Bentornati meteoropatici

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Capita un giorno che i tuoi occhiali da sole, quelli che non abbandoni mai da anni e che ti porti dietro anche la sera perché “non si sa mai”, non ti piacciano più. Non sai esattamente quando succede, poi un giorno passa un tram, ti specchi e baaam, non ti appartengono, non ti stanno più bene e ti chiedi “come ho fatto a indossarli tutto questo tempo?” o “perché nessuno me l’ha fatto notare?”, un po’ come quando hai i capelli in disordine.

Ecco, questa è l’eredità che ci concede l’inizio dell’autunno, perché le foglie cadono e per noi è arrivato quel momento in cui ci svegliamo di nuovo prima della sveglia, in cui ci guardiamo allo specchio senza ricordarci che giorno è, che cosa volevamo fare, ma sicuramente ricordandoci che cosa stavamo sognando. È arrivato il momento in cui il dentifricio davanti a noi sembra sfinito, ma è solo pigrizia, va soltanto schiacciato meglio, un po’ come noi, che in quel tubetto ci rivediamo come non mai, in quel font medico, in quella gelatina curiosa, in quella libertà di andare dove ci pare una volta finiti tra un molare e un incisivo e che forse avremmo bisogno di un po’ di olio di gomito anche noi, capace di spingerci a uscire davvero e a renderci tutto chiaro, a stenderci su degli spazzolini per lasciar fare agli altri (com’è difficile scegliere sempre), a metterci comodi e a dirci che alla fine la vita non sa necessariamente di mentolo.

E invece, mentre beviamo caffè in tazzine di vetro pensiamo a come diventare grandi. Che poi perché esistono le tazzine di vetro? Cioè, chi le ha inventate cosa aveva in mente? Mi immagino l’ingegnere dire “Facciamo ’sta pazzia, creiamo il bicchiere per il caffè”, – “ma è ’na cafonata” – “ma no, anzi, lo facciamo anche in modo tale che sia rovente, così nessuno potrà bere senza ustionarsi”. Ecco, che bisogno c’era? Caldissime tazzine limpide, a tal punto che ti mostrano ogni volta anche il fondo, che tra l’altro non sai leggere, e quindi la soluzione ai martedì mattina la continuerai a cercare nei blog di viaggio “i 5 posti dove andare per tornare a essere liberi e 1 da evitare”, negli scali a buon prezzo su Skyscanner “volo di andata: 74h”, che va benissimo così, non fatemi scendere, forse hai scoperto che riesci a dormire solo in volo, quindi lasciateci sopra quei cuscini che non cuscinano ma che ci servono in maniera esagerata.

È arrivato il momento in cui ci si mette a contare le sigarette, a toccarsi la pancia, a ricordare le bollicine di troppo, le birre, la dieta a zona, le zone da evitare, le vite che vorremmo cambiare, le nuove routine, i nuovi flirt, i vecchi amori che invecchiano bene come il Barolo e le pubblicità della metropolitana che non cambiano mai “vuoi sapere il valore della tua auto?”, “No Enrico, vorrei sapere quando finisce questa giornata, a qualsiasi costo”. Siamo tornati a misurare il tempo con una zuppa pronta ricoperta di crostini e a creare il countdown per la prossima fuga, per il prossimo vicino di casa che non ti chiede informazioni sulla TARI, per i prossimi piedi immersi nella sabbia, e anche se cancellare i peccati dal rullino e preferire i bar brutti a quelli accoglienti può apparire come una soluzione, beh, non lo è affatto.

Così come non serve a nulla ricordare com’era bello poter rimanere a letto tutto il giorno, svestiti e ignari di ingrassare e di dipendere da un altro respiro, quello che ci detta il ritmo, che ci equilibra la respirazione, i buongiorno, le moke canterine, le volte che avresti voluto dire “ti amo” e non l’hai fatto, le volte che l’hai fatto ma non l’hai detto, i detti popolari che si intromettono sentenziando ogni tua indecisione “a caval donato non si guarda in bocca” — “ma che cazzo vuol dire?” — “eh, a buon intenditor… poche parole”.

