AAA ora perduta malamente sabato notte cercasi disperatamente

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È cambiata l’ora, ma l’universo è rimasto sempre uguale e dopo giornate intere passate a verificare lo stato di un volo, adesso non sai cosa fare. Lo  specchio nell’ascensore ci ricorderà che, nonostante tutto, alle diciassette il sole non ci sarà più, almeno per qualche mese, almeno sotto quella musichetta priva di melodia o a quell’orario che da un po’ segna sempre numeri a specchio: 18:18, 20:20, 16:16. Incredibile, ogni volta che guardi il telefono è così e allora ti ricordi che con i numeri pari bisogna esprimere un desiderio e ti affretti, che poi chissà perché i desideri ci mettono così tanta fretta, che quando ci chiedono di esprimerli abbiamo l’ansia di farlo nel minor tempo possibile, è quasi una corsa a chi arriva prima, come se scadessero, come se fossero degli yogurt, della feta, della seta che prima o poi si rovinerà.

È cambiata l’ora, ma il mondo gira sempre come prima, il sole è tramontato da un pezzo e la Terra è rimasta tonda, nonostante ci siamo sforzati di cambiarla fino a poco fa, di modificarne la forma, lei è rimasta sempre una grande palla bagnata, tipo il ventre di un Peppino qualsiasi che ama il Cynar alle nove del mattino o un pallone che in tanti continuano a inseguire.

È cambiata l’ora e il destino si è aperto alla possibilità di cambiare, o perlomeno di mettersi in discussione, giusto un po’, come una cosa semplice, come il secondo caffè che tutti sottovalutano ma che alla fine è quello che realmente setta il destino della tua giornata, perché il primo alla fine è facile, ti serve, ma quando prepari la moka per il secondo, in quel momento sei fregato, gli stai dando in mano tutto e ti fidi, continui a farlo anche se poi te ne penti.

È cambiata l’ora e quell’ora che abbiamo perso non sappiamo proprio dove sia andata a finire, alle due di notte è come se non fosse mai esistita, è come una messa in piega che può muovere molto più di un semplice capello, o una cena che può mutare da un momento all’altro.

È cambiata l’ora e, per indorare la pillola, ci è stato detto che si dorme un’ora in più… non che il sole tramonta un’ora prima. E alla fine è sempre colpa di queste maledette prospettive, ci fregano ancora, quando ci dicono: “Eeeeeh caro, questi sono i due lati della medaglia” – “Ma quali?”

E che fatica pazzesca, dopotutto questa settimana volevamo solo continuare a vedere un po’ di luce in più, senza preoccuparci del resto. E invece? Ci restituiscono quest’ora in più e noi non abbiamo ancora capito cosa farcene.

“Cosa ce ne facciamo di quest’ora? A chi penseremo? Chi ci mancherà? Chi ci restituirà della felicità provvisoria e fuorviante, chi ci darà quella malinconia rimasta incastrata nelle cose dette troppo tardi? A cosa ci serve un’ora in più? Potremmo usarla per fare qualcosa di utile, ma anche tanto stupido, ma soprattutto, quando arriva? Quando arriva quest’ora? Come sapremmo quanto dura e come si chiama realmente?”

Però va bene, la accettiamo e proviamo effettivamente a usarla benissimo, malissimo, freddissimo. Potremmo usarla per fare tutte le cose che possiamo fare e non abbiamo ancora fatto, tipo iniziare a iscriverci a un corso di pilates sperimentale, uno di quelli dove sei circondato da affreschi, specchi e santoni che dopo un viaggio a Bali hanno imparato a contare usando le dita dei piedi, potremmo riparare l’anta dell’armadio rotta a fine aprile, metterci a dieta un’altra volta, provare quel ristorante sotto casa, aperto da tre anni, ma che ancora non ci ha visti, tanto che tra un po’ cambia gestione e noi diremo “Vabbè, era meglio prima”, giusto per il gusto di dirlo.

Dopotutto è sempre così, le cose sotto il nostro naso vengono ignorate parecchio e, anche se appare come una metafora della vita detta da uomini di mezza età calvi brianzoli, sotto sotto… quanto è vero!

Potremmo usarla, quest’ora, per fare tutto ciò che possiamo non fare, accettando il niente come opzione primordiale per iniziare a fare tutto, qualsiasi cosa, nessuna esclusa, tipo riordinare i cassetti, quelli in bagno o in cucina che finiscono per ospitare sempre le medicine e questa è una cosa che non ho mai capito: perché le medicine le mettiamo in cucina?

Potremmo usarla per redimerci, per deprimerci o per accettare di essere felici anche dopo il tramonto, poco prima dell’alba, tra un pasto e l’altro. Potremmo usarla per starnutire, che quando lo facciamo, in quei tre secondi, è il momento in cui siamo incapaci e vulnerabili per davvero, che se il mondo fosse uno starnuto saremmo sempre in pace e guarderemmo le cose che abbiamo sotto il nostro naso per poi stupirci di averle sempre avute lì. Oppure, questa ora in più, potremmo usarla per riordinare le idee, le fotografie nel rullino che abbiamo stampato e appeso a un muro per ricordarci che quella felicità in pellicola è sempre stata là, basta riavvolgerla e fare click, che ogni tanto un click salva la vita.

Potremmo riusare le scuse dell’ora legale, che non è un caso che si chiami così, c’è più luce e gioia, e quindi è un’ora quasi costituzionale.

Potremmo usarla per non lasciare la mancia, per cambiare marcia, per non fare la fila al supermercato e ordinare cinese come ogni sera, “Massì… ma che ce frega”, per non avere paura, per decidere, per farci un favore, per farci da parte. Potremmo usarla per chiamare i nostri genitori e ascoltarli davvero, per lasciarci a casa, per uscire di casa, per trovare casa.

Potremmo usarla per renderci utili alla società, per imparare definitivamente a fare la raccolta differenziata, la dichiarazione dei redditi o a parcheggiare in compagnia, che farlo davanti a qualcuno ci spaventa quasi più del carovita.

Potremmo usarla per smettere con tantissime cose, per iniziarne di nuove, per congedarci in un momento tutto nostro, speciale, inappropriato, per buttarci nel vuoto, per salire di sopra, per desiderare la donna d’altri o un finale diverso nel nostro film preferito, quantomeno sperarci.

Insomma, questa settimana abbiamo così tanto da fare che alla fine, come un jet lag qualsiasi, ancora qualche giorno e forse ce ne dimenticheremo e tutto tornerà come prima o come mai più.

Cose da fare:

Pensare a dove vorremmo trovarci ogni volta che facciamo una pausa, ogni volta che ci distraiamo, ogni volta che non ci è consentito fumare, respirare, mangiare. Pensare a dove vorremmo essere e accettare anche l’idea che siamo nel posto giusto, al momento giusto, con la persona giusta. Perché no? Può succedere.

Cose da non fare:

Organizzare necessariamente qualcosa, lasciamoci ispirare da quella frase che usiamo sempre per gli altri: go with the flow.

Canzone della settimana:

Bar della settimana:

@Lennibardistrada

Film della settimana:

Licorice pizza

Brand della settimana

@Wrongsense

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