“Ma che freddo abbiamo noi”

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È martedì, di nuovo, ancora, un’altra volta. L’affitto va pagato di già (ma perché il tempo passa solo nei bonifici?), il cappotto va ripreso dall’armadio e chissà cosa ci riserverà questa volta la sua tasca, cosa ci troveremo dentro, se un vecchio scontrino di qualche domenica fa, “2 toast, due caffè americani, un sandwich e un po’ di indecenza”, o forse un biglietto romantico scritto a mano su un tovagliolo da bar, quelli che se ti soffi il naso perdi due strati di pelle e se li lasci soli al vento perdi tutto, le speranze e gli eritemi causati dal suo voler aiutare. È martedì e, forse, senza rendercene conto, è finito un altro mese, che ottobre alla fine è un po’ come la Puglia: leggi Foggia e pensi di essere arrivato a casa e invece sei ancora metà viaggio. È che anche ottobre si sente di essere un mese di passaggio prima del Natale e invece c’è novembre, che promette di durare poco, di avere ottime occasioni nei negozi in centro, che mentre fuori c’è la guerra, noi non sappiamo cosa metterci, come amarci di nuovo, come cucinare qualcosa di sano, come ricostruire, come prendersi in giro senza mettersi in mostra o mostrare una mostra a qualcuno senza averla programmata.

È martedì tre novembre e senza rendercene conto è finita un’altra settimana, ne è iniziata una nuova, ne è sopravvissuta una diversa. E forse abbiamo perso il conto dei giorni, delle ore, del tempo, delle volte che abbiamo detto “Sono stanco”, delle volte in cui lo abbiamo pensato e quelle in cui lo abbiamo persino attuato. Eppure sono tornato dal mare e ho rivisto l’estate, è stato bellissimo pensare che era tanto tempo che non ci sentivamo così spaesati, tanto da chiederci in continuazione, anche in questo preciso istante, che ore siano. Sarà per questo che ci accorgiamo che nessuno più oggi a Milano saluta uno sconosciuto senza motivo, che nessuno più lo ferma per chiedergli l’orario, che nessuno più si lamenta del caldo, che nessuno più sa guidare con le marce.

Martedì sarà come affrontare qualcosa di nuovo, ma già vissuto, una sensazione che con fatica lasciamo andare via. Così, ci rassegniamo che l’inverno è arrivato e oggi saremo pronti ad affrontare il jet lag, i check-in, le sirene sull’Atlantico. Ad affrontare le sconfitte, i presagi, i pareggi, i passaggi sulle strisce pedonali di donne altissime, bellissime, stanchissime per l’appunto. Saremo pronti ad affrontare le cotte adolescenziali, i cibi poco cotti, il cotto in scatola.

Sarà che siamo diventati pretenziosi, un po’ come l’idea di questo dannato tempo che, da quando è tornato il freddo, si suddivide geograficamente tra la camera da letto e lo spazio che ci separa dal bagno. Sarà che siamo diventati presuntuosi, un po’ come i nostri pollici verdi che continuano a vedere le piante da appartamento morire sotto i nostri occhi. Sarà che non abbiamo mai amato le olive e che questi aperitivi diventano sempre di più privi di senso logico, sarà che non abbiamo imparato a fare le scale, a scenderle più che a salirle, che più cresci e più ti rendi conto che le discese sono più difficili delle salite.

Perciò accetteremo tutto, anche quelle feste squallide di Halloween dove il testosterone fuori controllo diventa la cosa più spaventosa della serata e che aprono un nuovo mese, e capiremo che anche questa settimana continuerà a essere meteoropatica e che il tempo passerà sempre più lentamente perché si accorgerà che la testa è altrove, è tipo al 21 marzo, alle prime maniche corte, alle pelli arrossate, alle cicale, alle lenzuola che non coprono abbastanza. Ci farà rendere conto che la nebbia alta non nasconderà i nostri errori e che le case al mare non aspettano più.

Inizieremo a esorcizzare Milano e a vedere l’estate in qualsiasi cosa: nei fruttivendoli che non salutano mai, nei parcheggi vuoti, nei delivery stanchi, nelle saracinesche chiuse, nei caffè lunghi d’asporto, nelle cicche di sigarette spezzate tra due labbra, nelle panchine gelate, nelle fidelity card, nel troppo lavoro che ci ricorda che siamo spiriti liberi.

Così ci appoggeremo alla notte per immaginare il giorno e non avremo più paura di uscire né il desiderio di andare piano, di non correre mai e di leggere tra le righe di una finestra il significato delle stelle. Ci serviremo del dentifricio e degli spazzolini per restare un giorno in più, per vivere senza treni, per dimenticare le connessioni lente e le parabole discendenti. Ci illuderemo del caldo centralizzato per amare meglio, per digitare i codici privati, per prelevare amore nei succhi di frutta.

Senza guardarci negli occhi, immagineremo la puzza di ferro delle giostre e la pioggia sui finestrini dei treni. Allora sarà più facile accettare che u  prossimi giorni resteranno sospesi in un salotto, senza tenersi per mano ma con la stessa voglia di spegnere la TV.

Cose da fare:

Due mani, due braccia, un naso, due orecchie, due occhi. È arrivato il momento di usare tutto ciò che ci è stato dato a disposizione per vivere la settimana sentendo tutto, niente escluso.

Cose da non fare:

Sottovalutare ogni tipo di sensazione, ascoltare gli audio a 2x, ascoltare gli U2, dormire con la luce accesa.

Canzone della settimana:

Bar della settimana:

@azabu10_

Film della settimana:

Woman Unknown

Brand della settimana

@Foretstudio

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