*Ipofisi

Sono due mesi che cerco di risolvere i dilemmi dell’universo con del formaggio magro e una scatola di brownies alle ciliegie, sono sessanta giorni che provo a fermare il tempo e a reagire alla puntualità, che dimentico di togliere il piumone dal letto, la nuvola all’iphone, di scrivere un bigliettino d’auguri convincente, ma alla fine finisco sempre per esser prolisso e terminare le giornate in anticipo rendendomi conto che la notte è ciclica, che il meteo mente con regolarità e che le cose cambiano solo per farle in qualche modo rimanere intatte; così effettivamente si cambia per non cambiare per poi finire a riconoscersi nel modo in cui laviamo i denti e in quello in cui sputiamo nei lavandini, per strada e dalla finestre condominiali. 
Sono tre settimane che con un cucchiaino di plastica provo a scavare nell’esistenzialismo più becero e in ciò che resta dello yogurt greco, dei nostri pic-nic, della cartaigenica conservata sotto le suole, dei conservanti sparsi sulle tue labbra e nelle tasche dei jeans a vita bassa dove ritrovo una moneta, il tuo indirizzo e le pere all’aperto.
Sono due giorni che quando starnutisco mi si tappano le orecchie e che disintegro i miei areoplanini di carta, che assumo regolarmente forfora dalle giacche e che conservo il nero sotto le unghie per ricordarmi chi davvero bisognerebbe essere durante un rapporto orale e chi non essere il lunedì dopo di noi.
Così la realtà si palesa nello zucchero fine, nella ripetizione casuale di una playlist Trap, nelle storte, nei lividi, nei calci nei bagni, nelle pisciate contro i muri di Londra dove il freddo ci avvolgeva tenendoci per le palle facendoci sognare disneyland e due nuovi tipi di vodka. Così la realtà si palesa nel profumo della sabbia che con pacatezza prova a rivelarci il segreto del vuoto che giace su di noi senza un reale permesso per poter venire, per potersi lasciar trasportare dalle dita strette su un cuscino, dai crampi ai gomiti, dalla bepanthenol, dall’acqua potabile che ingoiamo senza poetica e dal matematico sesso di fine settimana. Il septum, la casa degli specchi, le luci al neon e le pagine gialle, poi solo morte, silenzio e sangue nelle mutande con la realtà che si scongiura in una sogliola fresca e nelle ipofisi che accelerano il metabolismo senza alcun permesso per poterlo fare. 
Per un giorno poi ho comprato tutto il caffè del mondo e delle due di notte per un’intera ora, ho comprato dei guanti di pelle ed ho rubato un passepartout per svaligiare l’interiorità che ti porti dietro e rivendertela al sabato sera per poche monete, un grammo e due baci. Immergendoti in un gin tonic hai pianto ricordandoti della tediosità del sesso e della sete che ti mettono le tue posizioni preferite, la chimica delle cinque del mattino e i post sbronza in cui ti senti morta in quella sorta di concezione di vita così poco arbitraria e perpetua che ti fanno rivalutare il matrimonio e i nomi da zia, le case con la piscina e i cani grossi, così ti senti bagnata ma è solo il condizionatore, è solo il condizionatore. 

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