel suo diamante dimenticandosi delle manfrine estive e del sesso sincero.
Dopotutto anche lei ha paura, chi non né ha?
Forse solo dio, ma io per oggi ho già pregato tre volte e non è servito a molto, ho pregato per tre ore e non ho capito un cazzo.
Così tremo come la luna, usata da qualsiasi uomo ed ignorata dai pochi per sentirsi dei poeti, per poterla citare nei sonetti alle stazioni, per poterla urlare negli orgasmi infrasettimanali. Io tremo, come le ginocchia, loro dopotutto tremano sempre, anche in bagno, tra la bocca di una sconosciuta, tremano sempre anche dinanzi ai capelli bianchi perduti nel tempo lunghissimo di una nottata macchiata di vino, tremano su di un cuscino che non profuma affatto di lei, di me, di noi poi nemmeno per sogno. Il cattivo odore cosi torna a spaventarmi, a rendermi irrequieto, ricomincio a cercare la luna e noto che essa è realmente visibile da qualsiasi parte la si voglia cercare, dal finestrino di un auto, dal riflesso bagnato di una scala, sotto le gambe di un manichino, nei denti bianchi di un eroe, lei è visibile ed è lì per te, immobile come un’attesa, che imbarazzo.
Sono le cinque e siamo rimasti ancora qui, insieme, solo un po’ più stanchi e volenterosi di morire per esistere per sempre, ma il tempo passa e lei va via abbagliando, perché non sa come farsi perdonare, scendendo le scale abbaia, ai ritorni, ai sedicenti, alle dita bagnate, abbaia ad ogni costo, al coltello dei sedicenni e al desiderio di nudità represso nelle metropolitane ricche di alcol in bottigliette di plastica e giacche fuori stagione, la luna abbia, i chiari si vergognano e i crisantemi tornano, d’altronde loro, tornano sempre.
<<Hai già sognato stanotte?>> << Si ma non me lo ricordo>> << Hai già peccato stanotte?>> << Si, ma credo di essere pari, credo di aver saldato i conti, dopotutto ho pregato già tre volte una per ogni ora, ogni ora per ognuno, e noi non siamo soli, né due, noi siamo tre.>>

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