Perciò aspettarsi così banali e rammentare non fa mai bene, questo lo dice anche il biscotto della fortuna che non si limita mai a portare fortuna, piuttosto sentenzia “devi vedere in alto per non andare in basso” e che cazzo, ti ci metti pure te, non bastava essersi dimenticati dell’ombrello in questi giorni di pioggia, non bastava vivere la propria rivoluzione lasciandolo volontariamente a casa per sentirsi fortuitamente invincibili.

Perciò abbiamo capito che contare le ore non ci farà diventare bravi in matematica, razionali e organizzati, ma solo più sicuri di qualcosa, non sappiamo cosa, ma sicuri. Dopotutto sei ancora sull’82/, che poi ti chiedi a cosa serva barrare i numeri sui mezzi pubblici, bastava semplicemente creare l’83, e ti rendi conto che pensi a che ore siano dall’altra parte del mondo, a che gusto ci sia nel saperne il meteo e a frastornarsi con l’ipotesi di tornare presto in aeroporto, anche se non è possibile. Siamo in un flusso di coscienza che non ci riconosce ma che ci porterà a pensare a cose di cui nessuno sa la risposta, come le soluzioni ai problemi matematici, al fatto che confondiamo ancora la sinistra con la destra e che al semaforo ce lo ricordiamo “gira a sinistra” e poi svolti a destra.

È la sensazione che ottobre abbia un po’ un credito con noi, con la nostra moralità, con i nostri umori altalenanti, con le tute indossate con sopra una giacca elegante, con l’eleganza di voler continuare a mangiare qualsiasi cosa con le mani “ma che fai, bevi il latte con la mano a cucchiara?” “Fatti i cazzi tuoi”. Non esistono soluzioni per cuori deboli, per deboli di cuore, per cuori incastrati in sessanta metri quadrati e a ottobre torneremo a ricordarci che la vera libertà sta nelle cose che ci rendono liberi, nonostante i dentifrici, i cubetti di Parmigiano che una volta aperti in frigo diventano duri, ruvidi, infedeli alla morbidezza promessa. Ci renderemo conto che per sognare si può anche soffrire di insonnia e che costruirsi il benessere è una possibilità da imbarcare su un volo dall’altra parte del mondo o tutti i giorni sulla novantadue.

Cose da fare

Resistere e amare la domenica ci riserverà grandi sorprese. Perciò, antenne all’insù, punta di piedi e via, buttiamoci, buttiamoci in tutto senza preoccuparci dei materassi a molle e di ciò che ci riserveranno i mezzi pubblici.

Cose da non fare

Amare il sabato, sa essere deludente.

Canzone della settimana:

Bar della settimana:

@casa.taos (Barcellona)

DIALOGHI

Il nuovo format che immagina dialoghi da bar se le persone dicessero tutto quello che pensano.

Interno giorno, siamo in un bar, uno di quelli che non sa di essere bello, la polvere sui lampadari sfida la forza di gravità e sentendosi un tuffatore con il costumo gonfio e una postura elegante prova un carpiato dentro quel Milano-Torino che due ragazzi sorseggiano. Lei altissima, ha un cappello bellissimo e uno sguardo triste, si rivolge a lui:

Ma te l’ho detto che io ho un brand di “capelli”?

Il ragazzo che probabilmente fa di nome Marco, le risponde:

  • Cioè? Fai capelli?
  • Sì
  • Non ho capito, in che senso?
  • Scusa sono Slovacca
  • Volevi dire cappelli forse, ci sta! Se è bello come  il tuo maglione devi farmelo vedere
  • É un cardigan 

Vanno via, consumeranno tutto il Milano-Torino e forse anche un freddo amore autunnale da due notti e una domenica timidamente soleggiata. 

Parola di Dio:

Durante le chiacchierate primaverili, tra un balcone e l’altro, mi è venuto il sospetto che il mio vicino di casa toscano sia Dio, e questa settimana Dio dice:

“Non dimenticare mai la potenza dei golfini. Mai e dico mai uscire con un solo golf, portane sempre due, uno è per la ragazza bellina che prima o poi sentirà freddo, tu daglielo e ricordarle che il freddo esiste solo nelle persone che non hanno voglia o il coraggio di scrivere un diario.”

Film della settimana:

Digger

Brand della settimana:

@Porterjames

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